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Giancarlo Maria Bregantini parla della ’Ndrangheta" > <span class="MsoNormal" style="font-size: 14px;"><i>Il Vescovo</i></span><br>Giancarlo Maria Bregantini parla della ’Ndrangheta

Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Intervista
14/03/2008
Biografia
Giancarlo Maria Bregantini è nato a Denno (Trento) il 28 settembre 1948. Dal 1976 al 1987 è docente di Storia della Chiesa presso il Pontificio seminario teologico regionale di Catanzaro, insegnante di Religione presso l’Istituto nautico di Crotone, delegato diocesano per la Pastorale del lavoro, cooperatore della parrocchia Santa Chiara in Crotone, cappellano del Carcere circondariale di Crotone. Eletto alla sede vescovile di Locri-Gerace il 12 febbraio 1994, è consacrato Vescovo nella Basilica Cattedrale di Crotone dall’Arcivescovo Giuseppe Agostino il 7 aprile 1994. Nel quinquennio 2000-2005 è stato presidente della commissione CEI per i Problemi sociali e del lavoro, Giustizia e pace, Salvaguardia del creato e membro del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani. Dal novembre 2007 è Arcivescovo metropolita dell’Arcidiocesi di Campobasso-Boiano.
Abstract
Le radici culturali e sociali della ’ndrangheta in Calabria, il radicamento nel territorio, l’omertà come fattore determinante, l’azione dello Stato e l’azione della Chiesa, la repressione e la formazione, i concetti di “mafia” e “mafiosità”, la figura dell’uomo ’ndranghetista in relazione ai principi della morale cristiana, il principio della mafia contro la vita, la scomunica, la ’ndrangheta e l’ambiente, le cooperative nella Locride, le parrocchie di fronte alla capillarità territoriale della ’ndrangheta. l’esperienza in Calabria.

Monsignor Bregantini, qual è l’origine culturale del fenomeno ’ndranghetista in Calabria? Come ha inciso la ’ndrangheta nella mentalità e nella cultura calabrese?

Sull’origine culturale di un fenomeno complesso come la ’ndrangheta si discute e si discuterà sempre. Sul nome, sulla genesi antica di questo tristissimo fenomeno possiamo dire che è stata causata, con ogni probabilità, dalle tante inefficienze di un governo centrale, incapace di gestire con efficacia la propria realtà periferica.

La ’ndrangheta, fondamentalmente, si potrebbe definire un fenomeno sviluppatosi in una società feudale, che non ha avuto una forza centralizzata e conseguentemente i governi locali, un po’ come i feudatari del medioevo, sono diventati prepotenti. Così si può spiegare anche la sua realtà verticistica, il forte controllo del territorio, l’esigenza di un governo centrale più forte, proporzionato. Quanto più è forte lo Stato tanto meno invadenza ha la mafia, ma anche il contrario. Se lo Stato è assente la mafia ha strada libera. Si verifica la situazione di due vasi comunicanti, se “l’acqua” è assorbita dallo Stato è automaticamente tolta alla ‘ndrangheta, se invece non è presa dallo Stato la ‘ndrangheta la assimila. Questa è la migliore immagine capace di riassumere il quadro della situazione.

Ha tragicamente inciso, inoltre, il fenomeno culturale del destino, del fato, per riprendere l’idea dell’antica Grecia. Questo aspetto, così presente nella mentalità comune, è stato sfruttato dalla mafia a proprio favore, siglando negativamente un atteggiamento di passività ed utilizzandolo a vantaggio di una cultura di sopraffazione e di morte.

Monsignor Bregantini, una delle prerogative forti della ’ndrangheta è l’omertà generata dal forte radicamento nel territorio e, dunque, nel suo tessuto sociale. Oggi è aumentato o diminuito il livello di omertà e di indifferenza della popolazione?

É cambiata la mafia, è cambiata la gente ed è conseguentemente mutata la risposta.

La mafia, innanzitutto, si è fatta meno arrogante, ma più pervasiva, sottilmente invasiva. Il mafioso oggi non si presenta più con l’ostentazione e l’arroganza di decenni fa. Con la coppola e il fucile in spalla. Ci tiene, invece, ad essere raffinato, gentile, pervasivo, però presente, anzi onnipresente. É cambiata, quindi, la modalità con cui la mafia si pone e si propone. I figli dei mafiosi frequentano i licei insieme agli altri ragazzi. Hanno, però, le idee chiare su quello che bisogna dire e quello che non bisogna dire, su quello che bisogna fare e quello che invece bisogna omettere.

