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Recensione
28/06/2009
Abstract
Lo storico inglese Christopher Duggan, sulla base di inedite carte private e fonti archivistiche, ricostruisce i metodi impiegati dal governo fascista per imporre l’autorità dello Stato in Sicilia, con particolare attenzione alla figura del prefetto Cesare Mori.

«La mafia durante il fascismo» di Christopher Duggan non sarà ricordato soltanto quale importante contributo alla conoscenza di un periodo di storia siciliana ancora poco frequentato dagli storici, ma soprattutto come quel libro, peraltro ben scritto e di facile lettura, che diede il destro alla recensione di Sciascia del 10 gennaio 1987 sul Corriere della Sera e alle furibonde polemiche politiche che ne seguirono in merito ai cosiddetti «professionisti dell’antimafia».

Non è un caso che la seconda edizione dell’opera qui esaminata, data alle stampe venti anni dopo quei fatti, contenga quale appendice proprio l’articolo in questione e un’ampia e documentata postfazione di Gaetano Savatteri.

Senza voler entrare nel merito di una polemica andata ben oltre le intenzioni di Leonardo Sciascia, è opportuno sottolineare alcuni passaggi che comunque lo scrittore, nelle vesti di recensore, aveva ben colto e che, in maniera maldestra, aveva voluto attualizzare: «Sicché se ne può concludere che l’antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E da tenere presente: l’antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica e spirito critico mancando» (pag. 297).

La mafia durante il fascismo è un’opera che, grazie ad una capillare analisi delle carte private di Mori e di altre fonti archivistiche, approfondisce in particolare le vicende che videro protagonista “il prefetto di ferro”, tra il 1925 e il 1929, con particolare attenzione ai numerosi aspetti controversi inerenti la campagna antimafiosa voluta dal nascente regime e volta ad imporre l’autorità dello Stato sull’isola.

Aspetti controversi a cominciare dallo stesso inquadramento del fenomeno mafioso.

Possiamo citare Denis Mack Smith che nell’introduzione alla prima edizione sintetizzava con efficacia uno dei temi portanti del libro: «l’attenzione dell’autore è focalizzata non tanto sulla mafia in sé quanto su ciò che si pensava che la mafia fosse e perché; ne emerge una notevole contraddittorietà… É difficile evitare la conclusione che la mafia fosse un’idea preconcetta piuttosto che dedotta; e che gli arresti fossero il frutto, forse inconsapevole, di pregiudizi sociali e politici» (pag. XVIII).

Non soltanto, dunque, un’analisi molto critica sui rapporti mezzi e fini usati per combattere un fenomeno criminale, ma anche la consapevolezza che la mafia - al tempo - era ancora un concetto nebuloso e che, proprio grazie a questa flessibilità nel definire i mafiosi, poteva diventare un’arma politica letale.

Inevitabilmente, molte delle pagine del libro sono dedicate alla figura di Alfredo Cucco, il federale di Palermo appartenente all’ala degli “intransigenti”, che, a seguito del contrasto con Mori, fu espulso dal partito fascista e condannato per vari reati tra cui quello di collusione con la mafia.

Cucco fu poi riabilitato, e Duggan ne dà ampiamente conto, ma la sua vicenda, paradigmatica di come la repressione della mafia fosse diventata una forma (o un pretesto) di lotta politica, è solo una delle tante: Antonino Di Giorgio, comandante delle forze militari nell'isola ed ex-ministro della guerra, fece una fine simile a quella di Cucco, e parimenti questa disinvoltura nel definire mafioso l’avversario politico la troviamo anche nei conflitti locali dove le fazioni politiche si scambiarono reciprocamente l'accusa di appartenere alla mafia.

Duggan, sulla base di un’ampia documentazione archivistica degli atti processuali, ha dimostrato che la repressione di Mori, personaggio descritto con idee spesso confuse e dissimulate con gran sfoggio di retorica verbale, fu indirizzata soprattutto contro i cosiddetti gabelloti [cfr. Una domanda a Macaluso, video nel dossier sulla mafia di Sintesi Dialettica].

Una repressione che, con i suoi arresti in massa, se nella fase iniziale lasciò sul campo tanti innocenti ingiustamente incarcerati, poi ben presto si fece sempre meno intransigente nel considerare gli agrari non complici dei gabelloti ma sostanzialmente loro vittime.

In altri termini una lotta anche e soprattutto politica in cui «a perdere furono soprattutto gli intransigenti» (pag. 7).

Come sottolinea Duggan fin dalle prime pagine dell’opera, non fu un caso che la cosiddetta questione meridionale, e di conseguenza il problema mafioso visto come assenza dello Stato, negli anni successivi al 1926 fu disinnescato con un ottimismo di facciata e messo ai margini del dibattito politico; tanto che Mussolini, nel 1934, disse: «la questione meridionale non è più all’ordine del giorno, perché l’abbiamo in gran parte risolta e la risolveremo completamente» (pag. 9). Parole che la storia ha dimostrato fallaci.

Christopher Duggan, La mafia durante il fascismo (con uno scritto di L. Sciascia, prefaz. di D. Mack Smith, postfaz. di G. Savatteri), Rubbettino, Soveria Mannelli 2007, pp. 324, euro 10,00.