Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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05/11/2007

La mafia non è affatto invincibile. La mafia è  un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.
Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.

Giovanni Falcone

La disperazione peggiore di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile.
Corrado Alvaro

Definire qualcosa è il primo passo per conoscere un problema e risolverlo. Definire qualcosa non è facile, perché bisogna saper cogliere il tratto distintivo dell’oggetto e non quello di contorno. Le definizioni cambiano con il cambiare dell’osservatore e quindi bisogna scegliere la definizione più utile.

Definire la Mafia è essenziale in Italia come ormai, purtroppo, in tutto il mondo oggi globalizzato.

Sulla Mafia i malintesi sono sempre stati molto facili e frequenti data la particolarità del fenomeno, e non solo all’estero, in culture diverse dalla nostra.

Possiamo dire che la Mafia non è semplice delinquenza; possiamo dire che la Mafia non è semplice terrorismo, e non è semplice eversione politica.

Capire cosa fosse la Mafia prima, e cosa è oggi, è stato difficile anche in Italia.

Fatto estremamente indicativo, la parola “Mafia”[1] è stata coniata dalla società ufficiale, legale, cioè dall’esterno dell’organizzazione e non dai suoi stessi componenti, che non la usavano mai, se non in circostanze particolari[2].

Le sue origini storiche, con difficoltà, le possiamo far risalire al XVIII o XIX[3] secolo, ma il fenomeno, che è mutato, è stato compreso appieno solo negli ultimi trenta anni[4]. Questo perché è un fenomeno che riguarda la natura stessa della società e della politica.

Possiamo dire che la Mafia è una associazione di individui che cooperano segretamente ed in contrasto con le leggi e il potere dello Stato per procurarsi vantaggi[5].

Sarebbe lungo ripercorrere le origini storiche del fenomeno, ma qualche cenno è indispensabile per darne una idea chiara e comprensibile: la Mafia è la realizzazione di una evoluzione socio-economica particolare[6].

Come la Storia ci insegna[7], in termini molto generali possiamo dire che nell’Europa moderna il potere economico e politico detenuto dagli aristocratici per diritto ereditario è lentamente passato, con un percorso certamente non lineare né omogeneo, nelle mani di una nuova categoria di individui legittimati al potere dal possedere ingenti somme di denaro da investire e capacità utili al fine di aumentare molto più efficacemente che in precedenza la loro produzione e ricchezza. Criticato, avversato o osannato, questo sistema, definito “Capitalismo” o, più tardi, “Industrializzazione”, è caratteristico della storia e dell’economia moderna e nei secoli ha prodotto la sua cultura e la sua regolamentazione giuridica, più o meno sviluppata e funzionante a seconda dei Paesi.

Come tutti i fenomeni ciò ovviamente non poteva avvenire con le stesse modalità in ogni zona d’Europa. La Sicilia, inoltre, e tutto il Meridione d’Italia, erano regioni con caratteri tra loro simili e allo stesso tempo diversi da tutti quelli che grosso modo accomunavano l’Europa continentale e settentrionale[8].

La fine del ruolo storico dell’aristocrazia nel Sud dell’Italia ha avuto così dei caratteri particolari: l’aristocrazia del Meridione era già dal 1600 fuori dai grandi commerci dell’Europa centrale e da quelli verso l’Atlantico[9], era malgovernata da secoli per molteplici ragioni[10]/[11]e quindi priva di moderna cultura economica ed anzi, tranquilla e un tantino orgogliosa della sua inattività[12]/[13].

Se in alcune zone d’Europa l’aristocrazia si era in parte trasformata in classe imprenditoriale, questo in Sicilia e al Sud era impensabile (anche nel senso letterale: gli aristocratici non ci pensavano proprio, pur avendo notevole conoscenza di cosa avvenisse nel resto d’Europa[14]). L’aristocrazia, però, era inerte anche in molti altri Paesi, come in Francia e ancor più in Germania e Austria, dove, però, o una nascente classe mercantile, o la lungimiranza di governanti molto più accorti, avevano permesso di eliminarne o ridurne enormemente il potere, inaugurando comunque una nuova fase storica.

