Quando con la “Lumen Gentium” i Padri Conciliari vollero presentare la
Chiesa come un “popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo” (n.4) la visione ecclesiologica di Giuseppe Lazzati (1909-1986) trovò un
riconoscimento anche e soprattutto in relazione al significativo rapporto tra
consacrazione e secolarità, riflessione teologica e giuridica attorno alla
quale gravita possiamo dire buona parte dell’opera di questo professore, Rettore
dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in anni non facili e formatosi nel
gruppo dei cosiddetti “professorini” che in quella stessa università trovarono
già da giovani studiosi, fermento culturale e motivazione ecclesiale
realizzando un percorso di un cristianesimo rinnovato, vivificando la presenza
del laico nella Chiesa. Una delle icone evangeliche della chiamata alla fede è
la vocazione dei primi discepoli, narrata dal vangelo secondo Giovanni (Gv.1, 36-42); nel rappresentare la scena della vocazione
dei primi discepoli si riferisce che essi “..udirono le Sue parole e seguirono
Gesù”. La vocazione nasce innanzitutto dalla testimonianza di un “altro” che ci
indica il Cristo e Giovanni indica ai discepoli Gesù come “agnus Dei” e i
discepoli “udirono” tali parole e “seguirono” Cristo e il primo verbo ribadisce
che ogni vocazione esige come precondizione l’ascolto e il secondo che il primo
passo verso la fede in Cristo è la “sequela” alla quale seguirà il “restare” in
costante comunione con Lui. Soltanto chi si dispone alla sequela diventa
uditore delle Sue parole “Cosa cercate?” e chi si mette in cammino sui sentieri
del vero e del bello ed ha un cuore disponibile a lasciarsi interpellare dagli
autentici testimoni di Dio può a sua volta, ripetere le parole dei discepoli
“Rabbì, dove abiti?” In questo senso Lazzati che fu un maestro di generazioni
di giovani e non solo studenti, si sentì sempre “discepolo” e la sua continua
sottolineatura della contiguità tra consacrazione e secolarità, ci offre il
quadro di un uomo che vedeva nella sua consacrazione laicale non solo lo
specifico della propria missione, ma il destino della Chiesa, in un ambito di
vera “costituzione divina”. L’approvazione ecclesiale della forma di vita degli
istituti secolari comportò un traguardo per il professore e un rinnovato
impegno a vivere secondo i consigli evangelici restando laico secolare, perché
la secolarità importa e influisce sulla consacrazione in una unità vitale
perché tanto la secolarità che la consacrazione hanno un valore sostanziale. Il
rigore di Lazzati si avverte nell’esperienza vissuta, nell’esposizione del suo
pensiero che nasce sempre da esperienza di vita vera e completa. Egli fu un
maestro di vita spirituale e non solo accademico di grande prestigio;mi sia
consentito ricordare un episodio della mia gioventù: ho ancora nel cuore la protesta
che un movimento ecclesiale di educazione alla fede, che non voglio citare, allestì
contro di lui, definendolo “protestante”, lui che non conosceva né potere né
denaro, mentre essi di tutte e due hanno fatto un pilastro di opere!! Il suo
esempio e la sua parola si sono impegnate verso il suo stesso ideale di
consacrazione nella secolarità e la sua ricerca costante si è orientata, soprattutto
negli ultimi anni, alla vocazione e missione del laico cristiano, ma chi è per
Lazzati, il laico cristiano? Con il Concilio Vaticano II è stata proposta una
nuova riflessione teologica sui laici che Lazzati coglie con sensibile
perspicacia, mettendo in evidenza l’identità rinnovata che il laico nei suoi
impegni e uffici, assolve nella Chiesa ma anche nel mondo(si veda Apostolicam Auctositatem)
