Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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21/05/2007
Abstract
Storia di un uomo, Giovanni Falcone, che in nome di una assoluta devozione allo Stato e alla giustizia non è riuscito a voltare le spalle dall’altra parte, ha deciso di combattere una guerra fino al sacrificio massimo che si può chiedere ad una persona, il sacrificio della propria vita.

Il 23 maggio 2007 sono passati 15 anni dalla strage di Capaci, un momento tra i peggiori nella storia della Repubblica Italiana, una delle pagine più amare perché quel 23 maggio 1992, alle ore 17.59, sull’autostrada Palermo – Trapani presso lo svincolo di Capaci, a pochi chilometri da Palermo, non persero la vita solo  il giudice  Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, anch'ella magistrato, e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro. Giovanni Brusca colui che materialmente azionò il telecomando a distanza facendo esplodere i 500 kg di tritolo che erano stati posti in un tunnel appositamente scavato sotto l’autostrada, non fece saltare in aria solo le tre auto del convoglio del giudice, simbolicamente la mafia fece esplodere le certezze di uno Stato che credeva nella giustizia e nella legalità, di una popolazione sana, ancorata ad un’etica dell’onestà e del rispetto delle leggi.

Quel giorno chi scrive aveva 18 anni, mi ricordo perfettamente il clima di allora, la notizia apparsa immediatamente su tutti i canali, gli speciali, i funerali, mi ricordo la sensazione che allora respirai e che riscontravo negli altri, una sensazione di smarrimento. I politici, le forze dell’ordine, la magistratura, gli stessi giornalisti che erano accorsi a raccontare l’evento, mi sembravano dei corpi senz’anima che parlavano come automi, celando l’evidenza del totale disorientamento delle istituzioni, erano come dei pugili al tappeto senza alcuna possibilità di ripresa. Forte è in me la sensazione che quel 25 maggio 1992, i funerali imponenti che si tennero nella basilica di San Domenico a Palermo, furono non funerali di Stato ma funerali allo Stato, uno Stato che con la morte del suo figlio più rappresentativo sapeva di essere solo una presenza formale, in un territorio dove il vero potere era retto da altri, dalla mafia.

Anche quest’anno come negli anni passati, il 23 maggio, la città di Palermo e non solo, organizzerà imponenti manifestazioni commemorative per Giovanni Falcone, a qualcuno verrà l’idea di scrivere l’ennesimo libro sull’argomento o girare un nuovo film, speculando e inflazionando (quindi svalutando) una persona e le sue idee. Riconosco di avere una concezione “non politicamente corretta” di tutto ciò che è commemorazione, celebrazione, anniversario, rievocazione. In particolare per quanto concerne il tema delle commemorazioni, il più delle volte sono portato a pensare che siano vuoti momenti di facile retorica, dove qualche istituzione un po’ scocciata legge un discorso (per lo più preparato da altri) zeppo di parole vuote, dove il presenzialismo più che l’affetto o la condivisione di idee spinge alla partecipazione di molti. Questo non vuol dire che non vi debba essere il ricordo e che questo non debba essere trasformato in un valido strumento di pedagogia morale ed etica per le nuove generazioni ma che il ricordo sia vero e autentico, libero dagli speculatori delle facili commemorazioni post – morte, ne siano custodi gli amici e i famigliari e più in generale coloro che hanno condiviso l’opera e le idee di Falcone, coloro che gli sono stati vicini prima della sua morte, non i facili paladini del dopo.

Con grande interesse ho da poco letto una biografia su Giovanni Falcone scritta da Francesco La Licata, un giornalista esperto di storia di mafia, inviato della Stampa, che era stato amico e confidente del giudice durante lunga parte della sua carriera. Biografia scritta con l’ausilio dei colleghi e amici del giudice e di quanti gli sono stati vicini negli affetti e nelle idee, non ultima la famiglia, le sorelle Anna e Maria. Soprattutto quest’ultima si è molto impegnata per difendere quello che giustamente definisce: “tentativo di appropriazione della memoria di mio fratello” dalla proliferazione di “amici”, “eredi” ed “interpreti” del dopo. In questo senso, a mio avviso, siamo di fronte ad una autentica commemorazione, ad un ricordo vero, basterebbe questo per leggere il libro “Storia di Giovanni Falcone”, un testo che mette a nudo la forza e la debolezza di un uomo e che cerca di aiutarci nella comprensione di un periodo storico, in particolare gli anni ’80 e i primi anni ’90 del secolo scorso, cruciale per il nostro paese, un momento che ha aperto delle ferite ancora non rimarginate.

Chi era Giovanni Falcone? Cosa ha lasciato nella lotta alla mafia? Che cosa è rimasto della sua persona e del suo insegnamento in questi anni che ne hanno seguito la morte? Questi i quesiti impegnativi a cui l’autore si propone di dare delle risposte. Nel libro viene raccontata la vita di Falcone, le idee, le vittorie e le sconfitte, il carattere, nonostante le dure pagine, pagine che soprattutto nella seconda parte emanano un odore di sangue, tradimento, solitudine ma che al contempo fanno emergere valori quali l’onestà, la caparbietà e la dedizione alla giustizia e allo Stato,  traspare con evidenza la grande umanità di un uomo che allo stereotipo del supergiudice, onnipotente e un po’ arrogante mette in risalto le sue frustrazioni, delusioni, smarrimenti, un uomo che non ha potuto vivere la sua vita normalmente.

Sfogliando le pagine di questa coinvolgente biografia un po’ vigliaccamente mi viene da pensare, perché lo ha fatto, chi lo ha spinto a scegliere di vivere una vita blindata, con l’idea della morte sempre presente, ad un certo punto l’idea di subire un attentato viene accettata sia da lui che dalla sua famiglia come un qualcosa di “naturale” e tutto questo, come se non bastasse, continuamente sottoposto a continui attacchi anche da persone che riteneva amici, ostacolato sempre, tradito e lasciato solo, chi o che cosa lo ha spinto a vivere una vita non vita?

La Vita.

