Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

DOCUMENTI
RECENSIONI
INTERVISTE
ARCHIVIO
FORUM
Archivio home > Dossier Bioetica > Putin e l’11 settembre ceceno
Articolo
03/08/2009
Abstract
Un conflitto spiegabile come la continuazione, in tempi moderni, dell’imperialismo russo contro le emergenti rivendicazioni nazionali al suo interno è stato abilmente trasformato e propagandato dall’intelligence russa, con il supporto americano, come la lotta di Mosca contro la colonna di Bin Laden in Asia Centrale. Un capolavoro politico e mediatico di Putin ed anche un lavoro in tandem con l’ex nemico d’un tempo.

L’11 settembre 2001 la fase post-guerra fredda dei rapporti USA-Russia assumeva, per dirla con le parole di Colin Powell, Ministro della Difesa USA, “cambiamenti di ampiezza epocale”1.

Mentre il presidente americano George W. Bush dichiarava la guerra contro l'Afghanistan, dando inizio alla crociata globale contro il terrorismo islamista, il suo omologo russo, Vladimir Putin, offriva al nemico di un tempo l’appoggio all’operazione militare, la facoltà di utilizzare liberamente lo spazio aereo russo, la cooperazione dell’intelligence del fu Kgb con i servizi statunitensi e la possibilità di usare basi russe in Asia Centrale, sfruttando così il posizionamento strategico che l’Unione Sovietica aveva costruito durante la sua guerra afghana.

Sembrava essere arrivata, dunque, una nuova stagione geopolitica per il mondo, anche se non mancavano, all’interno, critiche militari e diplomatiche a Putin per la decisione appena presa.

In realtà, però, la strategia del presidente russo prevedeva una contropartita molto ghiotta: la Cecenia.

La seconda guerra russo-cecena, iniziata nel 1999, vedeva contrapposti l’esercito di Mosca, spesso accusato di utilizzare la violenza repressiva ben oltre la violazione dei diritti umani2, e gruppi combattenti ceceni, che vedevano al proprio interno, nella definizione comune, dei separatisti moderati e dei gruppi radicali legati al wahabismo: sarà proprio quest’ultima componente a favorire la strategia della propaganda russa post-11 settembre, a risemantizzare e ridefinire a posteriori il carattere del conflitto in corso e ad “occidentalizzarne” le motivazioni.

Se già dal 1999 la Russia definiva, di consueto, i gruppi ceceni “bande illegali di terroristi” 3, il primo obiettivo comunicativo, ma soprattutto di sostanza, del governo russo dopo gli attacchi alle Twin towers era quello di ottenere il riconoscimento internazionale dello status di terroristi ai ribelli ceceni, che, in termini politici, avrebbe significato, per l’America e i suoi alleati, chiudere un occhio sulla violenza della repressione russa; obiettivo quanto mai significativo, anche in ottica dell’avvicinamento russo alla NATO e all’UE4.

D’altronde la propaganda russa non mancò di far circolare notizie ad hoc per il proprio scopo: nei giorni successivi agli attacchi di New York, il servizio di sicurezza russo affermava di aver catturato un fuoriuscito ceceno in possesso dei piani degli attentati dell’11 settembre e successivamente di aver trovato in Cecenia dei CD ROM con istruzioni per il pilotaggio di aerei Boeing5.

Come spiegava Oleg Kalugin, ex spia del Kgb, «a Putin interessa[va] dimostrare agli americani e al mondo che la guerra in Cecenia non è stato un crimine contro l’umanità, ma una battaglia contro il terrorismo. E dunque il Cremlino sarà prodigo di informazioni utili a rintracciare la mano di Osama e della sua rete Al Qaeda fin quando portano in Cecenia. (…) Una sciocchezza»6.

In un mondo scosso dalla paura e disorientato dalla novità del conflitto contro un nemico senza volto e scrupoli, la risemantizzazione putiniana aveva un’occasione unica di successo.

Come scriveva Sandro Viola sulla prima pagina de La Repubblica del 22 settembre 2001: «(…) il caso ha offerto a Vladimir Putin un’insperata opportunità. Poter finalmente occultare, sotto le macerie di New York e Washington, la barbarie della condotta russa nelle due guerre cecene. Le violenze (quando non si tratta di tortura) nei confronti dei civili, le distruzioni, i rastrellamenti, l’estrema miseria nei campi profughi. (…) l’offensiva terroristica contro gli Stati Uniti ha mutato l’ottica dell’opinione pubblica internazionale. Putin può adesso presentare i capi della guerriglia nel Caucaso come tanti Bin Laden e argomentare che la Russia è stata la prima a muovere in battaglia contro il terrorismo islamico fondamentalista»7.

Già nel 1999 molti osservatori internazionali avevano parlato del conflitto in Cecenia come di una “guerra elettorale” per Putin; nel 2001 essa si trasforma in una “guerra mascherata”, le cui motivazioni sono sostanzialmente accettate dalla comunità internazionale, prima fra tutti l’ex potenza nemica, con il suo Commander in chief Bush.

Sarà proprio l’Amministrazione Bush, confermando le posizioni espresse dalla propaganda russa, a chiedere alla Cecenia di «rompere ogni rapporto con organizzazioni terroristiche come quella di Osama bin Laden e della sua rete Al Qaeda»8.

Grazie a queste parole, la guerra in Cecenia diviene parte della guerra globale. Nel novembre 2001 in un sondaggio fatto su cittadini russi il 55% degli intervistati si diceva convinto che con la politica di solidarietà e riavvicinamento russa gli occidentali sarebbero stati più tolleranti nei confronti delle operazioni contro i ceceni e il 62% diceva che i paesi occidentali avrebbero riconosciuto i ceceni come dei terroristi: un riconoscimento dell’opinione pubblica per la strategia di successo del presidente Putin9.

Nei media internazionali, la parola “terroristi” venne sempre più spesso associata ai ceceni, fino ad essere onnipresente nelle notizie riportate sul conflitto. Così una manovra propagandistica attorno a una “guerra calda” fece compiere un ulteriore passo verso la fine definitiva dell’antica “guerra fredda”.

1 Cit. In J. Allaman, Cecenia. Ovvero l'irresistibile ascesa di Vladimir Putin, Fazi Editore, 2005

2 Non è compito di questo breve articolo la descrizione degli eventi più scabrosi del conflitto, che sono comunque, oggi, sufficientemente noti.

3 Cfr. G. Priulla, Raccontar guai, Rubbettino, 2005.

4 Cfr. E. Diodato (a cura di), Comunicazione e politica internazionale, Rubbettino, 2004.

5 Cfr. J. Allaman, op.cit..

6 C. Bonini, L’uomo del Kgb accusa Saddam: la sua mano dietro l’attentato, in «La Repubblica», 5/10/2001, pag. 12.

7 S. Viola, L’occasione di Putin nella guerra di Bush, in «La Repubblica», 22/09/2001, pag. 1.

8 Cfr. F. Heisbourg, Iperterrorismo. La nuova guerra, Meltemi, 2002.

9 Cfr. Y. Levada-M. Mendras, L’alliance opportuniste de Vladimir Poutine et George W. Bush, in «Esprit», agosto-settembre 2002.