Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Intervista
01/11/2015
Biografia
Fabio Mini (Manfredonia, 1942) è un militare italiano. Autore di saggi in materia di geopolitica e di analisi strategica, ha ricoperto prestigiosi incarichi, tra cui quello di  addetto militare a Pechino. Ha poi  diretto l'Istituto superiore di stato maggiore interforze (ISSMI) ed è stato comandante della missione in Kosovo KFOR dal 2002 al 2003. Scrive per Limes, la Repubblica e l'Espresso, ed  è membro del Comitato Scientifico della rivista Geopolitica. Tra i suoi libri ricordiamo "La guerra dopo la guerra" (2003), "Soldati" (2008), "Eroi della guerra. Storie di uomini d'arme e di valore" (2011), "Mediterraneo in guerra. "Atlante politico di un mare strategico" (2012).
Abstract
La crisi ucraina e la politica di frazionamento della Nato, l'approccio industriale al problema della difesa europea, l'Isis, i migranti, l'avvento di Papa Francesco, il ruolo della Cina nel nuovo ordine mondiale.

Generale Mini, lei ha affermato che l’autentica posta in gioco nella crisi ucraina è l’Europa continentale. Può spiegare più nel dettaglio questa affermazione e se questa crisi rispecchi ciò che lei ha più volte denunciato, ovvero l’attuale politica di frazionamento della Nato?