La risposta è ha mio avviso, la sua cultura e il suo carattere, molte volte il secondo è frutto della prima, una cultura che la famiglia da cui proviene gli da fin da piccolo, una famiglia della buona borghesia palermitana, molto esigente che lo cresce con i valori del lavoro, dell’impegno e della caparbietà nell’affrontare i problemi. Una famiglia austera che gli insegna il senso dello Stato e il mito del sacrificio e dell’eroismo (sia il fratello del padre che della madre erano morti al fronte durante la prima guerra mondiale nella difesa della patria, anche il padre era rimasto ferito nello stesso conflitto). Questi valori sono importanti per capire le scelte di Giovanni Falcone sia quella di iscriversi all’Accademia navale di Livorno nel 1957, sia le scelte future. I suoi primi anni rispecchiano la vita di un normale magistrato, dopo la laurea in giurisprudenza del 1961, il concorso in magistratura del 1964 (anno del suo primo matrimonio con Rita Bonnici), il breve tirocinio come uditore al tribunale di Palermo, la nomina a pretore di Lentini nel 1965 e il trasferimento a Trapani nel 1966. Qui a Trapani oltre una vita mondana piuttosto intensa, per merito della moglie, sono gli anni dell’impegno politico, fece parte del comitato per il divorzio, si avvicinò al Pci (nelle elezioni politiche 1979 appoggiò la candidatura di Aldo Rizzo, giudice istruttore del tribunale di Palermo, che si era presentato come indipendente nelle file del partito comunista) un avvicinamento che era iniziato ai tempi del liceo classico, e sempre nello stesso periodo, il relativo distacco dalla fede (percorso iniziato anche in questa circostanza al liceo). A Trapani avviene il primo serio incontro con la mafia, è il cosiddetto processo Licari, dal nome di don Mariano Licari, uno dei massimi capi delle cosche mafiose del trapanese, finito dietro le sbarre. Fu un processo fondamentale per la storia futura di Falcone, una palestra in cui sperimentò  alcuni degli strumenti che poi gli saranno utili in seguito per contrastare Cosa Nostra. Fu una parentesi nell’immobilismo della Procura di Trapani per quanto riguarda la lotta alla mafia (dalla fine degli anni ’70 non è stato istruito un solo processo per associazione per delinquere o per mafia). Il processo non ebbe alcun esito, la giustizia fu sconfitta, altra lezione importante, la mafia trapanese non fu giudicata. In quella circostanza vi fu la scoperta della natura delle logge massoniche e dei comitati d’affari siciliani, una miscela di potere criminale (mafia), potere politico – amministrativo e potere economico - affaristico.

Nel 1978 è trasferito nel palazzo di giustizia di Palermo è qui che nasce la figura professionale del Falcone che noi tutti conosciamo. Non molto tempo dopo il suo arrivo il consigliere istruttore della procura di Palermo, Rocco Chinnici, lo rende titolare di un difficile processo, è l’inchiesta Spatola – Sindona, scoprire la congiunzione tra la mafia italo – americana e il mondo politico finanziario. Una inchiesta che aveva provocato la morte del procuratore Gaetano Costa (giugno 1980), del vice questore Boris Giuliano (luglio 1979) e del capitano dei carabinieri Emanuele Basile (maggio 1980). A causa di questa strage infinita al giudice viene concessa la scorta, inizia la sua vita blindata, fatta di rinunce e sacrifici (il 26 luglio del 1979 si era separato dalla moglie). Il Palazzo di giustizia di Palermo si riempie di alcuni personaggi che tentano di rianimarlo da quel clima di immobilismo, se non proprio connivenza che vi era stato nei confronti della lotta alla mafia, qualcuno inizia a notare queste “anomalie palermitane” ed è portato a dire che il giudice Falcone deve essere caricato di processi semplici in modo tale da “non scoprire nulla, perché i giudici istruttori non hanno mai scoperto nulla”, chi parla è sua “eccellenza” Giovanni Pizzillo presidente della Corte d’Appello. Intanto la mafia continua la sua opera di morte e dopo l’omicidio del generale Dalla Chiesa nel 1982, nel 1983 elimina il giudice di Trapani Giacomo Ciaccio Montalto, per arrivare in un crescendo di sangue al 29 luglio 1983, un’autobomba fa strage del giudice Rocco Chinnici.

“Palermo come Beirut” questa è l’immagine della città in quegli anni, eppure dopo l’omicidio Chinnici, nasce una nuova fase nella lotta alla mafia, lotta che viene gestita all’interno del palazzo di Giustizia da un isolato e combattivo Pool Antimafia, fatto da un gruppo di persone che condividono le stesse idee e gli stessi metodi e per uno strano scherzo del destino, direi per una fortunata serie di combinazioni si trovano ad operare nello stesso posto nel medesimo momento. Si tratta dei magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Ayala e di Antonino Caponnetto (nominato consigliere istruttore della procura di Palermo dopo l’omicidio Chinnici) solo per citarne alcuni, che beneficeranno del grande ausilio umano e professionale di investigatori come Ninni Cassarà (capo della squadra mobile di Palermo) e del suo braccio destro il commissario Beppe Montana e della protezione politica del giovane sindaco di Palermo Leoluca Orlando che aveva aperto una nuova stagione di impegno politico di lotta alla mafia che fu denominato “primavera di Palermo”, che avrebbe dovuto ridare slancio a valori quali l’onestà e il rispetto della legalità in nome del riscatto dello Stato e della società civile siciliana. Nasce una vera squadra anti-mafia, per la prima volta vari settori politico istituzionali iniziano a sostenersi vicendevolmente in una guerra congiunta contro la criminalità organizzata, dando vita ad una stagione irripetibile di inchieste e vittorie che avrà come sbocco il Maxiprocesso a Cosa Nostra, ovvero la prima grande sconfitta inflitta alla mafia, la messa in discussione di quella “pacifica convivenza” tra lo Stato e l’anti-Stato che era stata la Sicilia fino ad allora e che aveva permesso alla mafia un radicamento senza precedenti e senza eguali al mondo.