Nei Paesi più dinamici l’aristocrazia aveva infatti dovuto cedere gradualmente, o dopo rivoluzioni politiche, il proprio potere sotto la spinta di una potente e capace classe mercantile, mentre nell’Europa settentrionale e centro-orientale i sovrani illuminati avevano, seppur a fatica, spianato la strada alle nuove classi emergenti arrivando a ridurre pesantemente il ruolo dell’aristocrazia terriera nel corso del XIX° secolo[15].

Nel meridione d’Italia dal 1600 l’aristocrazia e i vecchi rapporti economici feudali cominciavano a entrare in una crisi sempre più profonda, fino ad arrivare ad una sostanziale paralisi economica che avrebbe garantito nel migliore dei casi la sola sussistenza alle masse povere; non solo l’aristocrazia era immobile culturalmente e politicamente, ma la classe politica era inerte e l’accumulazione dei capitali e gli investimenti nel settore agricolo non erano praticati[16]; i proprietari terrieri si disinteressavano dell’ammodernamento tecnico[17] e economico delle proprie terre, accontentandosi di guadagni minori di quelli possibili, ma garantiti; in una maniera forse simile a quanto verificatosi in altri Paesi entrati in contatto con l’economia mercantile-capitalistica senza passaggi intermedi (si pensi alla Cina, al Giappone, ma anche alla Russia), la classe dominante in disfacimento, arroccata nei castelli o nelle città, lasciava, o si faceva togliere, le redini del potere politico ed economico a vantaggio di una componente della popolazione sempre più cosciente della propria estrema miseria e dell’intenzione di riscattarsi da secoli di violenza, povertà e pesanti soprusi.

Bande di individui cresciuti in condizioni di vita drammatiche, ma che avevano acquisito il controllo della gestione delle zone rurali per conto dei possidenti o malgrado essi, acquisivano così i caratteri di gruppo socio-economico dominante a scapito della massa contadina più misera.

Ecco perché, nel 1800, si presentava nel Meridione d’Italia il ben noto e tristissimo quadro di città fiorenti abitate da aristocratici di grande prestigio e di campagne in rovina dove dominava la povertà e il governo delle bande di “campieri”[18]; ma questo ultimo aspetto, si badi, allora non si conosceva ancora fuori da quelle zone; tale era l’abisso di isolamento in cui molte terre del meridione erano sprofondate, che la stessa esistenza di particolari organizzazioni sociali aventi lo scopo di garantire l’ordine e l’accaparramento delle risorse erano sconosciute all’insieme dell’opinione pubblica (ammesso che si potesse parlare di opinione pubblica già nel periodo post-unitario), come avrebbero continuato ad essere non comprese del tutto almeno fino agli anni ’50 del secolo scorso.

Il ruolo di mediatori sociali tra proprietari terrieri e masse rurali e la natura parassitaria dell’azione economica di questa categoria di nuovi capi locali e amministratori[19] delle varie zone diventavano le caratteristiche tipiche di tutto il meridione d’Italia[20]; e d’altronde gruppi che si trovavano ad amministrare terre lasciate sostanzialmente abbandonate per parecchi secoli non potevano avere natura diversa da quella di parassiti, spinti a trarre il massimo da una economia scarsamente produttiva e desiderosi di passare da vittime di prepotenze a dominatori[21].

La contemporanea assenza di interesse da parte dei proprietari e di responsabilità da parte della classe politica spiega infine facilmente perché l’ordine e la giustizia potevano essere amministrati da queste stesse organizzazioni.

Il fatto per me più impressionante a proposito della Mafia è che quando il fenomeno mafioso ha cominciato ad essere studiato in maniera sistematica anche sotto l’aspetto giudiziario[22], sull’onda di fatti di sangue sempre più gravi avutisi dagli anni ’70 del ‘900, si è appreso che la Mafia non si chiamava Mafia in Sicilia, ma aveva un nome preciso che la identificava come una formazione sociale completa: “La Cosa Nostra”.

