L’Europa occidentale contemporanea, sta vivendo una fase non inedita di contrapposizione tra clericali e anticlericali. Questa frattura è visibile sia a livello dei singoli ordinamenti nazionali, sia nell’ambito dell’Unione Europea, dove l’oggetto della questione è, prevalentemente, quello del rapporto del continente con le sue radici cristiane e il rango di queste nella gerarchia dei valori condivisi.
L’origine della difficile comunicabilità tra le due componenti ideologiche va ricercata nella Rivoluzione francese1. Non si può infatti negare che i principi del 1789, pur recando con sé punti di contatto con la Dottrina cristiana, siano un tentativo di forgiare una società completamente nuova, de-sacralizzata, in cui al Cattolicesimo si tenta di sostituire il deismo illuministico, e all’identità religiosa si contrappone il riconoscimento collettivo nella nazione; ma, soprattutto “per la prima volta in assoluto nella storia sorge lo Stato puramente secolare, che abbandona e mette da parte la garanzia divina e la normazione divina dell’elemento politico, considerandole come una visione mitologica del mondo e dichiara Dio stesso come affare privato”.2 Si tratta nei fatti, della competizione tra due soggetti autonomi, ciascuno dei quali pronto a rivendicare il proprio ambito di influenza: la Chiesa, che entra in frizione con lo Stato inevitabilmente quando occorre affermare la propria autorità transnazionale; e la nuova Francia laicista, ma non laica, che vuole rovesciare l’establishment dell’ ancien régime. Quello che è maggiormente inviso agli avversari del clero, è infatti la presenza di istituzioni che svolgono una funzione alternativa e concorrente allo Stato, come abbazie, scuole, e monti frumentari. Lo stesso Salvemini, scrive, in maniera forse troppo ruvida, che “la Chiesa cattolica in fondo è un’associazione privata, la quale tende ad espandersi in luogo dello Stato”3 e che si tratta di una tendenza comune a “tutte le organizzazioni religiose e politiche”.4
La formazione dello stato-nazione in Europa occidentale, genera dunque quella che Stein Rokkan definisce come cleavage Stato-Chiesa 5, attorno al quale si strutturano lentamente gruppi politici che, secondo le situazioni storiche dei singoli paesi, assumono nomi e funzioni diverse, ma che rispondono in linea di massima, alla divisione tra clericali e anticlericali. Ma il cleavage religioso si è spesso sovrapposto a quello territoriale, dando vita a delle situazioni in cui i Cattolici hanno rappresentato le peculiarità etniche di specifiche aree geografiche. Accade, per restare nell’ambito della Rivoluzione francese, con riguardo alla situazione della Vandea, dove appartenenza religiosa e territoriale si fondono nella comune lotta contro la secolarizzazione.
Lo stato-nazione, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del ventesimo, cerca perciò di guadagnare “spazio vitale” anche all’interno dei propri confini, a scapito dell’autonomia delle Chiese. Scrive John Breuilly che “in Gran Bretagna , in Francia e altrove in Europa occidentale veniva data una crescente importanza alla necessità di avere una popolazione istruita, di ridurre il potere e i privilegi delle chiese e di valorizzare l’interesse individualistico illuminato come base di una società prospera e stabile.”6
Risultato di queste trasformazioni, fu il ruolo crescente che i nazionalismi assumono nella politica europea, con le immediate conseguenze sullo scacchiere geopolitico del continente. Essi, sono effettivamente connessi al rafforzamento e alla centralizzazione burocratica interna dello Stato, che contemporaneamente, si proietta in una dimensione extra-nazionale, nella quale cerca di affermare una politica di potenza. La questione in cui si intrecciano maggiormente la “volontà di potenza” dello stato-nazione, i destini dell’Europa contemporanea, e un radicale rinnovamento politico promosso nella seconda metà del XX secolo da forze di ispirazione cattolica, è, appunto, quella franco-tedesca. Infatti, i reciproci sentimenti nazionalistici, alimentati da motivazioni di carattere economico, rendono il quadro politico europeo instabile per oltre settant’anni, impedendo la costruzione di una società realmente fiduciosa nell’avvenire, e colpendola duramente con due guerre mondiali.
