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Recensione
05/06/2009
Abstract
Il magistrato Alfonso Sabella, in questo suo libro scritto con Silvia Resta e Francesco Vitale, racconta le inchieste e le fasi della cattura di noti boss della mafia in un mosaico, spesso inquietante, di complicità, depistaggi, intercettazioni, tecnologia sofisticata e astuzie.

Leoluca Bagarella, i fratelli Brusca, Pasquale Cuntrera, Mico Farinella, Aglieri, ma anche don Mario Frittitta sono soltanto alcuni dei nomi tristemente famosi presenti nel libro di Alfonso Sabella, magistrato inquirente per molti anni al fianco di Gian Carlo Caselli a Palermo.

Cacciatore di mafiosi è un titolo quanto mai eloquente per un’opera che descrive gli episodi salienti, vissuti in prima persona da Sabella, che negli anni Novanta hanno portato alla cattura di latitanti e boss mafiosi: un mosaico spesso inquietante di complicità, depistaggi, intercettazioni, “scannatoi di mafia”, tecnologia sofisticata e astuzie dettate dall’esperienza e dalla caparbietà di un pugno di uomini coraggiosi votati alla caccia di uomini senza scrupoli («di fronte ai loro razzi noi abbiamo solo le armi della democrazia: legalità e rispetto delle regole» – pag. 117).

Un libro a cavallo tra memorialistica e saggistica che si legge come una raccolta di racconti hard boiler. Le frasi brevi, spezzate, pur senza mostrare una particolare qualità letteraria, contribuiscono a rendere la lettura avvincente grazie al ritmo serrato dello svolgimento.

Le oltre duecentocinquanta pagine presentano molteplici e complicate vicende criminali, spesso culminate nella scelta - da parte dei boss - di un ambiguo pentitismo.

Sabella ha voluto chiaramente privilegiare la descrizione delle investigazioni, delle personalità sanguinarie delle sue “prede”, della “caccia” appunto; mentre gli aspetti più propriamente istituzionali e politici della lotta alla mafia, almeno per buona parte del libro, stanno più in disparte, sullo sfondo.

Una scelta che se in qualche modo può rendere il saggio di più facile lettura almeno per il grande pubblico, non ne fa certo una libro - per così dire - disimpegnato: non è proprio possibile parlare di leggerezza o disimpegno quando si legge della prigionia e poi dell’esecuzione, in dettaglio, del tredicenne Giuseppe di Matteo.

Certo è che, rispetto ad un pur pregevolissimo Oro della camorra della coraggiosa giornalista Rosaria Capacchione, le memorie di Sabella, non appesantite dalle sconcertanti vicende finanziarie e processuali dei boss, si leggono proprio in un baleno malgrado la presenza di tanti nomi, intrecci criminali e l’oggettiva complessità delle vicende, sia nella fase della latitanza dei capimafia che in quella del pentitismo e del giudizio.

Di grande interesse, anche se non inedite, le descrizioni sulla vita dispendiosa degli uomini di mafia: i loro vizi pubblici e privati, le loro manie, le loro donne ufficiali e non, il più delle volte spietate complici dei loro uomini.

Tutto quello che in altri pamphlet di grande impegno civile (si vedano le opere di Lirio Abbate) è colonna portante dell’opera, ovvero la politica collusa o latitante, qui è accennato come riflesso delle vicende di “caccia” ai mafiosi.

Argomenti perciò meno evidenti ma non per questo assenti.

Quando nel libro leggiamo delle rogatorie internazionali (prima delle leggi del 2001) e l’uso delle intercettazioni (prima degli attuali progetti restrittivi) descritte come strumenti indispensabili per la cattura dei latitanti, il pensiero alle recenti polemiche e iniziative parlamentari viene spontaneo.

Sabella non si è sottratto a toni polemici quando, nelle ultime pagine del volume, ha voluto ripercorrere la vicenda della cosiddetta dissociazione dei mafiosi (la trattativa più o meno occulta che pezzi dello Stato hanno avviato con i boss) e poi le incomprensioni con Tinebra, il successore del dimissionato Gian Carlo Caselli.

Ricordiamo in grandi linee cosa successe nel maggio 2000: i boss, sottoposti al 41 bis, tentarono di ottenere sconti di pena con una legge appunto sulla dissociazione.

Aglieri, Madonia, Salvatore Buscemi e Giuseppe Farinella, sulla base di astuti progetti imbastiti prima di essere catturati, avanzarono la proposta, peraltro ben vista da personaggi come Taormina, di rinnegare pubblicamente Cosa Nostra; e poi una volta usciti dal carcere tornare a delinquere peggio di prima. Fu Alfonso Sabella a ricordarsi di un’intercettazione dove a grandi linee fu detto: «se metteranno la dissociazione è buono, ti puoi avvalere della facoltà di non rispondere: non fai nomi, ma prendi lo sconto di pena e ti tolgono il 41bis: ci sarà l'80% di pentiti in meno».

L'iniziativa venne bloccata, nonostante l'allora capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Giovanni Tinebra, fosse favorevole.

Sabella pagò il conto della sua intromissione: il suo ufficio al D.A.P. (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) venne soppresso e l'allora ministro della Giustizia Roberto Castelli si premurò di allontanare lo scomodo magistrato.

Dopo aver ricordato la frase di Giovanni Falcone «si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande», Sabella aggiunge: «I tempi sono cambiati. Nel mio caso è bastato isolarmi, fare un po’ di terra bruciata intorno a me e quando, qualche anno dopo, si è presentata l’occasione favorevole, anche screditarmi, “mascariarmi”. Nell’indifferenza o, addirittura, con la complicità, spero inconsapevole, di molti miei colleghi».

Alfonso Sabella (con S. Resta e F. Vitale), Cacciatore di mafiosi. Le indagini, i pedinamenti, gli arresti di un magistrato in prima linea, Mondadori, Milano 2009, pp. 265, euro 9,50.