Il nome può non significare molto per i più, se non evocare l’idea di un gruppo attivo per garantirsi egoisticamente la sopravvivenza; in realtà questo nome ci dice molto, molto di più: con “Cosa” si indica lo Stato sin dal tempo dei latini: la repubblica era la “res publica”, la “Cosa pubblica”, come si dice anche oggi, cioè lo strumento del benessere collettivo; contrapposta al “regnum”, originato sempre dalla parola “res”, ma senza aggiunte, perché il re (“rex”, sempre da “res”) era l’unico proprietario, in senso personale, della “res”[23]

In questo senso la Mafia è considerata dai suoi membri una entità di governo politico[24] della società, uno Stato; per di più uno Stato avente lo scopo di garantire la sicurezza e la prosperità dei soli associati e in maniera occulta, da cui l’aggettivo “nostra”.

A ben vedere il ruolo della “Cosa Nostra” in Sicilia e delle altre organizzazioni similari in Campania o Calabria è stato per lungo tempo quello di dare delle regole chiare di comportamento e quindi organizzare la società; è vero quindi che in una piccola misura le “Mafie” garantivano il diritto, ma il diritto dei più forti e prepotenti, che però, agli occhi dei contadini, era sempre meglio del sopruso dei possidenti; più correttamente le mafie garantivano l’ordine sociale e quindi la tranquillità così come una certa protezione dei più deboli[25], allo scopo di mantenerne il consenso; tutto ciò, però, inevitabilmente attraverso l’affermazione illimitata dello strapotere della gerarchia mafiosa che continuava a tenere le masse agricole in uno stato di soggezione totale.

Per questo motivo sono state ampiamente rigettate negli ultimi decenni le immagini romantiche e risibili della Mafia del periodo pre-unitario che, prima di perdere una sorta di originaria purezza, sarebbe stata composta di “uomini d’onore” animati da grande saggezza e senso di giustizia, tale da autorizzarli all’uso della forza quando necessario[26]; tuttavia questo aspetto ha avuto, come spesso accade, due facce: se era inaccettabile paragonare la Mafia a un sistema di governo moderno, d’altra parte l’errore più grave è stato quello di ignorare per lunghissimo tempo il livello di considerazione che la popolazione più sottomessa aveva verso i capi dell’organizzazione, il senso di affidamento e di sicurezza che essi davano alla massa, per cui la popolazione rurale accettava tale sistema di dominio come il più naturale e il più conveniente[27]; per decenni si è, spesso volutamente, equivocato sulla nozione di “omertà”, spiegando che le popolazioni sottomesse alle mafie non potevano ribellarsi per paura, quando invece molti già sapevano che l’omertà non è che la deliberata e consapevole volontà di coprire i colpevoli di un reato per proteggerli, in quanto considerati pubblici benefattori; si è ignorato (e si è voluto ignorare) che le organizzazioni mafiose nelle grandi città, specie dopo il Secondo conflitto mondiale[28], davano ormai lavoro quasi a tutta la popolazione non agiata e aiutavano molto meglio dello Stato chiunque ne facesse richiesta, ovviamente in cambio di obbedienza.

In base a queste considerazioni direi quindi che si può riprendere una acuta definizione di Sciascia[29] affermando che la Mafia è una associazione segreta organizzata allo scopo di controllare il territorio, l’economia e la società a vantaggio dei propri affiliati.

Da questo insieme di caratteri specifici delle mafie, e di quella siciliana in particolare, si possono credo trarre anche elementi per capire come si è evoluta l’organizzazione negli ultimi anni e come si è potuto o si potrà colpirla e forse eliminarla in futuro.

Da fenomeno esclusivamente rurale e relegato nelle zone interne del Sud, la Mafia si è trasformata in fenomeno cittadino[30], controllando la massa della popolazione economicamente debole e arrivando ad essere la principale forza economica delle moderne città nei decenni dello sviluppo economico post-bellico.