Francia e Prussia sono portatrici di due nazionalismi antitetici. Ad esse fanno rispettivamente capo due concezioni differenti dello stato-nazione, e conseguentemente, della cittadinanza. La concezione francese, fondata sullo jus soli, è una visione “territoriale” dell’identità nazionale. Secondo Jacques Lévy, il suo significato viene espresso al meglio dal termine tedesco Vaterland, traducibile a sua volta dal francese patrie.7 Essa si caratterizza per un accentuato centralismo interno, e per la presenza di una missione “salvifica” che la patria è tenuta ad attuare nei confronti degli altri popoli: quello di estendere la cittadinanza ai non Francesi, integrandoli così nell’Etat-nation.
Contrapposta alla nazione francese, vi è quella germanica, intesa come Heimat. Tale termine ha una duplice valenza, sia politica, che strettamente culturale: essa, infatti, concepisce lo stato-nazione come comunità spirituale, il cui elementi basilari sono il “sangue”, la “stirpe”, e la lingua. In altri termini, l’uomo tedesco non è semplicemente cittadino per effetto di una cooptazione giuridica, ma la sua appartenenza allo Stato costituisce un fatto quasi metafisico, poiché precede storicamente ogni “artificiale” ed astratta formula politica.
Secondo Biagio de Giovanni, “Francia e Germania hanno stilizzato due visioni della modernità possibile, due modi di essere dello Stato-nazione e del suo tramonto, e il loro scontro che attraversa tutta l’Europa moderna, da Westphalia in giù, giunge progressivamente – e lungo i tornanti della storia contemporanea – a rappresentare due vie, due interpretazioni della storia europea che emblematicamente si concentrano nelle due guerre europee del Novecento e nella lettura della mondializzazione in chiave democratica o totalitaria.”8
Queste due elaborazioni del concetto di stato-nazione farebbero capo rispettivamente a Ernest Renan e Johann Gottfried Herder, anche se, secondo Lévy, la questione va al di là di questa semplice stereotipizzazione.9 Del resto, il nazionalismo delle due potenze non è un’entità astratta, ma ha una base concreta nel dissidio sull’Alsazia-Lorena e sulla questione dei bacini carboniferi, motore dell’economia mitteleuropea del tempo.
Attorno ai due nazionalismi diametralmente opposti, si costruisce, negli anni successivi alla vittoria tedesca del 1871, un astio reciproco che vede un forte coinvolgimento di sentimenti popolari. Questo risentimento sarà una delle cause scatenanti della I guerra mondiale, mentre sarà alla base degli sviluppi politici che porteranno al secondo conflitto mondiale. L’evoluzione di questi eventi è nota, ma ciò che occorre sottolineare è la polarizzazione politica, diplomatica e sociale che si verifica durante gli anni che conducono alle due guerre mondiali. Infatti, dopo che il cancellierato del Reich cessa di essere nelle mani di Bismarck si rompe un fragile equilibrio creato da una serie di alleanze volte ad isolare la Francia rivale10. Finita la stagione bismarckiana inizia un’epoca di conflitti che trascineranno l’Europa in una vera e propria guerra civile paneuropea, oltre che mondiale.
Dopo questa parentesi storica, in cui lo stato-nazione ha cercato di sostituirsi alle chiese e alle identità religiose, i Cristiani, e in particolar modo i Cattolici, riemergono nel secondo dopoguerra, per ripensare l’Europa come uno spazio comune in cui si possa pervenire, attraverso una progressiva integrazione, alla costruzione di un orizzonte politico. Del resto, tali necessità, sono corroborate dalle teorizzazioni di uno storico come Arnold Toynbee. Nella sua Study of History, afferma che il Cristianesimo è lo strumento che consentirà alla civiltà europea occidentale di sopravvivere alla propria decadenza; che questa non è un processo irreversibile; e che, in definitiva il cristianesimo costituisca “la forza vitale grazie alla quale la cultura occidentale potrebbe ricostituirsi su di un piano spirituale più elevato, come Respublica Christiana.”11
Ma prima ancora che il processo di unificazione europea si avviasse, esistevano due principali correnti di pensiero sulla questione: quella federalista e quella con federalista. La prima, rappresentava una visione “utopica”, poiché mirava a trasformare l’Europa da teatro di conflitti e contrapposizioni storiche, in una compiuta democrazia, con un parlamento eletto a suffragio universale. Personaggi come Altiero Spinelli e Adriano Olivetti, in Italia furono i vettori di queste idee. I confederalisti, optavano, invece, per un’integrazione che lasciasse inalterati i poteri dei governi nazionali. Churchill e De Gaulle propendevano per questo tipo di unificazione.
