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05/11/2007

«Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana»

(J. F. Kennedy, frase citata spesso da G. Falcone)

Conoscere la mafia

Che cos’è la mafia? Una domanda apparentemente semplice, a cui Giovanni Falcone - nel libro “Cose di cosa nostra”, scritto in collaborazione con la corrispondente di Le Nouvel Observateur, Marcelle Padovani (la prima edizione è del novembre 1991) – dà risposte semplici, immerse in un ragionamento molto più complesso. Che tiene insieme una visione della realtà, e dell’uomo stesso, che non può prescindere dal suo contesto sociale, culturale, politico, spingendosi a varcare i confini di scienze come la psicologia e l’ento-antropologia. Di cui il fenomeno mafioso, per il giudice palermitano, è profondamente impregnato. «Per quanto possa sembrare strano, la mafia mi ha impartito una lezione di moralità», scrive Falcone in un passaggio del libro, tentando di descrivere il suo (complesso) rapporto con quello che non esita a chiamare, per primo e senza giri di parole, lo «Stato-mafia». Uno stato “parallelo” a quello rappresentato dalle istituzioni. Ma i cui meccanismi arrivano spesso a sopperire le carenze di uno Stato distratto e burocratico, fino a rimpiazzarlo in tutte le sue funzioni e i suoi gangli vitali: l’assistenza ai cittadini, il deficit di istruzione, la mancanza di lavoro e di prospettive per i giovani. Un vuoto di Stato, a partire dalla progettualità di vita di ciascuno, che i mezzi a disposizione della mafia (oltre alla sua forte capacità attrattiva, per il mix di terrore e potere di cui dispone) non faticano a colmare. Tanto che, per il magistrato, la mafia «a pensarci bene, non è altro che espressione di un bisogno di ordine e quindi di Stato».

E Falcone non teme di spingersi dentro, fino a sviscerare i minimi dettagli di questo Stato-altro, più che anti-Stato (semmai, Stato-parallelo), che nella sua Sicilia gli pare allungarsi come una nuvola piena di cattivi presagi in tutte le direzioni: dal mondo dell’agricoltura a quello dell’economia e della finanza, dalla politica al business della droga e alle “connection” con le altre realtà criminali, italiane e straniere, pur molto diverse dalla natura e dal “codice morale” prettamente mafiosi. Ma per capire l’essenza stessa della parola “mafia”, bisogna fare un passo indietro. E chiederci, prima di tutto: chi è il mafioso? Anche qui, la risposta che l’autore dà è semplice, e insieme disarmante nella sua semplicità. Anzitutto, l’uomo di Cosa nostra è uno scettico e un pragmatico. Un uomo che attribuisce scarso valore alla vita altrui,  «ma anche alla propria». E per questo è costretto a vivere «in uno stato di perenne allerta», seguendo la massima del cattolicesimo antico: «Fratello, ricordati che devi morire». Il pragmatismo, e quindi non un eccesso di protagonismo o di inutile sadismo, è quindi l’autentica motivazione alla base anche degli omicidi più efferati: la mafia uccide quando capisce che è in ballo la sua esistenza. E, quando lo fa, è sempre per un istinto di auto-conservazione della specie: non esistono parenti, amici, legami che, per quanto potenti e ammirati, possano trovare scampo, una volta che il loro destino è segnato. «In certi momenti questi mafiosi mi sembrano gli unici esseri razionali in un mondo popolato da folli. Anche Sciascia sosteneva che in Sicilia si nascondono i cartesiani peggiori…», annota Falcone.

Il rapporto con i pentiti

Scrostando pregiudizi, luoghi comuni e tutta la retorica che circondano il ritratto dell’Uomo d’onore siciliano, l’animatore del pool anti-mafia compie un’operazione che sa, lui per primo, essere fonte di incomprensioni e di attacchi strumentali. Ma a cui sceglie di non sottrarsi, a partire dal suo complesso rapporto con i pentiti di Cosa nostra: Michele Greco, Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Antonino Calderone, per citare i più noti. Da cui esige il rispetto dovuto allo Stato, e per questo «niente sguardi di intesa, niente rapporti basati sul tu», ma che contraccambia non ricorrendo mai all’umiliazione gratuita, al vacuo esercizio di potere. Bensì riconoscendo sempre al “vinto” la sua dignità di uomo, anche nel momento della caduta. «Ho collaborato con Falcone perché è uomo d’onore», dirà sorprendentemente il pentito Calderone ai giornalisti. Quello che rende il giudice di Palermo speciale rispetto a tutti gli altri inquirenti e probabilmente ne attirano anche l’invidia, è la perfetta conoscenza che Falcone ha non solo dei processi, delle logiche e della strategia mafiosa, ma anche dei suoi codici comportamentali, gestuali e linguistici. «Il nostro lavoro di magistrati consiste anche nel padroneggiare una griglia interpretativa dei segni. Per un palermitano come me, rientra nell’ordine naturale delle cose». Ed è solo grazie alla conoscenza di questo alfabeto mafioso non scritto se nel 1984, nel suo primo incontro in un commissariato brasiliano con l’appena arrestato Buscetta, Falcone intuisce al volo, da parte del “boss dei due mondi”, «un segnale inequivocabile di pace e di apertura». Da allora, il rapporto con Buscetta, proprio perché fondato su una sorta di “codice”, diverrà paradigmatico di tutti quelli con i “collaboratori di giustizia” che avranno a che fare con il giudice. Che, non di rado, saranno loro stessi a ricercare. Segno di un’apertura di credito conquistata con fatica e basata su un prestigio che, anche dall’altra parte della barricata, Falcone si è innegabilmente ritagliato.