Contemporaneamente, tuttavia, è cresciuta anche la consapevolezza della gente. Noto che nei miei tredici anni di Episcopato nella Locride è maturato il senso di ciò che è bene e ciò che è male. La gente, se pur timidamente, non tace più per convenienza. La coscienza è maturata, la risposta è più chiara, la presa d’atto è più decisiva. Non sempre, però, a questa rinnovata consapevolezza corrisponde la forza del cambiamento reale, per un insieme di mancate risposte dello Stato e delle istituzioni. Ecco allora che consapevolezza e cambiamento non sono proporzionati. Tuttavia, la consapevolezza come primo atto crea le premesse per il cambiamento. Se aiutato e assistito, il cambiamento sarà visibile sempre di più.

L’azione repressiva dello Stato si è intensificata? Come si conciliano l’azione dello Stato e quella della Chiesa di fronte alla criminalità organizzata? Quali sono gli ambiti delle due potestà?

Sono certamente entrambe sollecitate e rese incandescenti dalla forza della ’ndrangheta, che rischia di inquinare sia lo Stato che la Chiesa, perciò entrambe sono in allerta. Lo Stato deve agire nella fase della repressione, la Chiesa in quella della formazione. Il fenomeno potremmo identificarlo con due termini: la mafia e la mafiosità, che rappresentano, in fondo, i due aspetti del problema. La mafia è quello militare, operativo, violento; la mafiosità è l’aspetto culturale, che sta a monte, un fatto prevalentemente culturale. In questa visione lo Stato deve intervenire sulla mafia, la Chiesa sulla mafiosità, e, con la Chiesa, anche la famiglia e la scuola. Se noi operiamo concretamente questa distinzione faremo un salto in avanti prezioso nell’ambito del contrasto alla criminalità. Troppo spesso, infatti, noi ci aspettiamo da “a” quello che deve fare “b”.

Perciò, più forte è l’azione culturale di riscossa, più forte sarà anche l’azione repressiva dello Stato, però anche il contrario, non basta l’azione repressiva senza un seria opera culturale, né una autentica “coscientizzazione” senza uno Stato attivo ed efficace. La saggezza è articolare queste due fasi, legarle, dividendone i compiti, ma anche unendone gli obiettivi.

Tradizionalmente lo ’ndranghetista pretende di essere un uomo legato alla famiglia, ai valori cristiani. Lei, in una lettera ai parroci della sua diocesi, scrisse: «Qui c'è una strategia mortale, che vuole spezzare le nostre intelligenze e minaccia le nostre risorse. Per questo, è un atto che, come vescovo, condanno nel più forte dei modi. Lo condanno con la scomunica». Quali sono state le ragioni di questa sua posizione e quali gli effetti nel tessuto sociale e nelle istituzioni?

La domanda è molto ampia, ma si può riassumere così. Il mafioso, innanzitutto, sempre meno sente di essere religioso e con minore intensità ci tiene ai valori religiosi, è legato a quelli della famiglia, anche se la nuova generazione è pure in cambiamento. Perfino la mafia si è secolarizzata. Ieri era evidente la presenza dei mafiosi nelle processioni, oggi molto meno. Ieri insidiavano il santuario della Madonna di Polsi (non che l’abbiano mai conquistato, lo insidiavano), oggi l’hanno praticamente lasciato ai margini, hanno gli hotel di lusso, a quattro e cinque stelle, i matrimoni, come luoghi dei summit, non più Polsi. Né tanto meno si rifugiano in Aspromonte. I giovani sono incapaci di vivere la vita ritirata nelle grotte e nelle caverne, hanno un’altra mentalità spirituale, culturale, religiosa e anche fisica, perciò anche la ‘ndrangheta cambia così come la società. Questo non significa che è diminuita, vuol dire, piuttosto, che dobbiamo seguirne con attenzione e intelligenza l’evoluzione.