e il laico deve attingere energie per progredire nella propria specifica
vocazione rendendosi capace di realizzare la propria vocazione annunciando e
predicando la Parola di Dio attraverso diverse fonti. La prima fonte è
l’ascolto della Parola di Dio e la lettura della Sacra Scrittura, soprattutto
del Nuovo Testamento. La Parola è il modo esemplare col quale Dio interviene
nel mondo: è con la Sua Parola che crea i cieli e la terra (Gn.1,
1ss); è nella Sua Parola che si rivela agli uomini (Gv.1,
1-8);è, infine, nella proclamazione della Sua Parola che si compie e si svolge
la storia della Chiesa(At, 4, 29-31).. E’ la Parola che non rinvia ad una
realtà di cui essa non sarebbe che l’espressione intellettuale ed essa è questa
realtà, cioè a dire è “l’avvenimento”. Non è una ragione ma un fatto. La
rivelazione innanzitutto è un fatto ed è questo fatto completo che è Parola. La
Parola di Dio è più che un discorso di Dio. Essa è un “Atto”di Dio, perché Egli
agisce con la Sua Parola e parla con la Sua azione e a questo proposito
pensiamo all’episodio in cui S. Paolo ci avverte (Eb.1)
che Dio parla a noi per mezzo del Figlio Suo. A ragione di ciò la visione laica
cristiana di Giuseppe Lazzati poneva come prima fonte l’ascolto o la lettura
della Parola di Dio perché l’iniziativa è sempre di Dio. Il valore del laico, come
già quello del popolo ebraico, consiste nell’ascoltare, nel venire a conoscenza
di quello che Dio vuole, per obbedirGli. “Ascolta
Israele”;”Parla Signore, che il tuo servo ti ascolta”(Deut.4,
1;Sam.3, 5)”Che vuoi che io faccia?”(Atti, 9). Tutta la visione di Lazzati si
può sintetizzare nel corrispondere e nell’adeguarsi alla volontà di Dio, come
ammonisce S. Tommaso d’Aquino (S.Th.q.16, a.4). Di
Gesù diciamo che fu “obbediente” fino alla morte e nel Getsemani diceva, “Non
come voglio io, ma come vuoi Tu!” (Mt.26, 40). Il nostro atteggiamento più
giusto, come la nostra preghiera e devozione più vera, si verificano quando
perseveriamo a pregare fino a che diventiamo noi coloro che ascoltano Dio. In
misura che l’ascolto della Parola occuperà il primo posto nelle nostre realtà, nelle
nostre comunità, come in ognuno di noi, più efficacemente lavoreremo per la
salvezza delle anime, perché nella Chiesa ogni credente è, per la sua parte, responsabile
della Parola di Dio, ognuno riceve lo Spirito Santo per annunciarLa
fino all’estremità della terra!. La Parola in Lazzati non diventa solo
strumento solipsistico, ma elemento che non possiamo disgiungere dalla sua
vocazione sociale, di uomo di scuola per tante generazioni di studenti e di
impegno civile per un rinnovamento della storia che la società ha vissuto a
cavallo della triste pagine della guerra e quella non meno dolorosa del
difficile dopoguerra. Egli ha parte nel cosiddetto gruppo dei “professorini”, dell’Università
Cattolica, e non possiamo ignorare l’influsso assai forte del personalismo
sulla sua visione non solo civile ma religiosa ed ecumenica. Lazzati non fu mai
uomo di parte, non fece vita politica, m, a della politica fu parte integrante
come uomo della “polis”come ogni cristiano deve sentire di essere in difesa dei
principi per i quali Dio lo ha messo nel Suo mondo in un determinato periodo
storico. “Ho creduto perché ho parlato”(II, Cor. 4, 13),
dopo la Luce, ossia la Fede chiesta alla Parola di Dio, l’anima nostra, per
avanzare nella santità, ha bisogno della forza, ovvero come insegna Tommaso, della
“grazia”: luce per la mente, forza per la volontà! La luce ci proviene dalla
fede, la forza dalla grazia di Cristo con il quale ci mettiamo in contatto
reale attraverso le celebrazioni liturgiche e i sacramenti che ne scaturiscono.
