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04/06/2007

Non c’è nulla che mi infastidisca quanto l’essere considerato un esperto di mafia o, come si usa dire, un “mafiologo”. Sono semplicemente uno che è nato, è vissuto e vive in un paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone. Sono un esperto di mafia così come lo sono in fatto di agricoltura, di emigrazione, di tradizioni popolari, di zolfare.[2]

Il libro A futura memoria (se la memoria ha un futuro) di Leonardo Sciascia, che Bompiani ha riproposto nel 2002 nell’edizione “Tascabili” fu pubblicato postumo nel dicembre dell’89 a un mese dalla scomparsa dell’autore. Sciascia aveva raccolto e selezionato il materiale nella sua casa di Milano prima di trasferirsi a Palermo dove morì il 20 novembre. Quel titolo pare un monito: un sarcastico amaro monito a ricordare, onestamente. Così è (se vi pare).

Il libro contiene vari articoli apparsi su quotidiani e riviste tra l’ottobre ’79 e il novembre ’88, in cui lo scrittore di Racalmuto, prendendo spunto da fatti di cronaca, propone una riflessione sul fenomeno della mafia spesso originale e in controtendenza, quasi sempre “profetica”, come fu detto.[3] Ma quello che si immagina scorrendo le pagine è la voce sommessa e ferma di uomo che non urla (non «raglia», come disse egli stesso in polemica con il figlio del generale Dalla Chiesa [4]), ma riesce a denudare le questioni, sgrossandole della retorica, per lasciare emergere la verità.

Malgrado l’affermazione citata sopra, Leonardo Sciascia conosceva profondamente il fenomeno mafioso, per averlo studiato e per averlo vissuto. Non solo riusciva, da siciliano, a coglierne lo spirito che affonda le radici nella storia della Sicilia e della sua gente, ma, da scrittore e attento osservatore della realtà (da intellettuale vorremmo dire, sebbene Sciascia rifiutasse quella definizione: «se qualcuno mi corre dietro chiamandomi “intellettuale”, non mi giro nemmeno. Mi volto – e rispondo – se mi si chiama per nome e cognome»[5]), egli vedeva e descriveva la mafia concretamente, denunciandone i punti deboli e le pericolose aderenze con la politica e le amministrazioni locali. Ne Il giorno della civetta Sciascia aveva scritto: «Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche: mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». Correva l’anno 1961 e molti in Italia ancora negavano l’esistenza di un sistema ordinato di regole e valori che rispondesse al nome di mafia. Piuttosto di quel sistema si aveva un’idea indistinta, vagamente mescolata ad una generica preunitaria idea di sicilianità. In ordine con la sua convinzione che la missione dello scrittore sia quella «di stare sempre contro il potere», ovvero quella di «criticare, molestare, insultare, attaccare, denunciare il potere»,[6] Sciascia non solo, tra i primi, ha delineato quello della mafia come un problema unitario, ma non ha esitato ad avanzare dubbi e perplessità sul modo in cui le istituzioni e le autorità competenti si sono contrapposti alla mafia. Se è stato tra i fautori e diffusori dello spirito antimafioso, parimenti non ebbe timore di rilevare errori e debolezze dello Stato e dei suoi uomini, pur conservando intatto il senso delle istituzioni e dei valori sui quali poggia il nostro sistema democratico. «Io ritengo che la lotta più efficace alla mafia si faccia nel nome del diritto, senza stati d’assedio, dando al cittadino la sua sicurezza». «La democrazia non è impotente a combattere la mafia. O meglio: non c’è nulla nel suo sistema, nei suoi principi che necessariamente la porti a non poter combattere la mafia, a imporle una convivenza con la mafia. Ha anzi tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia. Se al simbolo della bilancia si sostituisce quello delle manette – come alcuni fanatici dell’antimafia in cuor loro desiderano – saremmo perduti irrimediabilmente».[7]

Due episodi sono emblematici della forza incidente che aveva la voce di Sciascia, della sua capacità, voluta o non voluta, di suscitare un dibattito, di dividere le opinioni. In un articolo apparso sul Corriere della Sera il 10 gennaio1987, prendendo spunto dalla pubblicazione di un saggio sulla mafia e il fascismo scritto da un allievo dello storico inglese Denis Mack Shmith,[8] Sciascia avviava una riflessione sui pericoli di una lotta alla mafia slegata dai limiti della legalità. Il fatto che l’antimafia potesse trasformarsi in uno strumento di potere, com’era avvenuto durante il fascismo con il prefetto Mori, era un pericolo che lo scrittore siciliano paventava anche nell’Italia degli anni Ottanta: «può benissimo accadere in un regime democratico», scriveva, se prevale la retorica a scapito dello «spirito critico».[9] Guardando alla mafia (e all’antimafia) con gli occhi di chi l’ha sempre combattuta (l’articolo era preceduto dalle sue “credenziali”: brani tratti da Il giorno della civetta e A ciascuno il suo), anche quando a combatterla erano pochi, Sciascia sollevava «il problema della compatibilità fra autonomia individuale e lotta collettiva alla mafia».[10] Quell’articolo aprì una polemica che stenta ancora oggi a chiudersi. Sciascia fu accusato di aver infranto l’«unitarietà della lotta alla mafia», gli fu intimato di richiudersi «ai margini della società civile».[11]

