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07/04/2007

Il libro comincia dalla fine, ovvero dall’immagine di Bernardo Provenzano dietro le sbarre di una prigione. Da qui partono Pietro Grasso, quasi quarant’anni in magistratura dedicati alla lotta contro la Mafia, e Francesco La Licata, giornalista che da sempre segue i temi legati al fenomeno mafioso, per introdurci al mondo di Cosa Nostra. Un viaggio avvincente, che viene proposto con una struttura narrativa estremamente agile: quella del dialogo, dell’intervista. Una forma colloquiale che ha il merito di rendere il libro snello, mai pesante, ma che al tempo stesso non cade nel tranello della confusione. Ne risulta un racconto estremamente lucido, ed il libro si dipana bene nei diversi argomenti affrontati. In particolare risaltano i racconti legati alla cattura del boss di Cosa Nostra, gli attimi concitati della decisione, delle scelte coraggiose, del successo definitivo.

E, come dicevamo, tutto parte da lì, dall’arresto di Provenzano avvenuto dopo una lunga serie di tentativi andati a vuoto, segno di un destino che per molto tempo è stato favorevole al boss, spesso in modo sospetto. Pietro Grasso racconta quei momenti con l’intensità di chi ha speso la propria vita nella lotta contro la Mafia, con il trasporto di chi ha abbracciato una missione e, tra vittorie e sconfitte, è riuscito alla fine a compierla, meritando il ringraziamento di tutti coloro i quali hanno a cuore la legalità ed il trionfo delle istituzioni.

Così ci ritroviamo insieme agli investigatori a seguire i diversi “postini”, a vivere gli attimi palpitanti in cui finalmente capiscono di essere sull’obiettivo, a condividere la gioia e l’emozione degli uomini della polizia nel momento in cui il vicequestore Cavaliere sfonda la porta di Montagna dei Cavalli mettendo fine ad una latitanza durata quasi mezzo secolo.

Ma al di là dell’aspetto emotivo, il libro ha anche il pregio di saper raccontare in modo lucido e comprensibile il fenomeno mafioso, i suoi meccanismi, le sue tradizioni. Ripercorrendo la storia di Provenzano, Pietro Grasso ha la possibilità di raccontare una parte della storia della Mafia, cinquant’anni di cambiamenti e di strategie diverse, come diverse sono le personalità che ne fanno parte, ognuna delle quali lascia una sua impronta. Al di là delle grandi strategie, dalla scelta stragista di Totò Riina, a quella dell’“invisibilità” di Bernardo Provenzano, la tradizione mafiosa, con i suoi riti e le sue abitudini, rimane immutabile. Anzi, il Procuratore Nazionale in alcuni momenti ci tiene a ricordare che, nonostante l’importanza delle vittorie ottenute dallo Stato, non bisogna abbassare la guardia perché la Mafia ha dimostrato e sembra dimostrare ancora una volta, un’incredibile capacità di rigenerazione, attingendo alla tradizione che ne ha determinato la “grandezza”. L’abilità di farsi accettare dalla popolazione, di costruire un sistema di consenso basato sulla convenienza, sulla paura e, in parte, sulla latitanza delle istituzioni, hanno consentito alla Mafia di crescere e di radicarsi sul territorio. La contiguità con i mondi della politica e dell’imprenditoria le ha garantito lungamente l’impunità e le ha consentito di accrescere il proprio potere. La capacità di annidarsi all’interno delle istituzioni, direttamente od indirettamente, e l’abilità nell’infiltrarsi e nel trovare “protezioni” persino all’interno degli ambienti istituzionalmente preposti alla lotta contro il fenomeno mafioso, le hanno spesso consentito di anticipare le mosse degli investigatori, vanificandone gli sforzi, e costringendoli ad azzerare le indagini e ricominciare daccapo.

Nei racconti delle “soffiate” che hanno salvato il boss, e delle presunte talpe all’interno degli ambienti investigativi, si avverte tutta l’amarezza di chi è costretto a guardare anche in casa propria per individuare le contingenze con il nemico.

Così come amaro è il capitolo che tratta della “politica inquinata”, l’appello inascoltato a non candidare persone “sospette” o “discutibili”, a dare un segnale forte, a dimostrare il coraggio di non intraprendere la strada più facile, quella che porta a non domandarsi da dove vengano i voti, e quale sarà il prezzo che alla fine dovrà essere pagato. Ma al mondo politico viene rimproverato anche il “reflusso” della fine degli anni ’90. Il 1997 rappresenta, per il Procuratore Grasso, l’avvio della normalizzazione, la presunta fine dell’emergenza dopo la risposta dello Stato al periodo “stragista”. La strategia “provenzaniana” dell’invisibilità da i suoi frutti: la depenalizzazione dei reati contro la pubblica amministrazione, la chiusura dei carceri di Pianosa e dell’Asinara, la depenalizzazione del falso in bilancio, la riforma della legge sui pentiti, e tante altre che caratterizzano la rinnovata vena “garantista” dello Stato. La polemica non è mai politica, di parte, è sempre tecnica, come è giusto che sia quando temi così complessi vengono affrontati da un “servitore” dello Stato, ma si avverte la consapevolezza e l’amarezza di chi comprende che in situazioni normali alcune garanzie potrebbero essere condivisibili, ma che non si è tenuto conto che la lotta alla Mafia non avviene in condizioni normali, bensì eccezionali, anche per la capacità di Cosa Nostra di agire sempre in un limbo, in una zona grigia, e sfruttare tutte le contraddizioni del sistema.

Una punta di amarezza si avverte anche nel capitolo dedicato al Palazzo di Giustizia di Palermo, in cui Pietro Grasso ripercorre gli anni passati nel capoluogo siciliano, prima come procuratore aggiunto, poi come magistrato giudicante, infine alla direzione della Procura. Un ambiente difficile, fatto di fughe di notizie, maldicenze, calunnie, veleni, che non risparmiano nessuno da Pietro Scaglione a Gaetano Costa, da Falcone allo stesso Grasso, evidenziando la capacità della Mafia di difendersi attraverso la delegittimazione delle istituzioni ottenuta gettando discredito sui propri oppositori. Persino chi ha dato la vita per la difesa dello Stato viene sospettato di essere rimasto vittima di un meccanismo al quale si era avvicinato troppo. Ancora una volta la Mafia dimostra una capacità incredibile di sfruttare le debolezze umane, in particolare l’invidia, e l’avidità (di soldi o di potere), per contrastare lo Stato ed i suoi uomini migliori.

Fortunatamente le istituzioni sono composte soprattutto da galantuomini, da persone che hanno abbracciato degli ideali, dei valori, che li portano ad essere integerrimi servitori dello Stato, più forti di qualunque maldicenza, perché il loro obiettivo non è l’onorabilità personale, ma la difesa della Libertà e della Giustizia. La consapevolezza di lottare per un fine superiore consente loro di trovare la forza per superare i momenti difficili e guardare avanti. Perché la Mafia è già proiettata al futuro, e risponde alle sfide della globalizzazione, dimostrando, ancora una volta, di essere capace di sfruttare i cambiamenti della società, attraverso la forza delle proprie tradizioni.

P. Grasso; F. La Licata; Pizzini, veleni e cicoria , prefaz. di E. Macaluso, Feltrinelli, Milano 2007.

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