Ritengo che la crisi ucraina faccia parte di quello schema che vorrebbe l'Europa collegata mani e piedi all'Atlantico e quindi agli Stati Uniti a scapito della sua collocazione geografica e della sua vocazione geopolitica che la pongono nel continente eurasiatico. In questo senso la Nato è uno degli strumenti per mantenere saldi i vincoli transatlantici, anche a scapito dell'unità europea. Gli Stati Uniti hanno già valutato la possibilità di dividere l'Europa in due blocchi a prescindere dalla Russia. Hanno individuato i paesi che costituiscono, nel loro lessico politico, la "Nuova Europa" che si contrappone sia alla Vecchia Europa sia alla Russia. Si tratta di tutti i paesi che facevano parte dell'Unione Sovietica o della sua sfera d'influenza in Europa: gli stati Baltici, la Polonia, la Cekia, l'Ucraina, l'Ungheria, la Bulgaria e alcuni paesi balcanici. Hanno anche pensato a come frazionare ulteriormente l'Europa articolandola in regioni. In questo sono stati aiutati dalla stessa Unione Europea che comprende un organismo che si chiama appunto Europa delle Regioni e che finanzia o favorisce la cooperazione tra regioni etniche, linguistiche o storiche non necessariamente incluse nei paesi membri.  La continentalità europea è stata interrotta con la seconda guerra mondiale quando si sono costituiti i due blocchi contrapposti che hanno diviso e messo in opposizione l'Europa occidentale e quella orientale. Si è trattato di uno strappo innaturale imposto dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. La Russia zarista era intimamente e profondamente europea. Gli zar studiavano in Francia e viaggiavano per l'Europa a piacimento. Un lasciapassare dell'amministrazione doganale inglese permetteva di viaggiare da Londra al Giappone senza passaporto lungo le rotte marittime e gli approdi costieri sul Mediterraneo, sull'oceano indiano e sul Pacifico. Un lasciapassare russo permetteva di passare da un lembo continentale  europeo al più lontano lembo asiatico. Lo stesso comunismo bolscevico non era separato o opposto all'Europa. Il marxismo è un prodotto tedesco non solo perchè Marx ed Engels erano tedeschi, ma perchè pensavano in termini europei.  Lenin conosceva il tedesco e il francese e traduceva Marx in russo. La sua idea era quella di affiancare le masse contadine russe alle masse operaistiche di Francia, Germania e Gran Bretagna. La divisione dell'Europa in due fu soltanto il risultato della fobia statunitense per il comunismo e per l'incapacità di accettarne le teorie economiche e finanziarie che mettevano in pericolo l'intero sistema del capitalismo anglo-americano al quale Truman apparteneva quasi visceralmente. Sotto il profilo geopolitico la divisione era innaturale ed era scontato che prima o poi si sarebbe dovuto ripristinare l'equilibrio europeo all'interno dello stesso continente prima di pensare a rafforzare quello esterno. Purtroppo questo destino europeo è stato tormentato e ostacolato sia dall'esterno sia dall'interno. Dopo l'implosione dell'Unione Sovietica è stato fatto di tutto per impedire alla Russia di raccoglierne l'eredità ma anche di liberarsene. Non si è voluta e accettata una Russia a capo delle ex-repubbliche come Comunità di stati indipendenti e non si è voluta una Russia che potesse dialogare alla pari con l'Alleanza atlantica. I paesi della Nuova Europa sono stati i grimaldelli statunitensi per cristallizzare la frattura fra est e ovest e per creare un nuovo diaframma centro-continentale che impedisse alla Russia di collegarsi all'Europa. D'altra parte l'Unione Europea e la Nato sono stati i grimaldelli della Nuova Europa per collegarsi direttamente e bilateralmente agli Stati Uniti. Della cosiddetta Nuova Europa fanno parte sia paesi membri della Nato sia paesi che fanno parte dell'Unione sia paesi che appartengono o non appartengono alle due. E' sorprendente vedere come questa Nuova Europa coincida con precisione con la zona del "Pale" : il distretto di residenza riservato agli ebrei nel 1791 dalla zarina Caterina la Grande. Da questa ampia fascia che parte dal Baltico e arriva al Mar Nero partirono le prime migrazioni degli ebrei in Europa e America e attraverso di essa passarono tutte le invasioni francesi e tedesche verso la Russia. Anche per questo la Russia si è sempre sentita sicura soltanto ad oriente del Don e del Volga e ha considerato questa fascia continentale una sorta di cuscinetto strategico necessario ad assorbire le spinte e le mire espansionistiche esterne. Non è un caso che quelle aree russofone che oggi si agitano ai margini russi e all'interno dell'Ucraina siano risorte. Sono le popolazioni designate a guardare i confini russi esterni e interni, come appunto quello del "Pale". E non è un caso che i paesi della nuova Europa siano visceralmente antirussi e non sognino altro che un conflitto caldo o freddo tra Europa Occidentale e Russia. Meglio se caldo. Ciò che stupisce è come gli squilibri territoriali realizzati nel cuore dell'Europa da oltre due secoli a oggi siano stati ignorati dai nuovi soloni che hanno disegnato l'espansione della Nato e dell'Europa a est. Se si possono capire le intenzioni di un'Europa disarmata e imbelle, non si può giustificare l'atteggiamento espansivo della Nato dotata di armi nucleari e quasi due milioni di soldati, se non con l'idea della provocazione. L'intenzione di ghettizzare la Russia e isolarla dal resto del continente anche con la guerra per procura e con le sanzioni economiche è comunque anche la molla che spinge la Russia a spostare il proprio asse strategico dove la pressione americana è più vulnerabile. La Russia con la Cina, la Russia con l'Iran, la Russia con la Siria  e presto con l'Egitto, la Libia, l'Algeria e il Marocco è un sistema in grado di sfidare la preminenza statunitense spendendo e rischiando poco o nulla. Chi rischia è invece l'Europa  occidentale che non potrà mai recuperare competitività e autonomia politica. Se la vocazione europea da imperiale e imperialistica è divenuta servilistica, impotente e schiava ci si dovrà aspettare che prima o poi qualcuno pensi veramente di accontentarla.   

Lei ha più volte criticato l’approccio prevalentemente industriale al problema della difesa europea. Ci sono prospettive per emanciparsi da questa visione obsoleta oppure ancora gli F-35 Lightning continueranno a lungo  a monopolizzare i ragionamenti della gerarchia militare e dei governi?