L’altro episodio è legato alla morte del Generale Lorenzo Dalla Chiesa, ucciso a Palermo il 3 settembre 1982. Dopo aver guidato con successo la lotta al terrorismo, Dalla Chiesa era stato nominato prefetto di Palermo, a conferma di un cambiamento sostanziale sul fronte della lotta alla mafia. Questo cambiamento Sciascia intese bene e, come sempre, in anticipo: «Tra Portella della Ginestra e l’assassinio del generale Dalla Chiesa corre un grosso divario. Il rapporto di reciproca protezione tra uno stato in sclerosi di classe e una mafia in funzione di sottopolizia e avanguardia reazionaria, cui veniva lasciata a compenso l’esazione di determinati tributi, si è certamente infranto».[12] Tuttavia egli espresse sull’azione del generale un giudizio sfaccettato. Sebbene stimasse lo stimasse («Era un ufficiale dei carabinieri di vecchio stampo: onesto, leale, coraggioso. E intelligente»), Sciascia ritenne giusto, nel commemorarlo, riconoscerne anche i limiti: «Pirandello chiamava i morti “pensionati della memoria”: ma dobbiamo sempre pensionarli di verità, non di menzogna».[13] Secondo Sciascia il generale Dalla Chiesa era rimasto legato ad un modello interpretativo del fenomeno mafioso arretrato: «Non aveva capito la mafia», scriveva in un articolo su L’Espresso, « nella sua trasformazione in “multinazionale del crimine”, in un certo senso omologabile al terrorismo e senza più regole di convivenza e connivenza col potere statale e col costume, la tradizione e il modo di essere dei siciliani».[14] Questo giudizio, espresso a pochi giorni dall’omicidio, provocò gravi e comprensibili reazioni. Ancora una volta la capacità di leggere il presente col distacco dello storico si scontrava con le umane passioni che condannano la comprensione ad una costante attesa.

Rileggere Sciascia oggi è utilissimo per comprendere la storia del nostro paese, per così dire, dall’interno. Se la Storia è un succedersi di avvenimenti, di fatti concatenati, di azioni di uomini, non è possibile comprendere quella successione se si prescinde dalle cause sotterranee, sottocutanee, generatrici. Sulla storia della mafia, che costituisce una parte importante della storia italiana, il libro A futura memoria (se la memoria ha un futuro) dà un metro per misurare l’evoluzione culturale, in termini di sentire comune, della percezione di quella che Sciascia, parlando con Sandro Pertini definì «una piaga», della Sicilia e, quindi, dell’Italia tutta.



[1] [Le note seguenti riportano, laddove è citato un passo tratto da un articolo contenuto nel libro, il titolo della testata, la data di pubblicazione e la pagina corrispondente dell’edizione utilizzata]

[2] Corriere della Sera, 19 settembre 1982, p. 41

[3] «Detesto passare per profeta» scrisse Sciascia in un articolo apparso su L’Espresso il 20 febbraio 1983, «sono uno che sommando due e due dice che fa quattro», p. 57

[4] cfr L’Espresso, 6 marzo 1983, pp. 63-64

[5] «Non riesco a vedere gli intellettuali come corpo a sé, come categoria o corporazione, ma ho del mondo intellettuale una nozione così vasta da includervi ogni persona in grado di intelligere, di avere intelligenza della realtà», L’Espresso, 20 febbraio 1983, pp. 55-56

[6] Lo ricordava Gian Maria Volonté in una Conversazione con il giornalista Giovanni Petitti nell’ottobre ’94. L’attore, che sarebbe morto pochi giorni dopo (il 6 dicembre ’94), ha interpretato molti personaggi tratti da racconti o romanzi di Sciascia, e con lo scrittore siciliano ebbe modo più volte di incontrarsi e parlare

[7] Corriere della Sera, 26 gennaio 1987, p.139

[8] Christopher Duggan, La mafia durante il fascismo, Rubettino, ‘87

[9] Idem

[10] Lo ha ricordato Piero Ostellino, nell’87 direttore del quotidiano milanese, che allora difese Sciascia, vittima, secondo lui, di un «pensiero totalizzante». Corriere della Sera, 5 gennaio 2007

[11] In un comunicato del “Coordinamento Antimafia” nel 1987 era scritto: «collochiamo Sciascia, con tutta la nostra forza, ai margini della società civile». Il Coordinamento Antimafia fu una delle prime espressioni di lotta alla mafia della società civile

[12] Corriere della Sera, 19 settembre 1982, p.47

[13] L’Espresso, 20 febbraio 1983, p. 60

[14] Idem, p. 58

Riflessioni sul testo di Leonardo Sciascia, A futura memoria(se la memoria ha un futuro), Bompiani, Milano 2002 (prima ed. 1989)

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