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Recensione
15/11/2013
Abstract
Mario Lancisi, già biografo di Don Milani,con “Il Vangelo contro la mafia” è tornato a raccontare la vita di un sacerdote, Pino Puglisi che, a causa del suo impegno pastorale, fu ucciso nel quartiere palermitano di Brancaccio il 15 settembre 1993.

È Il 28 giugno del 2012 quando papa Benedetto XVI, durante un'udienza con il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha concesso la promulgazione del decreto di beatificazione per il martirio in odium fidei.

Una beatificazione nata quindi da un vero e proprio martirio e che, come scrive Mario Lancisi nel suo “Il Vangelo contro la mafia”, ha creato il presupposto per un cambio di rotta da parte di una  Chiesa finalmente giunta a contrastare lo strapotere mafioso attraverso l’uso delle categorie e del linguaggio proprio, «con esplicita intenzionalità di fede, con parole essenziali come peccato, giudizio di Dio, conversione, martirio» (p. 299). Perché il sacrificio di Don Pino Puglisi ha innanzitutto svelato il grande inganno della mafia come sedicente portatrice e tutrice di religiosità.

Un libro che racconta la vita del sacerdote siciliano, la sua infanzia in una famiglia molto religiosa, il suo ingresso in seminario a sedici anni, l’ordinazione a ventitré anni; ma soprattutto la fedeltà del giovane Pino allo spirito di una Chiesa che in quegli anni del Concilio Vaticano II si stava profondamente rinnovando. Da qui l’attivismo tra i giovani, le discussioni con i contestatori, sempre con la consapevolezza che fosse possibile dialogare con tutti, al di là del proprio credo ideologico e religioso.

La figura di don Puglisi emerge di pagina in pagina grazie alle numerose testimonianze raccolte dall’autore: un sacerdote che, fin dall’esperienza pastorale nella difficile realtà di Godrano, affrontò senza alcun timore la cultura mafiosa nel segno del perdono, della riconciliazione e del riconoscimento dell’altro, rendendosi conto di come certi devastanti modelli culturali potessero trovare una sponda in una religiosità mal compresa e facilmente strumentalizzabile, spesso insterilita nel chiuso della sacrestia o delle pratiche devozionali bigotte.

Non a caso, grazie alle parole di chi lo ha conosciuto, leggiamo più volte che Don Puglisi appariva e si comportava innanzitutto come un educatore piuttosto che semplicemente come un prete. Ai giovani insegnava «che la chiesa non può trasformarsi nella sede di un partito o di un circolo ideologico. La sua missione è l’evangelizzazione […] ma anche la promozione umana» (pag. 130). In questo senso risulta del tutto coerente il fatto che non si preoccupasse più di tanto di portare a messa i bambini dei quartieri degradati dove prestava servizio: «Sapeva bene che non sarebbero venuti. A lui premeva far capire a questi ragazzi che esiste una cultura dell’onestà, della legalità. Puntava prima di tutto a  farli diventare ragazzi consapevoli» (pag. 146).

Padre Puglisi, che pure non amava affatto sentirsi definito prete antimafia perché gli sembrava una definizione facilmente strumentalizzabile («Non sono un prete antimafia perché io non sono un prete contro ma per l’uomo», p. 287), aveva compreso che le cosche palermitane non erano preoccupate tanto delle manifestazioni di piazza, ma semmai - nella considerazione che la mafia impera nell’ignoranza - del fatto che i giovani di Brancaccio potessero ricevere una base culturale. A fronte delle richieste delle suore preoccupate per i bambini ancora non battezzati, così rispondeva Padre Puglisi: «“Suor Carolina, lasci perdere questo; tiriamo fuori da lui l’uomo, lo spirituale verrà dopo”. Non aveva fretta di dar loro i sacramenti, di portarli in chiesa. Voleva che li educassimo ad una vita serena, normale» (p. 153).

Comprendiamo così come la sua coerenza di educatore abbia rappresentato uno dei motivi che ne decretarono la morte.

Luigi Patronaggio, uno dei due pubblici ministeri che si sono occupati dell’inchiesta sul suo omicidio, spiega che don Pino Puglisi, oltre che dare fastidio ai boss del quartiere, i fratelli Graviano, e ai soggetti a loro legati per ragioni politiche e affaristiche, rappresentava per Cosa Nostra, e per la strategia stragista allora in atto, un obiettivo sensibile volto a portare una pesante intimidazione alla Chiesa e al suo crescente impegno antimafia. Impegno che, nonostante le sempre presenti timidezze e le complicità di alcuni o di molti prelati, si stava facendo sentire sempre di più.

Il libro di Mario Lancisi è costruito quasi come un diario che racconta un lungo percorso, dalla nascita alla beatificazione; ed anche la cronologia delle ultime ore di vita, fino alle parole del sacerdote, pronunciate con un sorriso: «Me l’aspettavo», proprio quando  Salvatore Grigoli, il killer assoldato dai Graviano, stava per sparargli una pallottola alla nuca.

Mario Lancisi, giornalista, inviato del «Tirreno», è autore di saggi e libri sulla figura di don Lorenzo Milani. Per Piemme ha pubblicato Il segreto di don Milani (2002), Alex Zanotelli. Sfida alla globalizzazione (2003), No alla guerra! «L’obbedienza non è più una virtù» di don Lorenzo Milani e il movimento per la pace e la non violenza (2005), Il miscredente. Adriano Sofri e la fede di un ateo (2006) e Don Milani. La vita (2007).

Mario Lancisi, Don Puglisi. Il Vangelo contro la mafia, Piemme, Milano 2013, pag. 322, € 17,50.