«Tutto è messaggio, tutto è carico di significato nel mondo di Cosa Nostra, non esistono particolari trascurabili. E’ un esercizio affascinante che esige tuttavia un’attenzione sempre vigile». Un’attenzione che gli permetterà di comprendere la sotterranea, e poi sempre più sanguinosa, guerra in atto tra “corleonesi” e “palermitani” per il predominio in Sicilia. E di tratteggiare l’organigramma di Cosa Nostra, dal nucleo primario della “famiglia” fino a quella Cupola di cui molti hanno continuato, in buona fede o meno, a negare per parecchi anni l’esistenza. E che lo porterà a produrre una definizione ineccepibile della Mafia: «Non frutto abnorme del solo sottosviluppo economico, ma prodotto delle distorsioni dello sviluppo stesso. A volte articolazione del potere, a volte antitesi dello Stato dominatore. E, comunque, sempre un alibi».

Il dovere di un servitore dello Stato

La mafia come alibi, come via più breve, seppur talvolta quasi “obbligata” nel Meridione, per proteggere se stessi e preservare i propri interessi economici e di potere, è il primo legame da spezzare. Ed è il messaggio-testamento che questo lucido diario consegna a chi sceglie, come missione, di dedicare la propria vita alla lotta alla Mafia. Per questo le parole apparentemente più dure Falcone le riserva per ammonire quanti, tra i servitori dello Stato, si sono esposti in prima senza prendere precauzioni, o confidando troppo in se stessi, trasformandosi in bersagli ancor più facili da eliminare. Questo non perché Falcone - assassinato il 23 maggio 1992 a Capaci con una carica di 500 chili di tritolo, nell’attentato che costò la vita anche alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro – si illuda che le scorte, le auto blindate, la massima riservatezza nello stile di vita possano fare del magistrato un uomo invincibile. Tutt’altro. Proprio perché sa quanto sia esposta, vulnerabile, sempre a rischio e piena di insidie la vita da “questa” parte della barricata, sente come primo dovere di un giudice, inderogabile, quello di tutelare la propria sopravvivenza: «Chi rappresenta l’autorità dello Stato in territorio nemico, ha il dovere di essere invulnerabile. Almeno nei limiti della prevedibilità e della fattibilità». Perché salvarsi la vita significa anche, se non soprattutto, mettere al riparo i risultati di anni di lavoro sul campo e di faticose indagini. «Solo il rigore professionale di magistrati e investigatori darà alla mafia la misura che la Sicilia non è più il cortile di casa sua». Ed è per questo che Falcone non esita a rievocare, laddove lo ritiene necessario ed esemplare in senso positivo o meno, il comportamento di colleghi e funzionari di polizia impegnati come lui, e prima di lui vittime, «nella guerra» alla mafia: Cesare Terranova, Rocco Chinnici (fatto saltare in aria nel 1983 con un auto imbottita di tritolo parcheggiata sotto casa sua, definito da Falcone «il morto più naturale»), Ninni Cassarà, il generale Dalla Chiesa e tanti altri. Alcuni morti per aver sottovalutato l’avversario, altri per essersi troppo isolati, altri ancora semplicemente per essere caduti in trappola o per aver inseguito il sogno di una vita “normale”. Incompatibile con la professione scelta dal magistrato in quanto, per Falcone, «normalità significa meno indagini, meno incisività, meno risultati». Ed è per questo che le ultime righe a cui affida la chiusura del capitolo IV° potrebbero splendidamente riassumere il senso della sua missione: «La mia grande preoccupazione è che la mafia riesca sempre a mantenere un vantaggio su di noi».

Giovanni Falcone, Cose di Cosa Nostra, in collaborazione con Marcelle Padovani, Rizzoli 1981

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