Non vedo alcun segnale di emancipazione. Ma questo sarebbe nulla se almeno vedessi qualche segnale di razionalità ed efficienza. Non c'è neppure questo e la questione degli aerei non è preoccupante in sé perché se volessimo esprimere forze armati utili, sostenibili ed efficienti avremmo bisogno di nuovi aerei almeno il giorno prima di rottamare quelli obsoleti. La cosa veramente grave è che la preminenza industriale prescinde dalla realizzazione di forze armate utili, sostenibili ed efficienti. Anzi la impedisce.  Il solo interesse industriale è quello di mantenere inalterati i profitti. Non è vero che l'industria della difesa salvaguarda l'occupazione. O meglio, siccome è industria a basso tasso di mano d'opera ed alto tasso tecnologico salvaguarda l'occupazione di poche centinaia di operai privilegiati. Privilegiati non tanto perchè  tecnicamente validi (come sono loro e tanti altri) ma perché protetti da un'industria assistita e intoccabile. Vengono così sacrificati  milioni di altri lavoratori che vengono licenziati o  che gravano sullo stato con i costi degli ammortizzatori sociali. Non è neppure vero che l'industria militare consenta un guadagno tecnologico. O meglio, consente il guadagno tecnologico a chi ottiene risorse per la ricerca, ma non esiste alcun ritorno di know how se si costruisce solo su licenza o se nella ripartizione dei lavori uno fa i motori e  l'avionica e tutti gli altri rivettano le ali o foderano i sedili. Inoltre, la necessità di avere clienti e commesse industriali in un quadro di crisi economica endemica comporta l'assunzione da parte degli stati e delle loro forze armate d'impegni a lunga scadenza, anche per materiali inutili o inutilizzabili, in largo anticipo sulle esigenze di rinnovo dei materiali, per cifre esorbitanti le capacità finanziarie in modo da aumentare l'indebitamento e con esso la dipendenza, a prezzi  che siano espandibili a piacimento  per sostenere l'immancabile aumento dei costi. Comporta, infine il mantenimento di un alto numero di clienti diversi e quindi esclude la possibilità di ridurre le forze o di realizzare eserciti comuni.  Se la politica e le gerarchie militari continuano a parlare di aerei e vascelli, anziché concentrarsi sui veri problemi della sicurezza, è perchè hanno interessi coincidenti con quelli di chi li fabbrica.

Volendo parlare dell’Isis, innanzitutto ci interessa capire come è nato e chi lo sostiene. Ed inoltre, se la guerra di comunicazione è iniziata da tempo. Quali sono gli strumenti utili, alieni dalla consueta propaganda, che gli Stati europei e mediterranei possono efficacemente mettere da subito in campo per contrastare l’Isis nel breve, nel medio e nel lungo periodo?