Si può sostenere che essa si è evoluta parallelamente all’economia legale, passando da una attività all’altra: dallo sfruttamento dei campi al contrabbando di sigarette, alla speculazione edilizia degli anni ’60-’80 del ‘900, allo spaccio di droga e armi, alla speculazione sulle opere pubbliche, al controllo finanziario dell’economia, e non solo più quella delle zone di origine, al grandissimo affare dello smaltimento dei rifiuti, oggi drammaticamente attuale.

Fino al punto che l’iniziale separazione tra economia legale e illegale è venuta scomparendo, per il fatto che i capitali accumulati dalle mafie illegalmente sono stati sempre più investiti in attività legali, rendendo difficilissimo (a meno di un coordinamento internazionale, che non c’è) individuare il percorso del denaro sporco e inquinando l’economia di intere nazioni.

Ultimo aspetto, non meno grave, con il maturare della società politica e i moderni sistemi democratici, le mafie hanno dovuto sempre cercare la collaborazione della politica e hanno sempre conservato un forte controllo sulle scelte elettorali della popolazione.

In rare circostanze, di fronte a cambiamenti improvvisi e profondi del quadro politico che le hanno fatto mancare contatti e riferimenti, la Mafia, quella siciliana in particolare, è ricorsa al terrorismo e all’eversione politica per cercare nuovi alleati o esercitare pressione sul sistema: esempi ben noti sono il ruolo dell’organizzazione mafiosa nella riuscita dello sbarco Alleato del 1943, l’appoggio a frange dell’indipendentismo siciliano tra il 1945 e il 1947, la strage di Portella della Ginestra del 1947, le stragi e gli attentati dell’estate del 1993, il parallelismo, se non fiancheggiamento, verso gruppi e organizzazioni segrete che cospiravano contro la democrazia nel corso degli anni ’70 e ’80 del ‘900[31].

Nel corso di questi stessi anni, peraltro, da imprese di stampo familiare dedite ad attività illecite su scala regionale le mafie si sono trasformate in corporazioni finanziarie internazionali[32], costituendo una branca alternativa di attività economica che si è sviluppata sempre più a livello planetario legandosi con le altre mafie dei Paesi in via di sviluppo; tutte queste attività economiche, però, sono sempre state accomunate da un tratto caratteristico: il fatto di agire in modi ed in settori in cui la logica del mercato e della concorrenza non è rispettata. E ciò permette sempre più l’instaurarsi di legami perversi tra mafie e settori dell’economia che non riescono a crescere.

Le mafie non sono il prodotto inevitabile dell’economia moderna, sono il fallimento di essa; sono scarti della vecchia economia feudale[33] che non vuole adattarsi all’economia del rischio; la Mafia è sempre una scorciatoia verso un guadagno rapido, facile e senza rischi; il mafioso è la caricatura del borghese dove non può esserci borghesia[34]/[35]; per questo si sviluppa nelle società economicamente arretrate e tra le classi prive di opportunità; ma se la struttura economica è debole, la Mafia arriva anche al vertice di essa e inquina i settori elevati della società.

Per queste ragioni ritengo che la definizione di Mafia come di un cancro sia particolarmente indovinata: è uno sviluppo impazzito che tutto divora, squilibrando la distribuzione della ricchezza e aumentando a dismisura l’ingiustizia.

In questa logica è chiaro che l’azione volta a sradicare un fenomeno così connaturato con la storia di un territorio deve agire su più fronti: le migliori armi contro le mafie le distinguerei in armi immediate e a lungo termine, ma tutte indispensabili: attività di polizia, repressione, sequestro dei beni, blocco del riciclaggio di denaro sporco e controllo degli appalti come rimedi immediati; scuola efficiente, riferimenti sociali, occupazione, cultura, sviluppo economico, valori come rimedi a lungo termine.

Il punto, io penso, è che vincere o perdere la lotta contro la Mafia, le mafie, è facile o difficile come lo è per tutti i fenomeni sociali[36]: se c’è una forte coscienza dei diritti, del senso della società, degli obiettivi comuni da perseguire non può esistere né nascere un fenomeno mafioso; cose elementari, dunque, ma anche le più difficili da costruire.



