Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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10/12/2011
Abstract
Il pensiero politico del pensatore roveretano scaturisce dalla nozione di persona come “diritto sussistente”, in cui risiede “la volontà intelligente”, intesa come la base sulla quale costruire una società orientata al bene comune e al rispetto della libertà.

Antonio Rosmini Serbati, partendo dalla filosofia di Kant, giunge ad un suo superamento, ponendo contemporaneamente le premesse per sviluppi ulteriori della filosofia: in particolare il neoidealismo italiano, fino all’attualismo di Giovanni Gentile.[1] Si tratta di rielaborazioni che pur avendo contribuito a diffondere e a mantenere vivo il pensiero rosminiano, hanno, nei fatti, scisso il Rosmini filosofo dal sacerdote fondatore dell’”Istituto della Carità”, separando così la ricerca razionale della verità dalla Caritas vissuta attivamente.

La lezione di Rosmini, soprattutto per la contemporaneità, consiste infatti nel ritrovare il giusto rapporto intercorrente fra pensiero e vita, intelletto e natura, fede e ragione. Un rapporto alterato da certi sviluppi del pensiero tra settecento e ottocento, che hanno condotto, con esiti noti, ai drammi del XX secolo, mentre oggi si sperimentano ancora – soprattutto nell’occidente industrializzato – le tensioni derivanti da un eccessivo individualismo.

Eppure il Roveretano non fu sempre apprezzato dai suoi coevi: alcuni accusarono il suo sistema di essere un compromesso tutt’altro che originale tra la Scolastica e varie dottrine illuministiche; altri ravvisarono in esso un pericoloso precedente filosofico che avrebbe condotto all’eresia. Accuse, quest’ultime, che si concretizzarono nel decreto di condanna  Post obitum, emesso nel 1887. Ma, dopo il Concilio Vaticano II, i suoi scritti sono stati progressivamente riabilitati, mentre Giovanni Paolo II, lo ha accostato nella Fides et ratio a John Henry Newman, Jacques Maritain, Etienne Gilson, Edith Stein.[2] Dal 2007 la Chiesa venera anche Antonio Rosmini fra i suoi beati.

Questo breve saggio, si propone appunto di interpretare il pensiero politico e giuridico del sacerdote trentino, assumendo come ipotesi la preminenza della dimensione relazionale nella prospettiva di Rosmini. In essa l’Uno e il molteplice, l’universale e il particolare, vivono insieme ma distinti, legati ma non confusi. L’unicità del singolo, e il rispetto della sua libertà, sono qualità della società perfettibile; ma ciò non esclude che tra società reale e società ideale esista una costante ricerca dialettica.   In ultima analisi, Rosmini sembra abbia trovato soluzione ad alcune ambiguità implicite sia del kantismo che dell’idealismo, i cui esiti rispettivi sono una forma di scetticismo nichilista, e la giustificazione di un’incondizionata autorità dello Stato, in nome della concezione etica di quest’ultimo. Il risultato che si vuole ottenere consiste nello stabilire in quale misura la visione politica rosminiana si sia spinta oltre Kant, studiandone anche il rapporto con il pensiero di Hegel, e il senso che assume la dimensione religiosa, intesa anche nel suo significato più alto.  

Si partirà, naturalmente, dall’analisi del concetto di persona, base ontologica della speculazione rosminiana in ambito morale ed etico-politico, confrontandola con il pensiero kantiano. Saranno poi studiate le conseguenze di ciò sulla Filosofia della politica (1837-1839); infine tali concezioni saranno raffrontate e inquadrate nel contesto in cui operò l’autore.

L’obiettivo di questo saggio è forse ambizioso, e la sua brevità non consente di essere completamente esaustivi; tuttavia, spero di aver comunque fornito un contributo non del tutto privo di interesse alla conoscenza del pensiero di Antonio Rosmini.

2. Il fondamento ontologico della società

Il sistema filosofico rosminiano dedica ai problemi della società diversi scritti, inserendone l’oggetto nell’ambito della Scienza morale. Quest’ultima ha come scopo la ricerca del Bene, in senso assoluto, e a sua volta si articola nello studio del Diritto e in quello della politica, visti come sottocategorie della speculazione teoretica. Infatti mentre nella Filosofia del diritto (1841-1843) si ricerca il bene come giustizia, nella Filosofia della politica – e anche in altri scritti, perlopiù a carattere programmatico – emergono con chiarezza i fini della politica stessa: cioè come i beni morali e quelli materiali debbano essere distribuiti nella società civile.