L'Isis nella forma e nella sostanza è "cosa nostra", nel senso che è un prodotto occidentale ed in particolare statunitense con adeguato contributo inglese e francese e supporto d'intelligence da parte di tutti i paesi collegati ai servizi statunitensi. É nato dall'esigenza americana di organizzare milizie sunnite per contrastare il nascente potere sciita in Iraq. Sono stati addestrati centinaia di ex miliziani, militari e agenti segreti di Saddam Hussein. Sono stati reclutati jihadisti e mercenari. Il sedicente califfo al Bagdadi è stato prigioniero degli americani a Camp Bucca, Camp Adder e altri campi dal 2004 fino al 2009. Nelle stesse strutture venivano addestrati i sunniti in funzione antisciita. Poi è stato rilasciato. Non si capisce cosa gli abbiano dato da mangiare e bere perchè improvvisamente un predicatore da quattro soldi o un oscuro impiegato (non si sa bene) diventa un genio. Diventa il successore Al Zarkawi, diventa l'Emiro e poi il Califfo. Apparentemente fa tutto da solo eppure il poliziotto di New York che l'ha avuto in custodia quando era in Iraq non lo riteneva "il peggio del peggio". Di certo non dava nell'occhio. Di certo una buona parte degli internati iracheni  rilasciati dalle commissioni di verifica furono arruolati nelle file degli stessi gruppi di fuoco e d'informatori al servizio degli americani o delle compagnie private di sicurezza. Di fatto, quando gli americani iniziano a sostenere e organizzare le bande anti Assad in Siria, alcuni gruppi jihadisti come Al Nusra si trovano mescolati ai militari siriani defezionisti, ai ribelli organizzati e ad altri gruppi di tagliagole. Non è detto che avessero un centro comune al quale rispondere, ma non era neppure necessario. Ogni gruppo si prendeva un pezzo di territorio e cominciava a esigere tasse e seminare terrore oltre a combattere le forze siriane. La vera natura dell'Isis è stata rivelata dalla stessa Hillary Clinton, già segretario di Stato e quindi responsabile delle operazioni diplomatiche aperte e coperte e delle operazioni all'estero della Cia. In una intervista ha dichiarato che l'Isis è "sfuggita di mano": quando gli Stati Uniti cercarono di organizzare una forza militare contro Assad  "non si accorsero" di avere anche assoldato dei jihadisti. Forse se avesse continuato a tacere sarebbe stato meglio perchè ha lasciato intendere che gli americani sono imbecilli o criminali. Siccome nessuno crede alle mani di burro della Cia e nessuno crede che non si siano accorti di avere dei Jihadisti a libro paga, l'alternativa è che siano tanto criminali e cinici da aver organizzato l'Isis e di continuare a sostenerlo. Così come nessuno crede al senatore McCain, noto sponsor dell'opposizione armata ai siriani e di qualsiasi guerra americana,  quando dice di non conoscere nessuno dei jihadisti ritratti con lui in bella posa fotografica. E in particolare non si può credere che quello che assomiglia a Al Bagdadi si sia "imbucato nella foto  a sua insaputa". Ma l'Isis è cosa nostra anche perchè ha le nostre armi, cedute da noi, sottratte agli iracheni che le avevano avute da noi, comprate al nostro mercato internazionale di armi. E' cosa nostra perchè l'idea del califfato è tipicamente nostra. L'abbiamo già attribuita ad Osama bin Laden, ma lui smentì perchè – giustamente - il califfato universale si potrà realizzare solo alla fine dei tempi. L'idea del califfato può funzionare solo con noi occidentali pronti ad avere paura di qualsiasi cosa assomigli ad un potere temporale dell'Islam. Il califfato di Al Bagdadi non funziona nel mondo islamico perché nessuno lo ha riconosciuto. E di fatto il califfato è stato presto trasformato in Stato islamico tanto per cercare di dargli una veste istituzionale conosciuta anche se non riconosciuta da nessuno. Questi trucchi di comunicazione sono tipici dei nostri guru del marketing e così anche la scenografia delle esecuzioni è abilmente diretta da qualcuno che conosce bene le vulnerabilità occidentali. L'Isis è cosa nostra perché tra i sostenitori ha i mercanti di petrolio e di reperti archeologici che sbavano per un frammento di statua romana o per un barile di petrolio a meno di dieci dollari. E comunque è cosa nostra perché fa comodo a molti. Gli americani che potrebbero distruggere in un paio di giorni l'Isis nei posti in cui è realmente e dove ha il petrolio, a nord di Bagdad, si ostina a bombardare i sassi e adesso a contrastare i russi. Le uniche azioni serie condotte con i droni hanno colpito i responsabili delle vendite del petrolio, che evidentemente danno fastidio al loro mercato. Con la scusa dell'Isis i francesi bombardano i siriani, i turchi bombardano i curdi, i russi bombardano i ribelli anti Assad. In ogni caso le postazioni dell'Isis attaccate e distrutte sono sempre cumuli di sassi in posti lontanissimi dal loro territorio. Non è una cosa seria. Per fare qualcosa di concreto bisognerebbe cominciare a decapitare (in senso metaforico) gli sponsor politici internazionali, i trafficanti e i sostenitori finanziari che li riforniscono di denaro contante. Senza sostegno internazionale coperto e senza soldi, le migliaia di mercenari sarebbero senza stipendio e le migliaia di facinorosi potrebbero essere facilmente isolati e neutralizzati. Ma mi rendo conto che le cose semplici sono le meno desiderate da chi invece deve speculare sulla paura e sull'ambiguità.

Possiamo davvero parlare di scontro di civiltà tra occidente laico e mondo integralista, fanatico rappresentato dall’Isis?

Sono convinto che l'Isis non rappresenti affatto l'Islam nemmeno quello fanatico. Riflette le nostre paure e ce le somministra a piccole dosi. Piuttosto, la tesi dello scontro di civiltà tende ad acuire le tensioni e le difficoltà tra occidente e Islam. Finora abbiamo assistito a rappresentazioni quasi teatrali dell'estremismo e del terrorismo. Sono manifestazioni di cinismo e di bestialità che vogliono seminare terrore ma chi ha sofferto di più in questo tipo di operazioni sono stati gli islamici. Non c'è stato nessun governo occidentale, nessuno stile di vita , nessun senso della democrazia che abbia subito danni da parte di queste manifestazioni. Le limitazioni alla libertà e allo stile di vita sono venute da noi stessi o per una fraintesa esigenza di sicurezza o per tenere occupata la mente delle persone mentre governi e non governi, sistemi internazionali e bande organizzate brigano per il potere e gli affari. Ci sono invece decine di stati e centinaia di comunità islamiche che hanno subito gravi danni. Non c'è ancora nessuna organizzazione che rappresenti il mondo integralista e fanatico dell'Islam, ma temo che se continuiamo a trattare tutto l'Islam come un mondo di criminali prima o poi qualcuno può venire a darci lezioni di storia, di politica e di buona creanza.