Tuttavia, il paradigma funzionalista fu quello che venne effettivamente adottato a partire dal 1950, in seguito al verificarsi di alcune situazioni, che spinsero ad abbandonare i progetti più idealistici sull’unità del continente: la rapida ripresa economica e politica della Germania, e l’incombenza dell’Unione Sovietica. Accanto a questi fattori di coesione se ne aggiunse un terzo, vale a dire l’ERP (European Recovery Program) o piano Marshall. Fu infatti la combinazione di questi tre elementi che genera, tra il 1946 e il 1950, presso gli stati europei, la persuasione che occorra arginare la diffusione del comunismo e il rischio che la Germania, dopo la ricostruzione possa rappresentare una minaccia per l’economia della Francia. Gli USA, d’altra parte, erano intenzionati a fronteggiare la “bolscevizzazione” dell’Europa con un piano di aiuti che attivasse un circolo virtuoso di investimenti e crescita economica. Si minavano così, secondo l’amministrazione d’oltreoceano, le premesse su cui attecchiva la propaganda filosovietica.
Il nodo della questione era quello dei bacini minerari e carboniferi della Ruhr e della Saar. Inizialmente la Francia propendeva per la separazione di tali aree dal resto della Germania, ma “la linea di Parigi si scontrò ben presto con la volontà delle due superpotenze, impegnate in quella che alcuni definirono come la politica di corteggiamento della Germania.”12 Infatti, se la Russia voleva una Germania unificata sotto la propria egemonia, gli Stati Uniti ritenevano che una pace “punitiva” avrebbe rappresentato un grave errore. Fu così, che nel 1949, venne istituita l’Autorité internationale de la Ruhr, tra Francia, paesi del Benelux, USA e Regno Unito. La RFT vi avrebbe inviato suoi membri solo dopo l’accordo di Petersberg (novembre 1949).
E’ in questo frangente che la proposta politica di Jean Monnet e Robert Schuman rivela tutta la propria carica innovativa e la portata storica, pur costituendo, apparentemente, un progetto molto meno ambizioso di quello dei federalisti. Godendo di un notevole prestigio personale presso le autorità della IV repubblica, Monnet mise a punto un piano per la cogestione delle risorse carbonifere e dell’acciaio. La proposta di Monnet, fu preceduta da una dichiarazione di Konrad Adenauer, che nel Marzo 1950, in un intervista con il giornalista Kinsbury Smith, per l’International News Service, auspicò la fusione delle economie francese e germanica, e la creazione di istituzioni comuni.13 Monnet, come la maggior parte dei politici francesi, era invece preoccupato della rapida ascesa economica tedesca e della ricostruzione del suo esercito – che sarebbero state sicuramente favorite dagli Stati Uniti – ma a differenza di molti altri, maturò velocemente la convinzione che solo la condivisione dei problemi anziché la contrapposizione, fosse capace di risolvere il dissidio franco-germanico. Il piano venne poi affidato a Schuman, ministro degli esteri, che lo fece approvare con una procedura abbreviata, cioè esponendo al Governo il testo solo oralmente. Al progetto, che diede vita alla CECA, cioè Communautè européenne du charbon e de l’acier, aderirono anche i Paesi del Benelux e l’Italia.
