Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
01/07/2009
Abstract
Il giudice Piergiorgio Morosini analizza le prospettive della mafia del dopo Provenzano nello scacchiere internazionale del crimine e nelle istituzioni.

Le tante storie criminali presenti nel libro rappresentano l’epilogo di quell’operazione “Gotha” che nel 2006, poco prima che deflagrasse una guerra di mafia tra i “corleonesi” di Antonino Rotolo e i sodali di Salvatore Lo Piccolo, ha decapitato la direzione strategica della mafia consegnando alla giustizia i reggenti di tredici famiglie mafiose e di sei mandamenti.

Epilogo nel vero senso della parola dato che da pagina 17 sino a pagina 169 “Il Gotha di Cosa nostra” riporta uno stralcio della motivazione di una sentenza di primo grado emessa, a seguito di rito abbreviato, da Piergiorgio Morosini, giudice dell’udienza preliminare presso il tribunale di Palermo.

Per nostra fortuna di lettori la comprensibilità del testo qui proposto, ovvero la parte descrittiva sull’apparato strutturale, le dinamiche interne e le principali attività di Cosa nostra oggi, non ha nulla a che vedere con lo stile che caratterizza gli atti giudiziari in uso presso i nostri tribunali: una narrazione perciò scorrevole che rende tutto currenti calamo malgrado la complessità delle vicende raccontate e il gran numero di mafiosi menzionati.

Una complessità e un’analisi stringente che ricorda il libro di Rosaria Capacchione, L’oro della camorra, anch’esso in gran parte basato sulle risultanze di una sentenza, la Bazzini-Zagaria, e dove si descrive con dovizia di particolari l’attività imprenditoriale della nuova criminalità organizzata in doppio petto.

Anche nel saggio di Morosini, pur nella diversità di contesto, si analizzano i sogni e le realtà di dominio economico e politico degli “uomini d’onore”, ad oggi in una fase di mimetismo ed immersione, mentre i gangster campani e i boss calabresi hanno potuto cavalcare più facilmente la globalizzazione del crimine.

Un mimetismo che però non può nascondere l’evidente normalità di relazioni tra Mafia e mondo delle imprese, tra complicità e intimidazione, il controllo dei voti, la peculiare natura potere sul territorio, l’autonoma soggettività dell’organizzazione criminale nel rapporto con la politica.

La mente del lettore potrà andare facilmente all’ultima intervista-video del giudice Paolo Borsellino quando Morosini ricorda come, «con la compiacenza di insospettabili personaggi locali», l’organizzazione mafiosa negli anni abbia riciclato i proventi del narcotraffico anche in operazioni lecite, «investendo nelle società finanziarie, nelle aziende alberghiere, nell’edilizia, nel commercio, nelle società sportive e nella politica» (pag. 78).

Se questi sono fatti ormai assodati e scritti in sentenze, malgrado le resistenze dei media a raccontare questa scomoda realtà, l’autore, dopo aver analizzato cosa vuol dire il rapporto tra “economia, fiscalità mafiosa” e giustizia penale, il significato di “concorso esterno in associazione mafiosa”, dando conto di vicende a dir poco inquietanti, si pone il problema della nuova classe dirigente criminale necessitata, non solo ad allearsi con politici corrotti e ricattabili, ma anche ad inserire i propri uomini nelle istituzioni.

Morosini in poco meno di duecento pagine racconta un mondo criminale particolarmente complesso e sempre sulla base di una solida e comprovata documentazione: come si suol dire, fatti e non opinioni.

L’originaria genesi giudiziaria di queste pagine e il tono tutt’altro che pamphlettistico non hanno impedito all’autore alcuni accenni alla paradossale situazione in cui versa la magistratura italiana, tra una stampa che «tende sempre più spesso a valutare le iniziative giudiziarie a carico di politici, imprenditori in modo sospetto, ossia in chiave di interferenza inopportuna o di eccesso di attenzione, con il giudice quindi chiamato ad affrontare problemi supplementari nell’esercizio delle sue funzioni. Come le violente campagne di delegittimazione per dimostrare presunte invasioni di campo» (pag. 188).

Se in questo modo l’operato dei magistrati rischia un grave condizionamento, per Morosini l’obiettivo finale della giustizia di un sistema autenticamente democratico, come possiamo leggere nella citazione finale del saggio, è «scolpito nelle parole di Hannah Arendt: la giustizia vuole che l’imputato sia processato, difeso e giudicato e che tutte le altre questioni, anche se più importanti, siano lasciate da parte» (pag. 189).

Piergiorgio Morosini, Il Gotha di Cosa Nostra. La mafia del dopo Provenzano nello scacchiere internazionale del crimine, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009, pp. 209, euro 14,00.