La scomunica, in questo senso, mi è sgorgata dal cuore. Abbiamo voluto dire che non è possibile che la mafia rovini la natura. Così come è delitto uccidere una vita nel grembo di una mamma o un giovane in un agguato, è anche delitto inquinare la terra, uccidere diecimila piantine con un veleno, cancellare i nostri boschi con gli incendi. La scomunica vuole essere una presa d’atto, che non è distinguibile spezzandone gli interventi. C’è un unico tema ricorrente, un unico comun denominatore che è la vita, amare la vita, rispettare la vita, difendere la vita. In questa dimensione la scomunica è un appello gravissimo e una presa d’atto nel senso di dire che la mafia è fondamentalmente contro la vita, in tutti i suoi aspetti, alcuni in maniera evidente, altri meno, ma è un contro la vita.

Noi dobbiamo reagire a chi attenta alla vita, anche con le azioni che ho detto, con la difesa strenua della vita, perché la vita è il dono più grande che Dio ci ha dato.

Questo ha provocato una coscientizzazione. Mai era avvenuto un gesto così grave: evidentemente non ha prodotto effetti diretti, ma indiretti a tre livelli. Anzitutto, dalle lettere che mi sono giunte dal carcere ho capito che i mafiosi sono rimasti indignatissimi, arrabbiatissimi. Sentirsi scomunicati li ha profondamente irritati; in secondo luogo ha prodotto nei cristiani una consapevolezza diversa, per amare di più questa terra, comprendendo che territorio, cuore della gente e grembo vitale sono la stessa cosa, per cui non c’è distinzione ma unitarietà, pur nella distinzione di fatto degli ambiti. É Dio l’unico padrone della vita, Lui solo l’autore della vita e, quindi, Lui solo ce l’ha in mano e nessuno la può violare, a nessun livello. Infine, questa coscientizzazione è passata anche ad altre Chiese, moltissimi mi hanno ringraziato: vescovi, cardinali, gente comune, giornalisti. Si è compreso che bisogna dire ogni tanto delle parole forti e non è vero che cadono nel vuoto, non è vero che i mafiosi se ne fregano, non è vero. Le parole sono come macigni se ben usate, se poi collegate col Vangelo, con la forza pregnante di una catechesi sistematica, si innestano dentro.

La passione ecologista che hanno i giovani, per esempio, non può non essere valorizzata come forza contro la ’ndrangheta, perché la ’ndrangheta uccide, sporca, brucia, rovina, allora se io ai ragazzi dico queste cose so di colpirli nel loro sogno di un mondo bello e pulito, fatto giardino. Presento la mafia come l’anti-ideale dei loro sogni, i loro sogni sono spezzati dalla ’ndrangheta. Utilizzo la passione culturale che i ragazzi hanno come forza vitale contro la mafia, questo è ciò che ha ottenuto il mio gesto e su questo bisogna andare avanti.

Monsignore, può parlare delle cooperative che ha costruito nella Locride?

Sì, sia queste cooperative che quelle presenti nella Piana di Gioia Tauro, nate con grande ammirazione sui terreni confiscati alla mafia, con le quali noi ci innestiamo reciprocamente. L’iniziativa di don Luigi Ciotti e questa iniziativa sono intrecciate e va detto, perché qualcuno, in maniera molto pedestre, le avrebbe contrapposte e in realtà non sono contrapponibili, ma sono legate. Diverse le strategie, unico l’obiettivo, ridare alla terrà libertà, non per nulla è la parola centrale delle Comunità Libere e del discorso di don Ciotti.

In questa dimensione, perciò, le cooperative sono il segno di un sogno. Il sogno è che Dio dia a tutti dignità, il segno è vedere che si possono produrre i lamponi in dicembre insieme con il Trentino che li ha in luglio. Anche questo è un grande sogno, che ogni terra dia il meglio di sé secondo la vocazione che Dio le ha dato. Se Dio ha dato alla Calabria il sole per produrre i frutti maturi in dicembre, li produca per la gloria di Dio. E il bene della nostra terra che si lega col bene del Trentino, insieme, diventano una forza incredibile.

Questo lo chiamiamo esperimento, e immaginiamo se il mondo fosse così tra Europa ed Africa, tra Europa ed Asia, tra Europa e paesi emergenti. Non il nemico, non “io ho paura di te che emergi”, ma ti aiuto ad emergere, nel senso che io ho dei doni e tu ne hai altri, mettiamoli insieme e costruiamo la catena della reciprocità. Perché la parola chiave non è più soltanto solidarietà, ma è reciprocità. Io rispetto il dono, le tue appartenenze, le tue tipicità, intreccio le tue con le mie e cresciamo tutti insieme, questo è il grande sogno di Dio.