Eppure quale pesante scotto si è pagato per arrivare a quel risultato, il 28 luglio 1985 vi fu l’uccisione del commissario Beppe Montana, il 6 agosto a cadere fu Ninni Cassarà, tra i due ci fu il tragico episodio di Salvatore Marino, arrestato quale presunto killer di Montana e ucciso negli uffici della squadra mobile a causa delle botte ricevute durante l’interrogatorio. L’amicizia tra Cassarà e Falcone fu molto forte, la loro unione veniva da un carattere simile e da una unità di metodi e obiettivi nella lotta alla mafia, l’apporto di Cassarà fu determinante per rendere possibile il Maxiprocesso. In una fase in cui ancora non esistevano i pentiti, convinse molti mafiosi a parlare attraverso la “via confidenziale”, concedendogli anonimato e latitanza non avendo la possibilità di una adeguata copertura legislativa (siamo all’inizio del 1982).

Il Maxiprocesso a Cosa Nostra che come appena detto, Cassarà rese possibile con il suo sforzo investigativo e il sacrificio della propria vita, prese il via il 10 febbraio del 1986 e si concluse con la storica sentenza del 16 dicembre 1987 (sentenza che emise 19 ergastoli, 2665 anni di carcere, 11.5 miliardi di lire di multe, 114 assoluzioni, più di 400 persone risultarono indagate). Sono note le immagini di quell’aula bunker (costruita appositamente ex novo per quel processo) piena di avvocati, indagati, giornalisti, proprio i giornalisti la definirono “l’astronave verde”. Meno conosciuta è la storia dei boicottaggi che vi furono fuori e dentro il palazzo di giustizia di Palermo per fare in modo che lo stesso naufragasse ancora prima di nascere. Il contributo dei pentiti, Tommaso Buscetta, Salvatore Totuccio Contorno, Antonino Calderone, Francesco Marino Mannoia, solo per citarne alcuni fu assolutamente determinante. Con la loro collaborazione fu possibile l’arresto, nel novembre del 1984, dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino e dei fratelli Nino e Ignazio Salvo, con l’accusa di  associazione per delinquere di stampo mafioso. Con il loro contributo fu preparata l’ordinanza del maxiprocesso. Falcone, Borsellino e le rispettive famiglie in questa fase preparatoria furono costretti, per motivi di sicurezza, ad isolarsi nell’isola dell’Asinara, allora carcere di massima sicurezza (lo Stato in quel caso gli fece pagare anche le spese di soggiorno).

Tommaso Buscetta fu il pentito più importante, non tanto per quello che disse, forse le rivelazioni di altri pentiti furono più rilevanti, quanto per aver fornito agli inquirenti un metodo per capire il fenomeno mafia, permettendo di osservarla dall’interno, capirne la struttura, le tecniche di reclutamento, le funzioni.

Il 12 gennaio 1988, la mafia uccideva Giuseppe Insalaco ex sindaco democristiano di Palermo, simbolicamente questa data deve essere letta come la ripresa di quella “palude” che con il Maxiprocesso si era voluto bonificare. Da una parte la mafia rompeva la tregua imposta durante il Maxiprocesso attendendone l’esito (nella speranza che tutto si sarebbe risolto come sempre, in uno stillicidio di assoluzioni), dall’altra voleva dimostrare la sua vitalità nonostante il colpo subito. Di pari passo parte della magistratura e della politica si iniziavano a muovere per tentare di normalizzare quella “variabile impazzita palermitana”. La normalizzazione è portata avanti sia dall’interno del palazzo di giustizia, contro i giudici del Pool Antimafia, da parte dei loro stessi colleghi, vuoi per stupidità, vuoi per gelosia, vuoi per complicità con la mafia, che dall’esterno, dalla politica, in parte dagli stessi mezzi di informazione. È il caso della campagna garantista condotta da magistrati, avvocati, giornalisti, un attacco contro l’idea stessa dei maxiprocessi definiti “mostri giuridici”, o ancora “tomba del diritto”, con un fuoco incrociato contro Falcone e gli altri giudici del Pool. Non ultimo fu il ruolo dei socialisti e in primis di Martelli con le sue iniziative per una “giustizia giusta” e la promozione di un referendum sulla responsabilità civile dei giudici, il cui vero obiettivo era in realtà Leoluca Orlando e la sua politica.

Da questo momento la lotta alla mafia inizia un irreversibile passo del gambero, dall’editoriale di Sciascia sul Corriere della Sera, sul tema dei “professionisti dell’antimafia”, strumentalizzato dai nemici di Falcone contro le stesse intenzioni dell’autore, alla campagna elettorale per le politiche del 1987 che in Sicilia ebbe come argomento centrale “l’eccesso di antimafia”, è solo un prologo. Il primo vero colpo inferto dalla “controrivoluzione” è del 19 gennaio 1988, il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura nomina Antonino Meli alla carica di consigliere istruttore del tribunale di Palermo (al posto del dimissionario Antonino Caponnetto), preferendolo a Giovanni Falcone. La campagna di attacchi e disinformazione ordita, innanzitutto dai suoi stessi colleghi e a volte amici del palazzo di Giustizia di Palermo, coglie il primo successo. Al Csm si trovò un’alleanza trasversale contro Falcone che accomunava correnti di destra e di sinistra (in teoria più vicine al giudice) della magistratura, al punto che non ebbe l’appoggio pieno neppure dalla sua stessa corrente di appartenenza.

Questo episodio lungi dall’essere solo una semplice sconfitta personale rappresentò l’inizio del suo isolamento professionale e umano a Palermo e il primo passo che lo porterà “all’espulsione” dal palazzo di giustizia. Antonino Meli fu l’artefice della normalizzazione, se vogliamo della restaurazione e della distruzione del Pool Antimafia, la sua linea e i suoi “metodi” di lotta alla mafia, in sintonia con altri individui influenti come il giudice Corrado Carnevale, detto “l’ammazzasentenze”, fecero ripiombare indietro la storia di quasi un decennio, i processi vennero sparpagliati dietro una vecchia e improduttiva logica delle competenze territoriali, molte inchieste furono insabbiate, di altre si persero le tracce. Il Pool venne sempre più isolato e questo portò l’inevitabile frattura anche in seno a molti suoi componenti, si respirava un clima di smobilitazione, lo stesso Borsellino era stato promosso e trasferito alla procura di Marsala.