Lazzati realizza pienamente ciò che il Concilio e la “Lumen Gentium”(n.31), affermano,
“il laico deve cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e orinandole
secondo Dio”;la consonanza con questa affermazione è totale e si può dire che
egli dedichi la sua vita per realizzare in sé questa vocazione, nella politica,
nella docenza, nel rettorato universitario, ma anche per contribuire a farla
comprendere e vivere con maturità al laicato cattolico e qui si colloca il suo
impegno nell’Azione Cattolica e nel mondo del laicato organizzato, ma anche la
sua dedizione all’istituto secolare. Vede la consacrazione come irrevocabile
risposta di amore totalizzante all’amore di Dio in Cristo; tale consacrazione
negli istituti secolari non modifica ma integra e impreziosisce la vocazione
cristiana ad essere presenti nei luoghi in cui si edifica la città dell’uomo, che
è poi la vocazione alla secolarità, costituendola come elemento chiarissimo di
discernimento degli aspetti positivi e negativi, come disse Giovanni Paolo II e
valorizzandola. In ciò consiste la vocazione del laico nella costituzione
divina della Chiesa. Lazzati ricorda infatti che, ”la secolarità, come indole
propria e peculiare dei laici, determina anche lo stato di consacrazione e
quindi il modo di porsi in esso dei consigli evangelici, ed è evidente che
l’appartenenza agli istituti secolari non estromette dall’ambito dei laici, ma
pone i loro membri al di dentro di essi, come loro parte qualificata grazie a
un grado di consacrazione aggiunto a quello del battesimo, che ne fa laici in
stato secolare di consacrazione” (Consacraz.e
secolarità, AVE, 1987, p.98) Lazzati ci fa comprendere non solo cosa sono gli
istituti secolari e come essi siano vocazione laicale importante nella
costruzione della chiesa, ma anche il modo di approfondire la fede e la
vocazione del laico che non per essere tale deve venire considerato solo parte
accessoria della vita ecclesiale. Infatti il contributo a ciò che poi sarebbe
stato realizzato dal Sinodo dei vescovi per i laici del 1987, già era stato
vivificato e ben fermentato nell’azione e nella visione di Giuseppe Lazzati, perché
gli istituti secolari laicali costituiscono un modo specifico di risposta alla
vocazione e alla missione del cristiano e infatti molti di essi sono nati non a
caso all’interno di movimenti e di associazioni laicali in modo da vivere e
realizzare con pienezza di fede l’impegno che spetta al laico. Non a caso
Lazzati parla di “coincidenze con le proposte conciliari” nel senso che la
vocazione si inserisce nella consacrazione battesimale e nella missione intesa
come evangelizzazione e animazione delle realtà temporali costituendo sì due
esigenze ma anche, conseguentemente, due fedeltà, dell’essere cristiano e
dell’essere laico. Conseguentemente ogni puntualizzazione della vocazione e
missione del laico diventa sollecitazione per i laici degli istituti secolari
ad una sempre più vigile consapevolezza e coerenza. L’Istituto “Cristo Re”, fondato
da Giuseppe Lazzati ha realizzato tale prospettiva, attraverso la testimonianza
e l’azione, anche mediante il suo notiziario interno, non a caso intitolato
“Comunicare”. Egli ne è stato Presidente per quasi quarant’anni, pubblicando
fra i tanti testi, alcuni che vorrei ricordare, come: “Il Regno di Dio è in
mezzo a voi”, che raccoglie riflessioni sviluppate tra il 1943 e il ’52, il
secondo volume dal ’52 al ’65, il terzo dal ’66 al ’71 e il quarto dal 1972 al
’78; vi sono contenute le lezioni svolte agli aspiranti del proprio istituto
per i loro anni di percorso formativo sul tema dell’impegno secolare, poi pubblicati
ne “L’impegno secolare”, un corposo volume edito a Milano nel In Tuttavia questo costituiva il rovescio
del contenuto evangelico che, al contrario, si esprime all’interno dell’uomo
per cui i Santi Padri hanno preferito utilizzare un'altra parola greca
“upòstasis” che per il suo significato di “supposto” presentava il duplice
vantaggio di individuare una unità reale concreta a superamento di un certo
astrattismo della cultura greca e di esprimere una unità reale avente un
contenuto proprio. Il vocabolario filosofico greco aveva un'altra parola in un
certo senso congiunta ad “upòstasis”, era “ousia”, anch’essa
col significato di sostanza ma con una valenza più di contenuto che di
supposto. Questa conquista ha rappresentato una svolta, perché si doveva
qualificare meglio questi due concetti, elevandone i significati a tutte quelle