Dopo le ultime tragedie che hanno coinvolto migliaia di migranti sembra che l'attenzione delle forze politiche si sia concentrata sui droni e su soluzioni alquanto improbabili. In realtà, secondo lei, come dovrebbe essere affrontata la questione migranti?

Non ho delle ricette e non penso che qualcuno le abbia. Non penso però che la soluzione armata, di qualsiasi tipo, sia la più intelligente o risolutiva.  Non tanto per gli aspetti tecnici che sono abbastanza elementari. Ma perché si potrebbero fare un paio di operazioni spettacolari e poi, al primo innocente morto per sbaglio o perché messo a fare da scudo umano, le piazze si riempirebbero di antagonisti. Mi limito però ad osservare che sui migranti e sui fenomeni sociali e demografici che costringono alla migrazione abbiamo sempre saputo tutto. Presi dalla paura o indotti ad aver paura non abbiamo fatto nulla. Dovremmo perciò bandire la paura e cominciare a fare perché finora pur sapendo tutto in anticipo non è stato fatto nulla per impedire le guerre, le razzie e lo sfruttamento. Anche in ambito europeo non è stato avviato nessun progetto concreto per aiutare le economie e i governi decenti dei luoghi di origine. Anzi abbiamo affrontato il  problema nell'ultimo tratto di mare militarizzandolo. Abbiamo dato credito e aiuti ai governi più indecenti. L'Unione europea si è lasciata trascinare dalle pulsioni dei paesi della cosiddetta Nuova Europa che non vogliono dare o fare nulla per la sponda sud del Mediterraneo ma neppure per quella nord. Di fatto tendono a far fallire le periferie sud e a lasciarle sole di fronte alle emergenze. Noi siamo tra queste, in buona compagnia.  Dobbiamo riprendere alla mano i progetti europei d'integrazione mediterranea e di cooperazione frontaliera. Dobbiamo reclamare a gran voce il ritorno ai sogni dei padri fondatori dell'Europa che pensavano ad eliminare i confini e le barriere fra stati e non ad erigere nuovi muri.  Penso poi che dobbiamo riflettere meglio sul valore della migrazione. In Europa tutti i paesi sono in capitolazione demografica nel senso che gli adulti non hanno ricambi adeguati. Tra questi i paesi  la Gran Bretagna, la  Germania,  il Belgio, l'Olanda, la Svezia, e altri hanno una ben precisa politica demografica. Consapevoli di non poter garantire un ricambio generazionale che mantenga gli attuali livelli di benessere, accettano  l'immigrazione qualificata, selezionata e  non politicizzata. La riapertura del corridoio balcanico da parte della Turchia, della Grecia, della Bulgaria e della Serbia favorisce l'afflusso verso questi paesi di siriani, libanesi, iracheni e curdi. Sono popoli acculturati, che hanno sofferto e che sono disposti a sacrificarsi ancora in silenzio. Noi italiani non ci siamo mai interessati di questi e tra assistenzialismo e scelte politiche abbiamo fatto in modo di diventare la meta delle rotte migratorie provenienti da quegli stati dell'Africa che hanno gestito i flussi come affari o come bombe umanitarie. Quelli che sbarcano sulle nostre coste e che cerchiamo di fermare o aiutare a seconda dei giorni sono all'ultimo stadio di un percorso iniziato in quei paesi africani martoriati dalle guerre e da regimi efferati che invece noi consideriamo "normali" come Somalia, Eritrea, Etiopia, Nigeria, Niger ecc. Hanno attraversato il Sudan, l'Egitto, il Ciad, la Libia, l'Algeria e la Tunisia dove hanno subito altre vessazioni e sfruttamenti.   Il nostro paese è in capitolazione demografica e crisi produttiva. Avrebbe bisogno d'immigrati  qualificati, ma anche di mano d'opera non qualificata, ma non ha una politica demografica collegata al lavoro. Ha una disoccupazione al 12% e quella giovanile è al 30% e deve dare la priorità a queste fasce, ma non favorisce la dignità del lavoro manuale: tutti sono dottori e piuttosto che accettare un lavoro stanno …a casa. L'Italia avrebbe bisogno di giovani di talento per garantire il ricambio dirigenziale e tecnologico, ma non argina la fuga dei cervelli. Non ha una politica per l'immigrazione e vaga tra assistenza umanitaria e contrasto armato nel canale di Sicilia. Non ha una politica di sicurezza nei riguardi dell'immigrazione e permette che la gestione degli  immigrati sia affidata alla corruzione o alla criminalità. In queste condizioni non c'è ricetta possibile e allora occorre sperare che qualcuno si svegli e finalmente si rivolga alla soluzione del problema partendo dalle basi. Bisogna ripristinare la legalità e la dignità umana nei luoghi di origine. Occorre bandire dalla comunità internazionale chi costringe, sfrutta e alimenta la migrazione, si devono colpire gli sponsor diretti e indiretti delle guerre, dei regimi canaglia e del terrorismo.  Occorre costituire fasce di sicurezza e di prossimità nelle quali separare le brave persone dai delinquenti.  Infine bisogna finirla con l'assistenzialismo gratuito o dal cuore peloso e stabilire piani di accoglienza non in base a quante case o chiese vuote abbiamo ma in base alle possibilità d'inserimento temporaneo o permanente nel mondo del lavoro.