Il 10 agosto 1988 un nuovo schiaffo al giudice Falcone, la nomina ad Alto commissario per la lotta contro la mafia, una carica a cui ambiva, di Domenico Sica. Ci troviamo in una fase contraddistinta da forti attacchi personali alla sua persona è la cosiddetta “prima estate dei veleni”, si alza il tiro nel progetto di delegittimarlo, fino ad arrivare al giugno 1989. Fu un mese tremendo, il periodo forse più difficile della sua vita, in un così breve lasso di tempo il giudice fu costretto a fronteggiare due durissimi attacchi alla sua persona, entrambi portati avanti da una unica regia. Da una parte l’attentato del 20 giugno alla sua villa al mare dell’Addaura (57 candelotti di dinamite trovati in prossimità della villa), dall’altra le lettere del cosiddetto Corvo di Palermo (si trattò in tutto di 6 lettere, che continuarono e anzi diedero nuova linfa alla campagna di delegittimazione e calunnie, accusandolo tra le altre cose, di aver trasformato il pentito Totuccio Contorno in un killer di Stato) spedite prima dell’attentato ma rese note subito dopo. Il 21 giugno dietro diretto intervento del presidente della repubblica, Francesco Cossiga, il Csm lo nomina Procuratore aggiunto di Palermo (si noti la coincidenza, un giorno dopo l’attentato fallito), anche questa nomina diede spunto ai suoi detrattori che gli lanciarono contro pesanti accuse di essersi venduto alla politica, di essere diventato andreottiano, lui definito nelle lettere del Corvo amico dei comunisti.

La sua esperienza da Procuratore aggiunto è un inferno, sono controllate tutte le sue mosse è messo in disparte in molte inchieste, è  di fatto isolato, in questo gioco al massacro ricopre un ruolo importante il procuratore capo Piero Giammanco. Come se non bastasse vengono rotti alcuni rapporti di amicizia e stima storici, prima con Giuseppe Ayala (sarà recuperato prima della sua morte) e poi con Leoluca Orlando. Il sindaco di Palermo, nella primavera del 1990, dai microfoni di una importante trasmissione televisiva (Samarcanda) accusò i giudici della procura della repubblica di quella città, di tenere le carte nei cassetti, in altri termini di insabbiare alcune inchieste sui delitti politici siciliani, i cosiddetti “omicidi eccellenti”, l’attacco era generalizzato ma tutti pensarono a Falcone quale principale bersaglio di quelle critiche. Non solo, nel settembre del 1991 il sindaco fu uno dei firmatari di un dossier di 19 pagine inviato al Csm in cui si chiedeva di far luce sull’insabbiamento di un decennio di indagini. Il rapporto tra i due non si riavrà più dopo queste accuse, quella squadra di magistrati, politici e inquirenti che aveva dato vita nella prima metà degli anni ’80 ad una stagione irripetibile di lotta alla mafia non esisteva più, non aveva retto la controffensiva mafiosa e di tutti coloro che erano conniventi con essa. Davanti ad un fronte Antimafia in ritirata, la mafia scatenò tra il 1990-1991 una dura offensiva: l’assassinio del giudice di Agrigento Rosario Livatino (21 settembre 1990), l’appello del Maxiprocesso che riduceva gli ergastoli da 17 a 12 (10 dicembre 1990), la Cassazione che cancellava la condanna al carcere a vita di Pippo Calò (6 marzo 1991), l’omicidio dell’imprenditore Libero Grassi che si era battuto contro il racket delle estorsioni (29 agosto 1991).

Il palazzo di giustizia era diventato per Giovanni Falcone una sorta di mostro che lo soffocava, non si sentiva più utile per la lotta alla mafia e aveva ragione, voleva andarsene, tentò di presentarsi come consigliere del Csm, aveva fiducia di riuscire, perse le elezioni, i giudici gli voltarono le spalle ancora una volta. L’occasione di liberarsi da quella morsa gli fu data a sorpresa dal ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli che pure lo aveva osteggiato durante la campagna garantista portata avanti nel periodo del Maxiprocesso, lo vuole a Roma al suo fianco, al ministero. Dopo una serie di incontri e chiarimenti, il 13 marzo 1991, Falcone assume la direzione dell’Ufficio Affari Generali del ministero di Grazia e Giustizia. Nonostante i soliti attacchi personali e le accuse di servilismo politico, questa volta a favore dei socialisti, uniti ad insinuazioni come quella di essere fuggito davanti al pericolo, di codardia in nome di un posto tranquillo, la primavera del 1991, la cosiddetta primavera romana del giudice è un momento di rinascita umana e professionale. Oltre agli impegni al ministero, diventa editorialista della Stampa e trova il tempo di scrivere il libro “Cose di Cosa Nostra”. La sua sembra essere una vera resurrezione dopo l’incubo palermitano, dimostra che non aveva abbandonato Palermo per paura che non era un disertore ma al contrario da Roma sarebbe stato molto più utile nella lotta alla mafia e così fu. Lo stesso Martelli gli aveva garantito in uno dei vari incontri che il suo ministero si sarebbe contraddistinto per la lotta alla criminalità organizzata e Falcone avrebbe potuto trasformare la sua esperienza e le sue conoscenze in norme generali, in leggi. Effettivamente sotto l’impeto dell’azione del giudice e della volontà del ministro, il ministero abbandonata la tradizionale burocrazia e immobilismo, inizia a farsi notare e a fare. La grande scommessa a cui Martelli e Falcone lasciano il destino della lotta alla mafia è la Superprocura (la creazione in altri termini di una Procura Nazionale Antimafia) in questo il giudice pur appoggiandola è più cauto del ministro nella sua attuazione perché sa che è fortemente osteggiata dai magistrati, ma tant’è, nel mese di novembre del 1991 viene approvato il decreto che sancisce la nascita della Superprocura e contestualmente, con l’ausilio del Ministero dell’Interno viene creata la Dia (organismo investigativo di supporto della Procura stessa).