[1] Leonardo Sciascia, “Mafia”, “Libération”, 30 dicembre 1976. Si vedano anche le definizioni, che negano il fenomeno, di G. Pitrè (1841-1913) e L. Capuana (1839-1915).

[2] M. Padovani intervista L. Sciascia, “La Sicilia come metafora”, Arnoldo Mondatori Editore, 1979, p. 28.

[3] A. Giardina G. Sabbatucci V. Vidotto, “Manuale di Storia, 2. L’età moderna”, Capitoli 8-10 e Cap. 15.

[4] F. Calvi, “La vita quotidiana della mafia dal 1950 a oggi”, Biblioteca Universale Rizzoli, seconda edizione, dicembre 1989. Si leggano anche le deposizioni dei principali imputati al Maxiprocesso di Palermo. M. Padovani intervista G. Falcone, “Cose di Cosa Nostra”, Milano, Rizzoli Editore, 1992.

[5] Riprendo, ampliandola, la definizione di L. Sciascia in “Mafia”, op. cit..

[6] L. Sciascia in “Mafia”, op. cit..    

[7] A. Giardina G. Sabbatucci V. Vidotto, op. cit..

[8] Università “la Sapienza”, Roma, Cattedra di Storia del Risorgimento, Prof. G. Aliberti : “La civiltà economica dell’Europa contemporanea: le premesse”, a cura di F. di Lauro e R. Parrella, A.A. 1992-’93.

[9] A. Giardina G. Sabbatucci V. Vidotto, op. cit..

[10] A. Giardina G. Sabbatucci V. Vidotto, op. cit..

[11] Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo”,  Universale Economica Felrinelli, quinta ed., aprile 1963, p.121

[12] Giuseppe Tomasi di Lampedusa, op. cit., p.121-122.

[13] Leonardo Sciascia, “Il Consiglio d'Egitto”, Adelphi, Milano, 1989 pp. 73-89.

[14] Ibidem.

[15] A. Giardina G. Sabbatucci V. Vidotto, op. cit..

[16] Università “la Sapienza”, Roma, Cattedra di Storia del Risorgimento, Prof. G. Aliberti, op. cit..

[17] Ibidem.

[18] L. Sciascia in “Mafia”, op. cit..

[19] Giuseppe Tomasi di Lampedusa, op. cit., p. 124.

[20] L. Sciascia in “Mafia”, op. cit..

[21] Ibidem.

[22] Molto istruttive anche in questo caso le deposizioni dei principali imputati al Maxiprocesso di Palermo. M. Padovani intervista G. Falcone, op. cit..

[23] T. Martines, “Diritto Costituzionale”, Giuffrè, Capp. I-II, 2003.

[24] T. Martines, op. cit., in particolare.: definizione di organismi sociali “politici”.

[25] F. Calvi, op. cit., p. 114, dove si racconta di un mafioso che regala, in più occasioni, appartamenti nuovi a povera gente che viveva per strada.

[26] Si vedano ancora le romantiche quanto improbabili descrizioni di G. Pitrè.

[27] M. Padovani intervista G. Falcone, op. cit..

[28] Già dal 1800 comunque una grande parte dei funzionari pubblici locali erano sotto il ricatto delle organizzazioni mafiose, L. Sciascia in “Mafia”, op. cit..

[29] L. Sciascia in “Mafia”, op. cit..

[30] F. Calvi, op. cit.; M. Padovani intervista G. Falcone, op. cit..

[31] G. Fasanella, C. Sestieri, G. Pellegrino, “Segreto di Stato”, Einaudi, 2000.

[32] Trasmissione televisiva di RaiDue, “Lezioni di mafia”, 1992; M. Padovani intervista G. Falcone, op. cit..

[33] Si vedano, tra gli altri, i numerosi scritti, al proposito, di Proudhon e Marx.    

[34] L. Sciascia in “Mafia”, op. cit..

[35] M. Padovani intervista L. Sciascia, op. cit., p. 29.

[36] M. Padovani intervista G. Falcone, op. cit..

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