componenti intellettuali-volitive, conoscitive-morali,
concettuali-etiche, introdotte dalla nuova proposta
di fede anche come sviluppo dei mirabili insegnamenti già espressi dall’Antico
Testamento. Ma la svolta avviene in parte con S. Domenico di Guzman , ma soprattutto con S. Tommaso d’Aquino che
partendo dalle splendide conquiste dei Santi Padri orientali e latini, andando
oltre S. Ambrogio e S. Agostino, ne ha ampliato ed approfondito i concetti
acquisendo altresì tutto il positivo contenuto nelle altre culture appena
scoperte o riscoperte, offrendo una sintesi nuova sia connessa alla vita della
Trinità, sia di scavo nel profondo dell’interiorità personale, sia di ulteriore
precisazione metafisica, sia di ampia visione dell’operare esterno. Infatti
Tommaso dice che la persona umana “..significa quanto vi è di più nobile nell’universo
delle nature, ossia una unità reale, sussistente nella natura razionale”(S.Th.Ia, 29, 3). Da questa definizione il personalismo che
comunque influisce sulla visione di Lazzati, indica tre elementi della persona:
a)l’essere umano è posto al vertice dell’universo delle nature. b)l’essere
umano è sussistente, racchiude in sé stesso una pluralità di elementi che fanno
di ciascuno uomo una unità reale che partecipa della comune natura umana ma, al
tempo stesso, in modo autonomo, originale, unico, intrasferibile, creativo. c)l’essere
umano è razionale, ossia intelligente e volente, in risonanza con le
molteplicità del reale secondo una dinamica attivo-recettiva, in una multiforme
e simultanea varietà di comunicazioni, relazioni, rapporti. Questo soggetto unico,
capace di attività intelligente-volitiva, conoscitivo-morale,
concettuale-etica, capace di multiforme creatività
storica, è la “persona” e per Tommaso “perciò si dice che l’uomo è un
microcosmo perché in un certo senso si trovano in lui tutte le creature del
mondo” (S.Th.I, 91, 1), quindi l’uomo è egli stesso
principio delle proprie opere, quasi avente libero arbitrio e sovranità delle
proprie opere, in questo l’impegno ecclesiale di Lazzati è fortissimo, e
ammonisce “la fedeltà alla nostra vocazione ed il desiderio che essa sia capita
per quello che essa realmente è, sono i moventi che ci spingono ad assumere la
posizione che cerchiamo di assumere perché da tale fedeltà e comprensione
derivano per noi cose di estrema importanza che sono innanzitutto il
qualificarsi di una spiritualità;il discernimento della vocazione;il connotarsi
dell’apostolato. Solo ove la categoria “consacrazione” prevalga in modo
indebito sulla categoria “laico” ed a questa ci si accosti con mentalità di
religioso, si può dire che sia evidente quanto la secolarità del fedele laico
sia differente da quella del fedele consacrato” (Consacrazione e Secolarità”, p.101).
Per Lazzati il fedele laico è del secolo e nel secolo, mentre il consacrato
resta nel mondo ma non appartiene al mondo, è sì nel secolo ma non è del
secolo. Entrambe queste accezioni afferiscono alle medesime realtà terrestri, ma
la prima partendo da esse per condurle a Cristo, mentre la seconda partendo da
Cristo per calare in esse la di Lui redenzione. E’ ancora la “Lumen Gentium”
che orienta la visione di Lazzati nella costituzione “divina”della Chiesa;essa
infatti fonda il valore dei laici e la loro missione nella Chiesa, soggiacendo
a tutta l’impostazione il senso di separazione ed il conseguente concetto di
apostolato che, giustamente, ”deve” avere un religioso, ma attribuendo ai laici
consacrati la forza e il vigore per vederli non come autentici secolari, il che
non può essere se non siano laici dei quali l’indole secolare è propria e
peculiare, ma come se appartenessero alla vita secolare. In questo Lazzati
riesce anche a correggere l’errata traduzione uscita a suo tempo su
“Osservatore Romano” e anche ripresa da pur valide edizioni di testi conciliari,
riconoscendo la giusta traduzione all’edizione curata da mons. Salvatore Garofalo e pubblicata dall’Editrice Ancora nel 1966 per la
quale la professione conferisce agli uomini e alle donne ai laici e ai chierici
che vivono nel secolo, una consacrazione. Perciò essi intendano darsi
totalmente a Dio nella perfetta carità e gli Istituti Secolari stessi
conservino la particolare loro fisionomia secolare, per essere in grado di
esercitare efficacemente e dovunque il loro apostolato in seno al mondo. In
questo senso Lazzati riprende anche la particolare attenzione a questa forma di
consacrazione espressa a suo tempo da Pio XII nella “Provvida Mater Ecclesia”, n.10.