Il 17 gennaio 1992,  la Superprocura diventa realtà, a questa si aggiungono tutta una serie di interventi legislativi e modifiche a leggi già esistenti che inaspriscono la lotta alla mafia: le nuove disposizioni sugli arresti domiciliari,  sui termini di custodia cautelare, la revisione della legge Gozzini, la legge antiracket (nel tentativo di rompere il muro di omertà e indurre le persone a collaborare), gli accordi di cooperazione con altri paesi europei e con gli Usa, le norme sul riciclaggio. Le buone notizie arrivano anche sul fronte giudiziario, il 17 gennaio 1992 don Vito Ciancimino è accusato di associazione per delinquere di stampo mafioso, è la prima volta a Palermo che un noto esponente della Dc, da sempre il partito di maggioranza nella città e nell’isola subiva un tale capo d’accusa. Il 30 gennaio 1992 vi è la sentenza della Cassazione sul maxiprocesso, vengono confermate in toto le sentenze in primo grado, è una grandissima vittoria per il giudice Falcone, viene riconosciuto il “teorema Buscetta”, in altri termini l’idea di Falcone di una mafia siciliana gestita da una Cupola, da un unico centro decisionale, è il “metodo Falcone” che trova definitiva conferma e consacrazione come valido metodo di indagine. La buona stella di quel periodo continua il 22 febbraio con la condanna da parte del tribunale di Caltanissetta del giudice Alberto Di Pisa, ritenuto il “Corvo” (condannato a un anno e mezzo di reclusione, sarà poi assolto in appello).

Nel momento stesso in cui sembrava potesse riprendere a pieno regime la lotta alla mafia, in particolare dopo quegli evidenti risultati, il giudice si trovò di nuovo sotto un nuovo fuoco incrociato, fatto di intimidazioni, offese, calunnie. Ora era la sua vicinanza politica con Martelli che veniva usata come pretesto, ora il suo eccessivo protagonismo, o a detta di tanti la sua voglia di fama e potere, il supergiudice che voleva una supercarriera, nuove e vecchie accuse che tornarono a minarne il quieto vivere. A Giovanni Falcone veniva ormai attribuita la paternità della politica giudiziaria del ministero, veniva sempre più definito il “consigliere del principe”, il decreto che istituiva la superprocura venne definito provocatoriamente il “decreto coi baffi”. Tornò ad essere ostacolato dalla magistratura e dalla politica mentre per la mafia rimaneva il nemico pubblico numero uno. Vari interessi tornavano a ricompattarsi, dopo averlo estromesso da Palermo avevano forse creduto di aver indebolito irreparabilmente la sua azione, non fu così, si era rialzato ed era diventato più forte di prima, soprattutto era diventata più incisiva la sua lotta contro Cosa Nostra, doveva essere fermato e questa volta definitivamente.

Il pretesto fu la nomina a procuratore nazionale antimafia, a capo di quella superprocura che era stata una sua creatura e che lo vedeva come naturale candidato. Quando la sua candidatura fu resa ufficiale vi fu una autentica sollevazione, vecchi e nuovi nemici nella magistratura, giornalisti, ambienti politici, tutti concordi che non era giusto, era immorale che ricoprisse un incarico che sembrava fin dall’inizio ritagliato sulla sua persona. Accuse di servilismo, arrivismo, immoralità e poi il Csm iniziò la sua campagna contro, nel tentativo di opporgli un candidato altrettanto forte che lo sconfiggesse di nuovo, si ritentava il piano già sperimentato nel gennaio del 1988 per l’elezione di consigliere istruttore della procura di Palermo. Si alzò un coro di no alla sua candidatura, le stesse correnti interne alla magistratura come Movimento per la giustizia che era quella a cui apparteneva (pochi giorni prima di morire scrisse una lettera di dimissioni dalla stessa) e Magistratura democratica vicina alla sinistra, gli sono avverse, ha pochi consensi, per lo più perplessi, come quello di Luciano Violante e scarsissime adesioni, la più importante è quella di Pier Luigi Vigna, procuratore della repubblica di Firenze. La stessa politica che gli doveva essere amica e vicina ideologicamente e culturalmente, mi riferisco al Pds e allo schieramento di sinistra, gli è in realtà contro, non si fidano più di lui, temono che non sia più autonomo. In questa fase di feroce campagna contro, avviene un fatto molto importante. Il 12 marzo 1992 viene assassinato a Palermo l’eurodeputato democristiano Salvo Lima, braccio destro di Andreotti sull’isola, esponente di spicco di quel comitato d’affari politico-mafioso che aveva guidato Palermo negli anni ’70 e nei primi anni ’80, il periodo della “pacifica convivenza” mafia e politica. Per il giudice l’omicidio apriva un nuovo ciclo, la mafia diceva chiaramente che non aveva più bisogno di intermediari tra lei, la politica e le istituzioni, da ora in avanti i rapporti li avrebbe condotti direttamente. Inoltre era evidente la sua necessità di alzare il tiro, stava vivendo al suo interno una spaccatura tra i boss in carcere e quelli latitanti, alzare il tiro significava se necessario colpire le più alte cariche dello Stato. Falcone sapeva che a questo punto era il bersaglio numero uno ma temeva anche per il ministro Martelli che molto aveva fatto nella lotta contro la mafia. Aveva sempre parlato dell’eventualità di un attentato, fin da quando gli fu data la scorta, conosceva la sua condizione di bersaglio era anche per questo che non aveva voluto avere figli (non ne ebbe nel primo, come nel secondo matrimonio con Francesca Morvillo a cui era sposato dal 1986). Negli ultimi mesi chi gli era vicino si era accorto che in lui era subentrata una caratteristica strana che prima non aveva, una sorta di mania dell’ordine, teneva il suo ufficio e la sua scrivania in un ordine quasi maniacale come a presagire che ogni volta che lasciava il suo ufficio poteva essere l’ultima. Così fu quel venerdì 22 maggio 1992, un saluto alla segretaria e agli amici dopo aver ordinato le sue cose, un arrivederci al lunedì, tornava in Sicilia voleva andare a Favignana a vedere la mattanza, non ritornò più in quell’ufficio, i macellaia della mafia lo aspettavano in un luogo fino ad allora sconosciuto, Capaci, sull’autostrada tra l’aeroporto di Punta Raisi (oggi intitolato a Falcone e Borsellino) e Palermo, era il 23 maggio 1992,  la sua corsa finisce lì.