Ma il fulcro dell’intera riflessione del roveretano ruota attorno al concetto di persona, che rappresenta la base ontologica su cui fonda la sua dottrina. Con questa espressione Rosmini intende un principio sostanziale connaturato all’uomo, e potenzialmente orientato alla ricerca del Bene e della verità. Da ciò egli deduce due idee fondamentali: l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, e il rispetto della dignità di ogni uomo.

Osserviamo come questi due concetti rispecchino e sintetizzino il comandamento evangelico di amare il proprio prossimo come sé stessi. In questo rapporto tra verità rivelata e verità ricercata con l’aiuto della ragione, risiede il nucleo principale della speculazione di Antonio Rosmini. Filosofia e Teologia, non sono per lui caratterizzate da una relazione di antagonismo. Le basi della fede sono razionali: nonostante la ragione non riesca da sola a cogliere tutto il mistero di Dio, essa può intravederne i riflessi nella persona.  All’elemento personale, (o volontà intelligente), spetta perciò una dignità tale che esso costituisca il fine dello Stato, e non sia mai ridotta ad uno strumento in balìa dell’arbitrarietà altrui. Questa “scintilla” presente in ogni essere umano, costituisce lo spunto che dà vita ad una concezione alla quale non è estraneo un certo ottimismo antropologico. A differenza di alcuni suoi contemporanei, (come De Maistre), e benché tacciato dai coevi ingiustamente di giansenismo, egli non possiede una visione radicalmente pessimista dell’uomo e della società. Anzi, poiché potenzialmente rivolta al bene, la volontà intelligente può consentire la realizzazione di una politica giusta. Ma ciò significa anche che il senso innato del rispetto altrui appartiene a qualsiasi formazione sociale, persino la più abietta. Scrive Rosmini: «A fine di meglio convincercene, rifacciamoci a considerare attentamente le società de’ ribaldi, quali son  quelle che fanno i masnadieri o ladroni di terra o di mare. E bene, in una società di assassini o di pirati, non solo si può trovare, diciam noi, un elemento di giustizia come osservava Platone; ma di più ancora, un principio di umanità. Sì; una scintilla di umana benevolenza arde, tuttavia, ne’ petti di que’ tristi. Non si difendono essi scambievolmente negli scontri? Non partecipano tutti insieme a comuni perigli? Tutti insieme non s’assidon con gioia fraterna al desco bandito d’insanguinate prede?»[3]

Da queste battute, risulta facile comprendere perché Rosmini sia stato definito “il Kant italiano”. Tuttavia tale affermazione non rende completamente il significato del rapporto tra kantismo e rosminismo politico. Il nostro autore si spinge oltre la filosofia kantiana, senza giungere al panlogismo hegeliano. Per comprendere come ciò sia possibile, occorre riferirsi brevemente ai presupposti gnoseologici in Kant, Hegel, Rosmini. 

Infatti, per Kant la ragione umana è una sorta di legislatore universale, nel senso che organizza i dati conoscitivi della realtà, che si presentano all’uomo come esterni, e inconoscibili nella loro essenza. Hegel, sotto questo profilo, approfondisce ulteriormente l’analisi del dualismo ragione/reale, e soggetto/oggetto, fino ad affermare che la realtà non solo è organizzata dalla ragione, ma coincide con essa. Questo passaggio, forse fondato anche su un perfezionamento della speculazione di Fichte e Schelling, conduce ad assolutizzare la ragione stessa. Rosmini, invece afferma l’esistenza di una relazione fra l’oggetto della conoscenza e la mente, la quale né rimane separata dalla realtà (poiché fa parte dell’Essere), ma non comprende la totalità del reale, e tuttavia rimane protesa alla ricerca della verità.

Il risultato cui giunge il Roveretano sul piano gnoseologico si ripercuote nell’ambito della riflessione morale. La persona è vista in rapporto dialogico con la verità, che non può racchiudere interamente in essa. Ma proprio perché non può spiegare tutto, la ragione umana si deve aprire all’infinito: in questo momento subentra l’importanza della fede, che rappresenta una dimensione imprescindibile dalla speculazione rosminiana. Tutto ciò colloca anche il suo pensiero politico sia oltre la concezione kantiana espressa dalla formula “insocievole socievolezza”, sia al di là della visione hegeliana dello stato etico.

3. La Filosofia della Politica

La persona rappresenta, dunque, il fondamento della speculazione politica di Antonio Rosmini. Essa si distanzia tanto dalle implicite conseguenze scettiche del Kantismo, tanto quanto dalla dottrina dello stato etico hegeliano. Secondo il roveretano, questi due filosofi hanno assolutizzato la ragione umana, poiché il loro pensiero conduce, nel caso di Kant, a fermarsi dinanzi all’impossibilità di raggiungere lo Stato noumenon; mentre per quanto riguarda Hegel, questi assorbe totalmente il soggetto nelle formazioni sociali, mentre lo Stato è una sorta di manifestazione “divina” del logos.