La struttura istituzionale della CECA rifletteva quella che sarebbe stata l’architettura delle Comunità Europee. Organi della CECA, erano infatti l’Alta Autorità, (un’assemblea di 78 membri designati dai parlamenti nazionali); il Consiglio dei ministri; la Corte di giustizia, e, infine, il Comitato consultivo. Fulcro della comunità era l’Alta Autorità, che deliberando a maggioranza semplice, “attribuiva alla CECA il carattere di un’entità sopranazionale”.14
Sia la teoria che la prassi funzionalista erano coerenti con i principi desunti dalla Dottrina sociale cattolica; anzi, si può quasi affermare che esista una sorta di “teologia politica” alla base del processo di integrazione. Se ne possono scorgere i tratti nella condivisione delle risorse, ma anche e soprattutto nella volontà di trasformare ciò che era oggetto di odio secolare in un motivo di speranza. E’ rovesciando il male attraverso la scelta di operare il bene, che l’uomo in generale e la politica in particolare assumono una dimensione creativa, anzi, si potrebbe dire di “con-creazione” positiva del mondo, della società e dei valori. Inoltre, va ricordato un altro carattere fondamentale, quello della progressività, dell’incedere per settori in un cammino di integrazione comune.
Ma questa costruzione politica, per nulla artificiosa, non poteva non sottostare alle critiche inglesi, e a quelle della sinistra europea. Per l’Inghilterra, che non aderì alla CECA, i timori, come affermò lo stesso Churchill15, erano quelli di un dirigismo che avrebbe compromesso gli spazi di autonomia dell’economia britannica. Inoltre, contrari al progetto europeista erano soprattutto i socialdemocratici tedeschi e i comunisti italiani e francesi, che ritenevano la cogestione uno strumento al servizio di forze reazionarie.
Tuttavia, nonostante gli ostacoli, il processo di integrazione procedette, raggiungendo una tappa fondamentale nel 1957, con la stipulazione dei Trattati di Roma, che istituirono CEE ed EURATOM, facendo di un’intesa che era partita da due soli paesi un’unione doganale tra tutti i membri che vi aderirono. Ancor oggi, il cammino che iniziò allora prosegue, nonostante incontri le resistenze di alcuni settori della politica europea.
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Salvemini Gaetano, Socialismo, Riformismo, Democrazia, a cura di Enzo Tagliacozzo e Sergio Bucchi, Roma – Bari, Laterza, 1990.
1 Joseph Ratzinger, Europa: i suoi fondamenti oggi e domani, Torino, Edizioni San Paolo, 2005, p. 17.
2 Ibidem, p. 17.
3 Gaetano Salvemini, Socialismo, Riformismo, Democrazia, a cura di Enzo Tagliacozzo e Sergio Bucchi, Roma - Bari, Laterza, 1990, p. 79.
4 Ibidem, p. 79.
5 Cfr. Martin Seymour Lipset e Stein Rokkan (a cura di), Party systems and Voter Alignments, New York, The Free Press, 1967.
6 John Breuilly, La formazione dello stato nazionale tedesco, Bologna, il Mulino, 2004, p. 24.
7 Jacques Lévy, Europa. Una geografia, Torino, Edizioni di comunità, 1999, pp. 88-97.
8 Biagio de Giovanni, L’ambigua potenza dell’Europa, Napoli, Guida, 2002, p. 78.
9 Ibidem, p.88.
10 Ennio Di Nolfo, Dagli imperi militari agli imperi tecnologici, Roma - Bari, Laterza 2002, p. 18.
11Heikki Mikkeli, Europa. Storia di un’idea e di un’identità, Bologna, il Mulino, 2002 pp. 177-188.
12Giuseppe Mammarella, Paolo Cacace, Storia e politica dell’Unione europea, 5. ed. , Roma - Bari, Laterza, 2000, p. 47.
13 Ibidem, p. 51.
14 Ibidem, p. 53.
15 Peter Clarke, Hope and Glory. Britain 1900-1990, London, Penguin Books, 1996, pp. 235-236. Clarke, in riferimento all’europeismo di Churcill scrive che “Chuchill’s lush oratory in opposition gave him a reputation as a good European; but the fine print already hinted at what his return to power clearly disclosed – that his high sounding notions for European unification did not embrace actual Brithish participation.” E ancora, che riguardo all’adesione per la CECA, “the cabinet was unanimous in its refusal”.