Il suo contributo.

Il contributo dato da Giovanni Falcone nella lotta alla mafia è stato a dir poco unico, le sue scoperte continue che faceva durante le inchieste, le vittorie e le sconfitte in quella dura guerra, il confronto con i pentiti, gli hanno permesso di forgiare un metodo che è risultato alla prova dei fatti invincibile nella lotta a Cosa Nostra. Fu il primo a rendersi conto del ruolo di primo piano della cosiddetta mafia di provincia, dei Corleonesi e di Totò Riina, nella gerarchia “dell’onorata società”. Fu lui a porre l’accento sull’importanza del lavoro di gruppo nella lotta alla mafia, della necessità di aprire i fascicoli dei vari magistrati mettendo a disposizione di tutti il lavoro che si stava facendo e non operando come compartimenti stagni, i fatti separati temporalmente su cui ognuno sviluppava la propria inchiesta potevano avere un nesso tra di loro. Si impegnò a dimostrare l’importanza per una valida inchiesta sulla mafia che potevano avere i riscontri provenienti dagli accertamenti patrimoniali sulla consistenza economica dei boss mafiosi e la relativa provenienza di quella ricchezza (questa esperienza fu maturata quando ancora era nella procura di Trapani). La grande scoperta e la vera novità nella lotta alla mafia sta nel fatto che il giudice iniziò a pensare il fenomeno mafioso come un corpo unico, Cosa Nostra era una organizzazione unitaria e segreta che faceva capo ad una unica strategia. Questa rivoluzionaria intuizione che aveva iniziato a rilanciare con forza fin dall’inchiesta Spatola-Sindona gli fu confermata dalle conversazioni che ebbe con i pentiti  Tommaso Buscetta, Salvatore Totuccio Contorno, Antonino Calderone e molti altri. La novità dei pentiti e il suo uso da parte del giudice fu un’altra grande arma di lotta alla mafia, per certi versi la più importante perché era quella che trasformava le ipotesi in certezze. Fu soprattutto Buscetta ad insegnare a Falcone il “metodo” per capire il fenomeno della mafia. L’ipotesi era diventata alla prova dei fatti la tesi, il cosiddetto “teorema Buscetta” ma sarebbe meglio chiamarlo il “metodo Falcone” dell’unicità di Cosa Nostra, l’idea di una Cupola che gestisce la mafia come un unico centro decisionale. Metodo che porterà al maxiprocesso, un unico grande procedimento per una unica organizzazione criminale, la mafia appunto, per la prima volta l’organizzazione criminale chiamata Cosa Nostra era stata processata in quanto tale ed era stata pesantemente condannata, l’aula bunker che ospitò quell’evento divenne il simbolo del riscatto per lo Stato e per la Sicilia. Metodo che verrà riconosciuto dalla sentenza della Corte di Cassazione sul Maxiprocesso, metodo che verrà abiurato in piena fase di normalizzazione e restaurazione in seno alla Procura di Palermo da Antonino Meli e Corrado Carnevale due dei tanti “sepolcri imbiancati” del palazzo di giustizia che continuavano a vedere la mafia come insieme sparso di bande scollegate, vecchia idea che aveva portato ad una improduttiva lotta al crimine organizzato, non a caso, come detto, con loro i processi tornarono ad essere sparpagliati secondo il criterio delle competenze territoriali e di molte inchieste si persero persino le tracce.

Falcone e gli altri.

Qual è stato il rapporto di Falcone con la gente, con la sua gente, il popolo di Palermo e della Sicilia, e più in generale con gli italiani. A vedere i funerali che si tennero a Palermo e le commemorazioni che si ripetono ogni anno il 23 maggio, data della morte, non vi sarebbero dubbi, il giudice fu amato e rispettato alla stregua di un eroe, ma la verità è un’altra. Giovanni Falcone non aveva un carattere facile, cocciuto, riservato, timido, esigente soprattutto verso gli amici. In verità ne ebbe davvero pochi, molti presunti tali lo tradirono in varie occasioni e in vari modi, in più di una circostanza è sembrato un uomo solo, che da solo ha dovuto caricarsi del peso di una lotta impari. La famiglia era una sorta di isola felice che egli cercava di mantenere tale evitando di parlare dei suoi problemi e delle sue frustrazioni, solo in pochi casi si lasciò andare, come quando, durante l’estate dell’89, parlando con la sorella gli disse: “ Ma non lo capisci, Maria, che ormai io sono un cadavere ambulante?”. Il tema della morte era ricorrente nei suoi discorsi, vi aveva scherzato molte volte con gli amici, forse per esorcizzarla, sosteneva che da buon siciliano non la temeva. Al di fuori della famiglia e di una ristrettissima cerchia di amici che si assottigliò con il passare degli anni, la società palermitana e siciliana in generale (il resto dell’Italia appariva lontano) in vita non gli ha mai dimostrato grande affetto. Palermo è scesa in piazza in maniera imponente quando è morto ma una buona parte di essa lo ha odiato quando era in vita, erano pochi i palermitani che lo amavano sul serio. Ad un certo punto la città sembrò insofferente verso quel supergiudice, con un piccolo esercito di scorta, che bloccava la città ad ogni suo movimento, lo videro come un personaggio arrogante, insopportabile, sembrava altro, quasi un alieno ai loro occhi.

