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Recensione
05/10/2009
Abstract
Enzo Ciconte ricostruisce la storia delle mafie italiane presentando la sostanziale unitarietà del fenomeno che, negli anni, si è manifestato secondo modalità e forme diverse.

Enzo Ciconte, con questa sua opera, ha voluto concepire la mafia, la ’ndrangheta e la camorra come i volti di un fenomeno sostanzialmente unitario sorto dalla particolare situazione del Mezzogiorno italiano.

L’autore è ben consapevole che una “storia criminale” è qualcosa di inconsueto nel panorama editoriale italiano: «La descrizione del fenomeno mafioso ha stentato a trovare ingresso e sistemazione nelle opere storiche che hanno avuto come oggetto la storia d’Italia. I motivi di ritardo degli studi storici sono vari: il prevalere di una storia politica tutta incentrata sulla storia delle élite che escludeva in partenza l’idea di prendere in considerazione una criminalità ritenuta plebea e prodotto delle classi subalterne, marginali e infime della società» (p. 8).

Inoltre si è voluto sottolineare – con un’evidente punta polemica – come coloro che si sono occupati di fenomeni mafiosi abbiano trattato l’argomento analizzando una singola organizzazione mafiosa «collocandola in una preciso contesto locale o in una dimensione più ampia che al più arrivava a comprendere la realtà regionale. I confini locali e quelli regionali raramente erano valicati. In queste trattazioni i rapporti con le altre organizzazioni mafiose erano assenti o accennati con brevi pennellate» (p. 9).

Certo è che Ciconte, dedicando grande attenzione alle vicende ottocentesche delle nascenti organizzazioni criminali (grazie a un gran numero di fonti documentali e bibliografiche aggiornando trattazioni validissime ma ormai in parte obsolete come quelle di Francesco Romano) coerentemente ha condotto il lettore a considerare le affinità che caratterizzavano le mafie.

Pensiamo ad esempio a quegli aspetti “culturali” che hanno permesso lunga vita alle organizzazioni criminali:«(n.d.r. le mafie) hanno saccheggiato a man bassa la cultura popolare, delle classi dirigenti e della Chiesa cattolica. Mescolare e amalgamare segmenti di culture diverse o antagoniste e farle diventare un modo nuovo di intendere i rapporti tra le persone, rielaborare ideologie e modelli a presidio e tutela di un sistema di rapporti sociali vantaggioso solo per alcuni ceti: ecco la straordinaria capacità di elaborazione e di trasmissione mostrata nel corso di un lungo periodo storico da parte dei mafiosi» (p. 5).

Aspetto comune alle mafie, almeno sul versante dello loro genesi, perciò è «l’uso privato della violenza borghese».

Ciconte approfondisce questo scenario, completamente nuovo, «caratterizzato da una trasformazione economica profonda e dai ritmi a volte molto veloci, in cui si inserì l’uso privato della violenza non più feudale, ma borghese. Ci fu una confluenza di due spinte: la prima derivante da questi nuovi ceti aggressivi che avevano bisogno di una forza d’urto per imporsi nei comuni e per la conquista fraudolenta delle terre; la seconda proveniente dagli elementi dei ceti medi e dei ceti popolari più vivaci e più intraprendenti i quali capirono che, dato l’interesse dei nuovi possidenti a tenere squadre armate a presidio dei loro feudi e data la difficoltà per lo Stato di assicurare la sicurezza, era venuto il loro momento. Era necessario rendersi autonomi e vedere la loro unica ma preziosa mercanzia: la violenza organizzata» (p. 34).

Di grande interesse il capitolo dedicato ai rapporti tra Chiesa e Mafia (“L’evoluzione della Chiesa: dal silenzio alla parola), [su questo tema, vds. le interviste a Giancarlo M. Brigantini e Bartolomeo Sorge, nel Dossier sulla Mafia di Sintesi Dialettica] e perciò dedicato alle differenze tra l’impegno di moltissimi esponenti della Chiesa cattolica, a cominciare da don Luigi Sturzo, volto all’affermazione della legalità e della coscienza civile, ed invece le omissioni di altri rappresentanti ecclesiastici: «Mandare i figli a farsi prete, come s’è detto, era una strategia di promozione sociale molto diffusa. Non era inusuale che in una famiglia capitasse che di due fratelli uno di essi facesse il prete e l’altro il mafioso; entrambi tentavano la loro strada salendo i gradini della scala sociale» (p. 210)

La trattazione, peraltro sempre molto scorrevole, si sviluppa ovviamente in senso cronologico tra noti e meno noti fatti di sangue, le sempre presenti relazioni con la politica, il periodo fascista, il prefetto Mori, il dopoguerra, gli anni ’50, i rapporti tra le cosche e l’estremismo di destra, il sacco di Palermo, le sorprendenti affiliazioni politiche degli esponenti della ’ndrangheta, la svolta stragista con Totò Riina, il consolidamento della mafia calabrese, per giungere ai nostri giorni, ai presunti ed accertati rapporti tra le mafie e i partiti della cosiddetta seconda repubblica, le diverse strategie delle organizzazioni criminali; senza censurarsi sulle presunte trattative tra pezzi di Stato e la mafia.

In questo senso “Storia criminale”, almeno nelle ultime pagine, appare come una breve carrellata di quanto possiamo appunto leggere in maniera approfondita nelle opere di coraggiosi cronisti come Lirio Abbate, Rosaria Capacchione, Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco (“L’agenda rossa di Borsellino”).

Parte di quello che i media generalisti in questi anni hanno occultato o quanto meno minimizzato, lo troviamo su “Storia criminale” che a rigore è un libro dal carattere accademico: uno dei tanti paradossi italiani ma anche un motivo in più per apprezzare l’opera di Enzo Ciconte.

Enzo Ciconte, Storia criminale. La resistibile ascesa di mafia,’ndrangheta e camorra dall’Ottocento ai giorni nostri, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008, pp. 432, euro 14,00.