Soprattutto dopo l'elezione al soglio pontificio di Papa Bergoglio, quale peso ha o potrebbe avere la Santa Sede nell'attuale scenario mondiale?

Mi sembra molto rilevante. Il riavvicinamento tra Stati Uniti e Cuba è l'esempio manifesto di un processo d'influenza globale che il Vaticano sotto Papa Francesco sta conducendo con molta determinazione. Ritengo però che sia un processo reso possibile dalla figura carismatica e allo stesso tempo umile e umana del papa. I problemi interni al Vaticano e alla chiesa non sono ancora risolti e non credo che basti un Papa per risolverli. Inoltre, questo Papa si è qualificato veramente come un uomo normale incaricato di guidare la Chiesa e non come un padreterno in terra adornato di paramenti firmati e gioielli. Sta sostenendo con fatica il peso di una chiesa tutt’altro che stabile e il clero non lo aiuta molto. La gag del frigo di Maurizio Crozza è illuminante: tutti chiedono e lo acclamano ma nessuno vuole condividere il suo fardello. Santo subito!

Generale Mini, secondo Lei che ruolo potrà avere la Cina nel nuovo ordine mondiale futuro?

La Cina ha già un ruolo di assoluto rilievo e in futuro il suo peso  è destinato ad aumentare. Credo poi che la Cina del futuro sarà capace di liberarsi delle scorie che ancora si porta dietro dal periodo maoista, per quanto riguarda la politica, e dal periodo di Deng Xiaoping, per quanto riguarda l'arrembaggio alla ricchezza. Sarà una potenza globale più attenta al benessere interno e alla correttezza dei rapporti internazionali e commerciali.  C'è soltanto un problema: nei piani, nei sogni e negli incubi statunitensi la Cina dovrà essere il nuovo nemico globale. Un nemico da affrontare con le armi e con una lunga e dispendiosa preparazione alla guerra. Non è detto che ci si debba aspettare un conflitto aperto o devastante, non converrebbe a nessuno. Ma se la Cina dovesse cadere nel tranello di prestarsi ad assumere il ruolo di nemico globale e dovesse considerare a sua volta gli Stati Uniti come Impero del Male sarebbe  costretta a sottrarre  risorse alla riorganizzazione e  stabilizzazione interna.  E da un eventuale fallimento interno potrebbe scaturire la stessa pulsione violenta che ha sempre guidato le rivoluzioni cinesi. Con la differenza che in questo caso la violenza cinese non sarebbe diretta contro il governante del momento ma contro lo stesso Imperatore del Male.