Un esempio mi pare a riguardo esemplare, si tratta della protesta degli inquilini dello stabile in via Notarbartolo in cui viveva, siamo nei mesi successivi la strage del giudice Rocco Chinnici. Alcuni condomini esternarono la loro apprensione per un vicino così ingombrante temendo per la loro vita e per l’incolumità dei loro beni immobili nel caso di un attentato, il Giornale di Sicilia diede ampio risalto a queste notizie. Il problema per i palermitani non era la mafia o la politica collusa con essa erano gli eccessi dei giudici e della loro scorta. Da voltastomaco è la lettera scritta al Giornale di Sicilia dalla signora Patrizia Santoro, vicina di casa del giudice Falcone, ciò che dice nella lettera rispecchia larga parte dell’opinione che avevano allora i cittadini palermitani. Queste le sue parole, inizia con il darsi la patente di onestà:”…onesta cittadina che paga regolarmente le tasse e lavora otto ore al giorno. Tutti i giorni (non c’è sabato o domenica che tenga), al mattino, durante l’ora di pranzo, nel primissimo pomeriggio e la sera (senza limiti di orario) vengo letteralmente assillata da continui e assordanti sirene di auto della polizia che scortano i vari giudici. Ora io mi domando: è mai possibile che non si possa eventualmente, riposare un poco nell’intervallo di lavoro, o quantomeno, seguire un programma televisivo in pace, dato che,  pure con le finestre chiuse, il rumore delle sirene è molto forte?”. La lettera continuava con la proposta di costruire apposite villette per questi signori, chiaramente alla periferia della città, in maniera tale da tutelare la tranquillità dei cittadini – lavoratori e soprattutto la loro incolumità, per evitare che fosse avvenuto, come nell’attentato a Chinnici, il coinvolgimento di qualche innocente.

Falcone rimase scioccato di fronte a queste reazioni, era distrutto umanamente nel non sentire intorno quella comprensione e quell’adesione che pure si aspettava visto il servizio che stava rendendo alla collettività, i pochi segni di solidarietà che gli giunsero dalla società civile lo riempivano di gioia e di energia. Purtroppo furono davvero pochi e non c’è da stupirsi delle parole del giudice prima di lasciare Palermo:”In questa città non ho più nulla da fare. Qui lavorare è impossibile: un passo avanti e tre indietro, questa è l’andatura della lotta alla mafia. Che ci sto a fare qui?”. Quello che più lo colpì fu senza dubbio l’astio della gente, non tanto della politica, della magistratura, del mondo dell’informazione, lo amareggiava sentire il cittadino distante. Dopo la morte del giudice l’albero che si trovava davanti alla sua abitazione divenne simbolicamente la dimostrazione della vicinanza dei palermitani alla figura di Giovanni Falcone, divenne una gigantesca bacheca piena di messaggi di affetto, rabbia, riconoscenza, speranza, venne ribattezzato “l’albero Falcone”. La morte aveva avuto il potere di redimere l’uomo agli occhi dei suoi cittadini che al pari delle istituzioni lo avevano lasciato solo durante la sua esistenza, guardandolo con odio e sospetto, sarebbe bastato un millesimo di quella dimostrazione di affetto quando era in vita per alleviare il suo isolamento umano e professionale. Quello che non ottenne in Italia e soprattutto nella sua Sicilia lo ottenne fuori, magra consolazione. A livello internazionale il giudice Falcone godeva di una stima elevatissima che gli veniva continuamente dimostrata sia dai colleghi giudici, che dai giornalisti e dai politici. Molti giudici venivano da molto lontano a studiare i suoi metodi, persino dal Giappone, la magistratura e la polizia degli Usa (in particolare l’Fbi) ce lo hanno sempre invidiato, in particolare l’allora procuratore distrettuale Rudolph Giuliani, strano destino il suo.

 L’eredità di Giovanni Falcone.

Che cosa significa la figura di Giovanni Falcone a 15 anni dalla sua morte? Quale eredità ci ha lasciato e soprattutto quale uso ne stiamo facendo? Poche persone hanno avuto la forza di conoscere la Sicilia come Giovanni Falcone, il patrimonio non solo morale ma tecnico e culturale che ci ha lasciato è enorme per cui è con grande amarezza che devo constatare come, anche su questo campo, nei suoi confronti si sia consumato un vero e proprio tradimento. Aveva ben capito che la mafia era un regime, se vogliamo una sorta di dittatura, che governava con il consenso del basso, con un popolo che anche senza atti espliciti di connivenza, per il solo fatto di tollerarla e di non ostacolarla, accontentandosi di conviverci, in realtà l’aveva legittimata e ne aveva ingigantito il ruolo. Qual è il confine tra disimpegno e complicità, tra inettitudine e concussione, ogni siciliano se lo dovrebbe chiedere. La Mafia è nata storicamente come un elemento d’ordine sociale, in grado di assicurare quella convivenza tra classi sociali che mancava in altre zone del paese, da quella mafia delle origini a quella attuale molte cose sono cambiate ma culturalmente, per quella zona grigia di siciliani, che sono la maggioranza, essa continua ad essere una presenza discreta in grado di garantire ancora ordine sociale (la leggenda che dove c’è la mafia non vi è microcriminalità ecc.). Non a caso fino all’arrivo dell’anomalia Falcone la pacifica convivenza tra lo Stato e l’anti-Stato era stata la norma della storia dell’isola (uno Stato che prima l’aveva utilizzata per i suoi scopi e fatta crescere e poi non era più riuscito a gestirla divenendone in parte prigioniero). Alle elezioni politiche del 1987 il tema principale trattato da chi faceva campagna elettorale nell’isola fu niente meno che “l’eccesso di antimafia”. In varie occasioni lo stesso Falcone che ben conosceva i siciliani diceva che “erano i peggiori nemici della Sicilia…… una terra dove se continuerà così rimarranno solo i mafiosi”.

