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Recensione
08/07/2009
Abstract
Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, in questo libro-intervista curato da Alberto La Volpe, racconta il suo trentennale impegno professionale contro la mafia siciliana, affrontando, in particolare, la questione dei legami tra mafia e politica e lo sviluppo delle nuove mafie nell’economia globalizzata.

Il libro-intervista di Alberto La Volpe a Pietro Grasso, rispetto al precedente Pizzini, veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano [la recensione è presente nel dossier sulla mafia di Sintesi Dialettica], scritto a quattro mani dal magistrato con Francesco La Licata, ha un taglio decisamente più biografico: qui il procuratore nazionale antimafia rievoca la sua esperienza di giovane siciliano prima e dopo l’ingresso in magistratura, i primi incarichi, l’esperienza al maxiprocesso, la vicinanza a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

I primi tre capitoli (“Il maxiprocesso”, “Giovanni Falcone e la Procura nazionale antimafia”, “Dalla stagione delle stragi eversive alla cattura di Provenzano”), seppur integrati da questi aspetti biografici, rappresentano un’efficace sintesi di oltre trent’anni di storia criminale.

La mafia siciliana non è raccontata soltanto come cronaca del pentitismo, della celebrazione dei processi, degli omicidi eccellenti, dello stragismo dei corleonesi, dello smantellamento del vertice di Cosa Nostra, dell’attuale strategia della sommersione, ma anche quale modello particolarmente efficiente per le altre mafie, caratterizzato da un capillare controllo del territorio e perciò della politica.

Cosa Nostra intesa «da un lato contro la Stato e dall’altro dentro e con lo Stato, attraverso i rapporti esterni con i suoi rappresentanti nella società e nelle istituzioni» (pag. 111).

Parimenti Grasso affronta argomenti come i legami tra terrorismo e criminalità, tra gli apparati mafiosi, la politica e il sistema economico: il “pizzo” ma anche il sistema per orientare gli appalti, gli investimenti volti a riciclare il denaro sporco, la creazione di fondi neri nei paradisi fiscali ecc.

Un quadro inquietante che il Procuratore descrive con toni prudenti, immagino anche in virtù del suo ruolo istituzionale che, probabilmente, dovrebbe rimanere al riparo da polemiche contingenti con i professionisti della politica e dell’informazione.

Toni prudenti ma senza omissioni: «Pur rispettando il principio costituzionale della presunzione di innocenza, criteri di opportunità imporrebbero la scelta di candidati immacolati…E invece assistiamo alle manovre di certi imputati premiati con valanghe di voti da un elettorato dotato di scarso senso civico. Certamente non è di aiuto un sistema elettorale che cancella e mortifica la rappresentanza popolare» (pag. 56).

Il libro parla anche della vicenda Cuffaro e del cosiddetto “cuffarismo”, senza edulcorare le responsabilità politiche e penali dei personaggi coinvolti, ma anche rispondendo a quelle polemiche sulle scelte “schizofreniche” della procura che ad esempio sono presenti nel pamphlet Se li conosci li eviti di Gomez-Travaglio (Chiarelettere, 2008).

Grasso, quale procuratore nazionale antimafia, non poteva limitarsi all’analisi della mafia siciliana e, infatti, per oltre cento pagine descrive le altre realtà criminali del sud Italia (la ’ndrangheta, «oggi l’organizzazione più moderna e la più potente sul piano del traffico della cocaina», la camorra, la sacra corona unita) e quelle che nel mondo si sono adattate all’economia globalizzata, spesso alleandosi tra loro (la triade cinese, la mafia albanese, quella nigeriana, i cartelli colombiani e via dicendo); ricordando, tra l’atro, l’esistenza della Repubblica Moldava di Transnistria, regione completamente in mano alla mafia russa.

Le ultime sessanta pagine, con “Le armi dell’antimafia”, sostanzialmente sono dedicate ad un’analisi dell’antimafia sia sul piano legislativo che su quello culturale in senso lato («la cultura della legalità è qualcosa di più della semplice osservanza delle leggi e delle regole: è un sistema di principi, di idee, di comportamenti»).

Bisogna dare atto a Pietro Grasso, pur con i toni prudenti di cui abbiamo dato conto, di aver ribadito l’importanza di una stampa libera e non reticente, l’assoluta necessità delle intercettazioni quali strumento investigativo, e di aver descritto i paradossi delle più recenti riforme legislative, già ottimamente raccontate nei libri di Bruno Tinti; quelle che, per citare le parole di Gherardo Colombo, hanno fatto della giustizia italiana una «macchina per tritare acqua».

Sono, queste, osservazioni del tutto coerenti con una delle dichiarazioni presenti nell’ultimo capitolo: «La mafia non è scomparsa: ha solo cambiato volto. Finché esiste dobbiamo parlarne e reagire. Il silenzio è l’ossigeno grazie al quale i sistemi criminali si riorganizzano e la pericolosissima simbiosi di mafia, economia e potere si rafforza» (pag. 295).

Pietro Grasso; Alberto La Volpe, Per non morire di mafia, Sperling & Kupfer, Milano 2009, pp. 297, euro 18,00.