La ’ndrangheta agisce, come si dice, in "modo capillare". La parrocchia rappresenta una presenza radicata sul territorio. Come rispondono, dunque, le parrocchie alla pressione territoriale della ’ndrangheta?

Noi lo abbiamo distinto in un convegno1 con tre immagini. La mafia è insieme: vergogna di questa terra, peccato nostro di omissione ed è sfida vincente per noi. In quanto vergogna ne chiediamo perdono e la condanniamo in modo nettissimo come realtà negativa; in quanto peccato di omissione ci costringe a batterci il petto e a dire dove abbiamo mancato, quindi non siamo puntati contro i mafiosi soltanto ma anche sulle nostre carenze; terzo, siamo consapevoli che è anche una sfida per essere Chiesa più profetica, preti più poveri, religiosi più eroici, laici più coraggiosi, amministratori più onesti. In un ambiente di mafia non ci si può adeguare e qui mi pare opportuno collocare la bella frase dei ragazzi di Locri: “Ci siamo ma non ci stiamo”, siamo dentro questa terra ma non stiamo al gioco della mafia: questa è la linea di fondo.

Monsignor Bregantini qual è stata la sua esperienza umana, culturale e politica in una terra che ha più volte definito “terra di giardino”? Si discute ancora molto del divario tra Nord e Sud. Come ha inciso il suo essere un settentrionale nell’idea che si è fatta della realtà calabrese?

Nel discorso dell’esperienza io ritengo che aver sempre parlato bene della Calabria come terra di giardino ci abbia dato l’ottica vincente che è quella di dire che il bello è la miglior forma di antimafia, quindi, le tre grandi parole di San Tommaso, verum, pulchrum et bonum sono le tre realtà che ci permettono di vincere. La mafia non si vince contrapponendosi perché, anzi, se mi contrappongo al mafioso quasi scendo al suo livello e alla fine lui appare più importante di ciò che è, lo devo svuotare dall’interno, facendolo apparire sciocco, cretino e stupido, oltre che vuoto, fragile poi dentro. Io devo restare al mio livello, è lui che deve salire, non io scendere al suo, in questa dimensione il parlare del bello, del bene, delle cose grandi che Dio ci ha dato, della dignità della Calabria, dei sogni dei ragazzi, mi permette di vincere la battaglia sul mio terreno sul quale io sono vincitore. In alcuni momenti dovrò anche denunciare, ma sono momenti isolati e soprattutto ben mirati, poi devo soprattutto annunciare rinunciando con dignità a tutti gli idoli falsi. Quindi in questa dimensione tutto quello che c’è di grande e di bello va visto come vincente.

Il divario Nord-Sud è un problema più grande di noi, però una cosa potremmo dirla, noi abbiamo assistito in questi anni a molti campi scuola di parrocchie del nord che hanno fatto qui un’esperienza o di servizio o di aiuto o anche di ferie, perché hanno capito che la Calabria, la Locride in particolare, con le sue ferite insegna come trasformare le ferite in feritoie di grazia. Da chi soffre il Nord impara a curare le ferite che anche il Nord ha, allora è vera quella bellissima esperienza che abbiamo notato, che oggi nel mondo il maestro vero è chi sa molto soffrire imparando dalla sua sofferenza ad aiutare l’altro, ovunque, a vincere la propria sofferenza.

In questo senso l’essere settentrionale mi ha aiutato a capire certe modalità e a leggere certi fenomeni con l’occhio più lungo di chi è qui. Chi è qui però lo legge più profondo, per cui io ho bisogno, per esempio, del dialogo con i preti giovani che mi danno profondità, loro leggono la storia con profondità, io in trasparenza lineare: intrecciati insieme facciamo le ascisse e le ordinate e nasce la capacità di leggere sia a livello sincronico che diacronico la storia. E questa è la grande forza di un vescovo con i suoi preti.

1 «È cosa nostra: una pastorale ecclesiale per l’educazione delle coscienze in contesti di ’ndrangheta», organizzato a Falerna (Catanzaro) dalla Caritas Regionale della Calabria, il 27 gennaio 2007 l’intervento integrale è stato pubblicato su “Aggiornamenti Sociali” (07-08) [2007] ed è disponibile in formato “pdf.” nel Dossier sulla mafia di “Sintesi Dialettica” http://www.sintesidialettica.it/sullamafia.php e su www.aggiornamentisociali.it

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