Il giudice sapeva che Cosa Nostra non era un bubbone in un tessuto sociale sano, la Sicilia non era e non è affatto un tessuto sociale sano, è un luogo dove la mafia ha un consenso radicato e profondo che gli ha consentito di sopravvivere e ingrandirsi nei decenni. Il bagaglio di conoscenze che ci ha lasciato, il suo metodo che ho nelle pagine precedenti descritto e che è sembrato il vero antidoto a Cosa Nostra è stato per lo più dimenticato se non pesantemente messo in discussione (basti pensare la campagna che si è scatenata in questi ultimi anni contro  l’uso dei pentiti che pure di quel metodo erano stati un arma insostituibile). Contro la magistratura che indiscutibilmente è stata artefice di errori grossolani in quest’ultimo quindicennio si è abbattuta una vera e propria campagna denigratoria quasi a volerla punire di un peccato gravissimo che aveva commesso, probabilmente quello di aver fatto da supplente ad un potere politico che agli inizi degli anni ’90 dello scorso secolo, era di fatto assente. Quando la politica si è riavuta, il garantismo che è ha iniziato a fare breccia nelle “menti brillanti” sia del centrosinistra che del centrodestra si è materializzato in interventi legislativi al limite del masochismo che hanno di fatto azzerato le molte conquiste che erano state ottenute nella lotta alla mafia. Il biennio 1992-93 fu davvero difficile, le stragi di Capaci e via d’Amelio, l’attacco allo Stato con le azioni terroristiche, la prima in via Ruggiero Fauro del (14 maggio 1993), una autobomba esplose al passaggio del presentatore televisivo Maurizio Costanzo da sempre impegnato nella battaglia contro Cosa Nostra che rimase illeso, le relative stragi di via dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993), la bomba alla pinacoteca di Milano (27 luglio 1993) e i due attentati a Roma (a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro, nella notte tra il 27 e 28 luglio 1993). La risposta dello Stato fu altrettanto energica, l’invio dei militari nell’isola a presidiare gli obiettivi sensibili (20.000 soldati facenti parte dell’operazione “vespri siciliani che durò dal 1992-1998), e la decapitazione della cupola mafiosa con tutta una serie di arresti eccellenti: il 15 gennaio 1993 Totò Riina, il 24 giugno 1995 Leoluca Bagarella, il 20 maggio del 1996 venne catturato l’autore materiale della strage di Capaci Giovanni Brusca e l’11 aprile del 2006 vi è stato l’arresto del latitante storico, il capo dei capi di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano.

Dopo questi anni di autentica guerra al punto che l’Italia è stata paragonata alla Colombia, la mafia oggi sembra essere entrata in una sorta di letargo, per gli esperti questo è il frutto, da una parte, di una fase di riorganizzazione che sta attraversando, dall’altra, è la strategia del quieto vivere che se si eccettua la parentesi degli anni ’80 e ’90 dello scorso secolo l’ha sempre contraddistinta. Cosa Nostra continua a controllare il territorio (anzi come aveva previsto Falcone con l’apertura delle frontiere in Europa è riuscita a diffondersi in altri luoghi con maggiore facilità che in passato), se lo Stato italiano è la forma lei è la sostanza (Bernardo Provenzano ricercato da 43 anni è stato arrestato in un casolare a 2 km da Corleone), con la strategia del quieto vivere, come in passato, non fa che aumentare il suo potere. In una fase dove venute meno le “anomalie palermitane o se vogliamo siciliane”, non vi è una vera strategia di lotta alla mafia, in cui la normalizzazione e la restaurazione intrapresa in campo giudiziario fin dalla fine del maxiprocesso si è ormai stabilizzata, a farne le spese è stato il “metodo Falcone”, la sua eredità professionale e culturale, sarebbe bene che ce ne ricordassimo durante le pompose cerimonie che vorrebbero celebrarne la figura.

Conclusione.

La Mafia oggi non sembra essere più una priorità né per la destra né per la sinistra, “eminenti” membri del governo di centrodestra che ha retto il paese dal 2001-2006 hanno dichiarato che con la mafia alla fine conviene conviverci (dichiarazioni del ministro Lunardi, maggio 2002). Altrettanto folli sono state le dichiarazioni del teste Francesco Cossiga, al tribunale di Palermo, durante il processo Andreotti. L’ex presidente della repubblica nel tentativo di scagionare l’amico e collega di partito affermò che la mafia era stata sottovalutata come fenomeno, di più, era lontana dai pensieri e dalle preoccupazioni dei governi di Roma che avevano da occuparsi di altre emergenze, quali il terrorismo. Quello che scrive in merito a queste deliranti affermazioni Francesco La Licata è illuminante:”Già, come se fosse meno destabilizzante e pericoloso per la democrazia il fatto che Cosa Nostra avesse potuto uccidere uno dietro l’altro: il capo della squadra mobile, tre ufficiali dei carabinieri, due consiglieri istruttori, due commissari di polizia, due giornalisti, il capo del partito di opposizione, il capo del governo democristiano, un ex sindaco, il segretario provinciale del partito, un prefetto straordinario, imprenditori e una miriade di servitori dello Stato e semplici cittadini”. Sarebbe stato da ricordare all’ex presidente se vi erano a suo avviso differenze tra disimpegno e complicità, inettitudine e collusione. Ritorna in auge il modello della “pacifica convivenza” tra lo Stato e l’anti Stato, un paradosso lessicale, ma non nella cultura e nelle menti di una terra, di un popolo e di una classe dirigente siciliana e non, modello che una “variabile impazzita”, una “anomalia palermitana” ha tentato di screditare e di mettere in discussione. Esemplari a conclusione di questo mio lavoro sono le parole di Pino Arlacchi (commissario dell’Onu per la lotta al crimine e alla droga, nonché amico e collaboratore di Falcone durante la sua permanenza al ministero), le sue riflessioni rappresentano uno spaccato storico, sociologico e psicologico di un popolo, di una terra, la Sicilia che è a mio avviso di enorme importanza per chi vive il problema dall’esterno. Per Arlacchi vi è una ideologia e una tradizione culturale sicilianista "che sottoline l’impossibilità di cambiamenti qualitativi, di miglioramenti effettivi, nella composizione delle élite politiche dominanti. Generazioni di siciliani si sono abituate a considerare come eterno lo spettacolo della corruzione e della frode messo in scena di volta in volta dalle élite dominanti mafiose e non. Milioni di persone in Sicilia si sono infine convinte che la politica è solo inganno e ruberia, l’economia azzardo e speculazione e che il diritto è forza applicata dai più forti". Tutto questo a suo avviso ha permesso il diffondersi di una visione nichilista che si è sviluppata dall’unità d’Italia in poi. “I magistrati di Palermo hanno saputo liberarsi dal retaggio culturale che ha condannato i migliori siciliani all’impotenza e alla rassegnazione. Invece di guardare a Cosa Nostra attraverso il filtro di una concrezione ideologica che riconosce alla mafia potenza e grandezza ineluttabili, hanno fatto riferimento a strumenti culturali, giuridici e sociologici più aggiornati e razionali. Così facendo hanno reso uno straordinario servizio alla propria terra e al loro paese”. Questa è a mio avviso la più bella commemorazione "dell’anomalia palermitana" che è stata Giovanni Falcone.

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