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25/06/2007

Ama definirsi un soldato e darebbe la vita per i suoi uomini. Sembra una frase banale, ma a rileggere le affermazioni di questo carabiniere, che come un pugno nello stomaco si conficcano nella mente del lettore, ci si convince che sia effettivamente così.

Essere ultimi e dichiararsi tali significa negare i valori. Significa rovesciarli. Persone che ai privilegi preferiscono l’anonimato, che alle interviste e alle dichiarazioni prediligono il potersi camuffare in mezzo alla gente comune, per poter meglio operare sotto copertura e poter lavorare per lo Stato nella lotta contro la mafia. La mafia, quella vera.

E fondare un gruppo, CRIMOR (CRIMinalità ORganizzata), non riconosciuto ufficialmente (Ultimo infatti appartiene ai ROS, CRIMOR è il gruppo dei suoi fedelissimi all’interno dei ROS stessi), con persone non abili tiratori o centometristi di razza, ma con gli invisibili, con i puniti, uomini semplicemente ricchi di forza di volontà e desiderosi di poter cambiare le cose. Non da uffici di generali o colonnelli, ma sulla strada.

Persone “che non staccano mai” e che anche in libera uscita sono sempre pronte a guardare, osservare, cercare qualche falla nel sistema di Cosa Nostra.

Persone che Ilda Boccassini, nella prefazione al libro, da lei curata, descrive come in grado di continuare il pensiero di Giovanni Falcone, la cui forza fu quella di vedere i fatti di mafia non come dei semplici episodi staccati tra loro, ma come dei tasselli in un sistema più ampio.

Ilda Boccassini, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone detto il “Falco”: sono queste le persone che, eccezion fatta per i suoi uomini e per un pugno di ufficiali non meglio definiti, mette in evidenza il capitano dei Carabinieri Ultimo nell’intervista che rilascia a Maurizio Torrealta nel libro “Ultimo, il Capitano che arrestò Totò Riina”.

Ultimo parla delle sue umili origini, e dei racconti di sua nonna, la quale sosteneva che se qualcuno aveva più della gente comune era perché aveva sfruttato gli altri. Racconti tuttavia senza rancore, racconti sereni. Parla della sua volontà, ancora in giovane età, di arruolarsi come carabiniere semplice, affascinato dal padre, e parla quindi del padre, carabiniere pure lui, che lo convinse ad arruolarsi nella scuola per ufficiali perché riteneva che in tal modo potesse aiutare maggiormente il prossimo.

“La lotta a Cosa Nostra o la vivi o niente, non puoi andare al cinema per capire cosa è.”

Sta forse in questo la forza e il fascino del libro. Sta in un capitano dei Carabinieri che, pur se accusato di esser stato negligente nella perquisizione della villa di Totò Riina ed indagato come un qualsiasi farabutto, continua a credere in ciò che fa assieme ai suoi uomini, e continua a credere nello Stato e a volerlo servire.

Non si dilunga nello spiegare le motivazioni per cui la villa di Riina venne perquisita solo dopo quindici giorni, ma si limita ad accennare che l’obiettivo suo e dei suoi uomini fosse quello di continuare a cercare una rete con altri esponenti di Cosa Nostra, mantenendo un basso profilo, non dando nell’occhio, certi del fatto che, come successo in altre perquisizioni di case di boss, trovate vuote, “dove vi sono mogli e figli i boss non tengono le bombe”. Il problema fu la fuga di notizie e furono i malintesi “tra quelli che hanno fatto per quarant’anni la lotta alla mafia con le perquisizioni e i posti di blocco prendendo l’uovo oggi e non la gallina domani, e una piccola minoranza di persone che porta avanti un discorso diverso”.

D’altronde l’arresto di Totò Riina fu soltanto l’apice di un’azione militare portata avanti per diversi anni con lo scopo di indebolire Cosa Nostra. In questa intervista infatti Ultimo sembra suggerirci come l’arresto di Riina non sarebbe dovuto essere altro che un tassello ulteriore per cercare di sconfiggere la mafia. Sicuramente importante, ma senz’altro un tassello. Ci suggerisce di come abbia titubato, assieme ai suoi uomini, se uscire allo scoperto e bloccare la macchina di Totò Riina oppure se pedinarlo e verificare se ciò che si diceva in giro fosse vero, cioè che stesse andando ad una riunione di capi-mafia.

Ci suggerisce, non lo afferma. Le affermazioni parlano di fortuna, di pentiti, di complicità indispensabile per la cattura di Riina da parte del mafioso Balduccio Di Maggio.

Noi, da queste pagine, immaginiamo che non sia andata così.

Ma lui è Ultimo, e vuole fare l’ultimo, “preferisce passare per cretino”, essere schivo, e dimostrarsi scettico nel poter racchiudere in un libro la sua esperienza, fatta di pedinamenti dinamici, ma anche di giornate intere chiusi in un vagone del treno ad aspettare l’arrivo di qualcuno o passati a riascoltare nastri di intercettazioni o a rivedere riprese filmate.

Maurizio Torrealta, Ultimo. Il Capitano che arrestò Totò Riina, Feltrinelli, Milano 2006

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