La filosofia dovrebbe perciò rinunciare a qualsiasi tentativo di ricercare una forma di organizzazione della società in cui tutti gli uomini possano vivere armonicamente? Il pensiero di Rosmini è chiaro in questo senso, e anche di straordinaria attualità. Egli distingue tra perfettismo e perfettibilità, termini con i quali indica da un lato, la costruzione astratta e artificiale di una società perfetta; dall’altro, la possibilità e la tendenza effettiva verso un modello politico che promuova autenticamente il bene comune. La società, nella concezione rosminiana, non può essere perfetta, bensì perfettibile; non si può affidare la pianificazione della storia ad astratte formule di ingegneria sociale. Il compito del filosofo politico dovrebbe consistere, nel migliorare il mondo senza pretendere di trovare soluzioni definitive alla complessità della convivenza umana. La migliore politica può scaturire solo dalla consapevolezza che la realtà si estrinseca in un insieme di relazioni che, interagendo, conducono alla nascita di forme nuove di organizzazione. Ciò implica che la realizzazione dello Stato ideale, così come lo intendeva il socialismo utopistico, si collochi al di fuori della realtà. La realizzazione del Bene comune, non può tuttavia, prescindere dalla tutela della libertà. Il rispetto della libertà è il segno della Carità, sia nel rapporto tra Dio e l’uomo, sia tra l’uomo e il Creato.

Rosmini, in ultima analisi, rifiuta ogni logica di uniformità del soggetto; ma le radici di tale atteggiamento sono profondamente teologali. Poiché l’amore divino pervade tutto l’Essere, ogni elemento che è parte della realtà si relaziona a Dio nel dialogo volto alla ricerca di un costante rispetto reciproco. Da ciò discende che anche i rapporti politici seguano questa impostazione, se sono orientati al bene. E qui ha origine la critica che rivolge agli estremismi del suo tempo, di matrice socialista o conservatrice; ma è anche fondato su questa visione lo stesso federalismo, che egli vedeva con favore come uno strumento di unificazione del futuro stato italiano.

A questo punto, occorre ritornare alla questione di fondo di questo breve scritto: che cosa differenzia la filosofia politica di Antonio Rosmini da Kant e da Hegel? La risposta si trova proprio nelle affermazioni che sono state espresse poco fa: se per il roveretano ogni assolutizzazione ideologica ha come esito la nascita di regimi che limitano la libertà, sia Kant che Hegel, sotto un certo punto di vista, mediante un’eccessiva astrazione hanno condotto verso due esiti opposti: scetticismo e statolatria. Rosmini si pone oltre l’«insocievole socievolezza» nella misura in cui afferma la necessità morale di tendere al perfezionamento della società.  D’altra parte, pur realizzandosi nella vita con i suoi simili, l’uomo non può identificarsi nell’organizzazione sociale stessa, né le forme assunte da quest’ultima sono meritevoli di qualche “divinizzazione”.

Tuttavia, bisogna comprendere la radice teologica della speculazione politica rosminiana. Senza tenere conto dell’ispirazione cristiana del filosofo, volto alla ricerca della verità nella fede, e della fede nella verità, si svuota di senso il suo pensiero.

4. Rosmini nel clima politico e intellettuale del risorgimento

Quanto affermato fino a questo punto evidenzia come Rosmini sia stato un promotore della causa unitaria, in una situazione caratterizzata dagli entusiasmi nei confronti di Pio IX, salutato da molti come il “Papa liberale”.

Antonio Rosmini seguì un percorso di maturazione delle sue riflessioni politiche di carattere programmatico, passando da una fase giovanile durante la quale sostenne il governo austriaco, a una più adulta e consapevole visione della effettiva realtà italiana ed europea. In queste considerazioni trovavano ampio spazio temi come il federalismo, il potere temporale della Chiesa, l’unità del paese; e tali argomenti, si inquadravano in una prospettiva d’insieme che faceva riferimento alla sua speculazione teoretica, traendo contemporaneamente alimento dalla teologia cattolica. Pur senza addentrarsi nelle complesse vicende che riguardarono Rosmini e il risorgimento, bisogna ripercorrerne le questioni più importanti, che si intrecciarono con la fase “neoguelfa” del processo di unificazione nazionale. 