Come consacrato seppur non in un Istituto Secolare ma in quello che senza
dubbio è stato l’antesignano della vocazione consacrata laicale, il Terzo
Ordine Domenicano al quale appartengo da quasi trent’anni col nome religioso di
fra’ Mariano in onore del mai abbastanza ricordato P. Mariano Cordovani, primo
teologo della Segreteria di Stato e Maestro del Sacro Palazzo, credo di poter
convenire con quanto affermato da Lazzati quando sosteneva che la nostra
cristianità ha senz’altro bisogno di rendersi non solo più sollecita nel suo
insieme ma maggiormente capace di impostare e risolvere i problemi relativi
alla scelta del nostro stato di vita, che poi sarebbe la definizione effettiva
della nostra vocazione e in questo senso preziosa ed attuale risulta oggi a
tanti anni di distanza dal ritorno alla casa del Padre la sua sollecitazione
per un laicato più sicuro, formato e meno emotivo. Un a delle condizioni per
poter discernere la propria vocazione personale o per meglio dire, interpretare
il proprio carisma, è conoscere bene il profilo della vocazione che si avverte
e senza tale conoscenza non si avvertono le sfumature tra le diverse chiamate e
in particolare tra le diverse realtà di quelle religiose, con la conseguenza, se
non ben formati e guidati, di essere mossi da preferenze personali, piuttosto
che dal rispetto oggettivo delle diverse vocazioni col risultato di confusioni
tra spiritualità ed emotività. Quando si parla di “laico” l’orizzonte si
delimita alla Chiesa intesa come “popolo di Dio” nel quale il laico è visto per
via della differenziazione dai , membri dell’ordine sacro e dallo stato
religioso sancito dalla Chiesa. E proprio per distinguere ciò che è proprio del
laico il Concilio ha proceduto a definire l’indole secolare del laico, indole
che li ricollega alla comune condizione di vita degli uomini nella quale è
richiesto loro di vivere da cristiani e che è poi lo specifico della loro
vocazione, cercare il regno di Dio, trattando e ordinando le cose temporali
secondo Dio. In questo possono contribuire alla santificazione del mondo, mediante
l’esercizio del loro ufficio e sotto la guida dello spirito evangelico e, in
questo modo, a manifestare Cristo agli altri attraverso principalmente la
testimonianza della loro vita stessa, rifulgente di fede, speranza e carità, le
tre virtù alle quali non a caso Benedetto XVI ha dedicato le sue ultime
encicliche. Un momento importante per Lazzati è costituito dall’organizzazione
della comunità per poter invitare i cosiddetti “lontani” ad incontri nei quali,
sempre nel rispetto delle differenze, si possa comprendere le ragioni delle
diversità anche di carismi, offrendo il servizio autentico del messaggio
cristiano e la sua ineguagliabile capacità di rispondere alle più profonde
esigenze dell’uomo. In tal senso, a modello delle prime comunità cristiane, ci
fa chiesa vicina agli ultimi , perché ci si possa amare come Egli ci ha amato (Gv, 15, 12). La generosa risposta alle sfide del mondo
moderno e all’aderenza del messaggio cristiano fa ancora oggi di Giuseppe
Lazzati un esempio anche e soprattutto per le giovani generazioni che purtroppo
poco lo conoscono, per rendere le non facili responsabilità dell’uomo moderno
elemento di felicità anche attraverso la proposta di un itinerario di
sacrificio e questo potrà avvenire solo mediante la conoscenza della bellezza
della preghiera come momento di vicinanza al Padre in un clima sereno e
fiducioso nella potente azione dello Spirito Santo. Lazzati ha saputo
trasfondere e interpretare i misteri della fede approfondendoli con impegno e
traducendoli nella vita spirituale e pastorale, impregnandosi dello spirito di
Dio perché ha saputo lasciarsi condurre dove il Maestro lo aveva destinato, facendo
suo il passo che in questi momenti difficili che viviamo dovremmo imparare a
ripetere e fare nostro: “Mane nobiscum, Domine, quia
vesperascit”.
*
Docente di Filosofia politica presso la Pontificia Università Lateranense