In primo luogo, la riforma ecclesiale, che è oggetto de Le cinque piaghe della Santa Chiesa (1848), si pone anche come base per il rinnovamento sociale, perché ‹‹essa non rimase affatto estranea al clima carico di speranze del primo Quarantotto italiano››[4]. Accanto all’anelito di rinnovamento ecclesiale, trova infatti posto una rilevante progettualità civile, espressa da Rosmini in alcuni schemi costituzionali.[5]

Per quel che attiene Le cinque piaghe, si tratta sicuramente della sua opera più nota, la cui impostazione centrale attiene a un diverso rapporto tra Chiesa e società, che il roveretano avverte ai suoi tempi come caratterizzato da una certa carenza di libertà. Egli vede, per esempio, tale mancanza indirettamente sotto il profilo pedagogico e comunicativo, stigmatizzando un clero troppo nettamente separato dal popolo; conseguentemente, quest’ultimo recepisce il messaggio cristiano spesso senza viverlo autenticamente, in maniera passiva e automatica. In questo senso anticipa la questione della cosiddetta “emergenza formativa”, e del percorso di una razionalità che riconoscendo i suoi limiti sappia armonizzarsi con la fede.

Ma nella prospettiva rosminiana la libertà non è che una manifestazione della Carità. Per questo motivo egli fonda i suoi progetti e gli auspici per la causa liberale sulla base del messaggio cristiano. Pertanto, ciò sfocia in un federalismo tutt’altro che centralista, dove le singole entità macro-regionali del suo progetto trovano un comune bilanciamento nella Dieta nazionale. Inoltre, analizza il complesso rapporto Stato-Chiesa in Italia, giungendo ad una separazione dei due ambiti, pur conservando, un ruolo di garanzia morale al Papato. Infine schiude le porte alla questione europea, preconizzandone l’unione.

Ma nell’immediato contesto storico in cui visse, queste affermazioni spesso gli causarono la diffidenza di molti settori ecclesiali, e di alcuni laici, nonostante diversi intellettuali, tra cui lo stesso Manzoni, seguissero i suoi insegnamenti.

Conclusioni

La filosofia di Antonio Rosmini costituisce in ultima analisi, una ricerca del fondamento della libertà umana. Poiché la stessa libertà si qualifica come un segno di amore e rispetto di Dio verso il creato, la politica trova il suo modello perfetto in questa relazione. Infatti nella società non coesistono rapporti solo fra persone e cose, ma fra persone e persone. In ciascun soggetto esiste un principio ontologico; l’uomo è, per dirla con un linguaggio religioso, un’immagine di Dio. In quanto tale, l’essere umano va kantianamente e cristianamente visto come fine e non come mezzo.

D’altronde, se per Kant esiste una forma di conflittualità coessenziale alla società, Rosmini afferma che tendere verso il modello di una socialità armonica, non è del tutto impossibile, anche se ciò è un cammino lungo. Però non bisogna farsi irretire dalle derive di certe filosofie “perfettiste”, che come l’utopismo del XIX secolo, pongono la società e lo stato al di sopra della persona.

Rosmini è perciò riuscito a creare un sistema filosofico che partendo da una visione critica della realtà arriva ad affermare, come Agostino, e Tommaso D’Aquino, l’importanza della ragione per la fede e della fede per la ragione.

Bibliografia

AA. VV. Atti della I Cattedra Rosmini, Isola Capo Rizzuto, 7-11 aprile 2008.

M. Dossi, Il santo proibito. La vita e il pensiero di Antonio Rosmini, Il Margine, Trento 2007.

M. Umberto, Conoscere Rosmini. Vita pensiero spiritualità, Edizioni Rosminiane, Stresa 1999.

A. Rosmini, Filosofia della Politica, in Opere di Antonio Rosmini, Città Nuova, Roma, vol. 33, 1997.

A. Zanfarino, Il pensiero politico contemporaneo, CEDAM, Padova, 1998.

[1] Cfr. U. Muratore, Conoscere Rosmini. Vita, Pensiero, spiritualità, Edizioni Rosminiane, Stresa, 1999, p. 39.

[2] Un’interessante discussione sul rapporto tra fede e ragione in Rosmini si trova in Antonio Staglianò, A. Rosmini, un modello di interazione tra ragione e fede, relazione alla I Cattedra Rosmini, Isola capo Rizzuto, 7-11 aprile 2008; cfr. inoltre M. Dossi, Il santo proibito. La vita e il pensiero di Antonio Rosmini, Il Margine, Trento, 2007, pp. 176-183. Questo saggio, dal taglio biografico, dedica un capitolo specificamente alla riabilitazione del rosminianesimo. 

[3] A. Rosmini, Filosofia della politica, Città Nuova, Roma, 1997, p. 132, in Opere di Antonio Rosmini, vol. 33.

[4] M. Dossi, op. cit. , p. 126.

[5] I più significativi saggi di Rosmini sull’argomento sono: Progetto di costituzione per lo Stato Romano (1848), La costituzione secondo la giustizia sociale (1848), Sull’unità d’Italia (1848).