Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
05/07/2008
Biografia
Claudio Magris (Trieste 1939) è docente di letteratura tedesca all’università di Trieste e collabora da anni al “Corriere della Sera”. Con le sue opere ha contribuito a diffondere in Italia la conoscenza della cultura mitteleuropea: “Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna” (1963), “Lontano da dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale” (1971), “Itaca e oltre” (1982), “L’anello di Clarisse” (1984),” Danubio” (1986). Del 1999 è “Utopia e disincanto”, raccolta dei saggi di argomento non solo letterario. Magris è anche autore di testi narrativi quali “Illazioni su una sciabola” (1984), “Un altro mare” (1991), “Microcosmi” (1997, premio Strega). Da ricordare inoltre il saggio, scritto in collaborazione con Angelo Ara, “Trieste. Una identità di frontiera” (1987), omaggio alla propria città natale, e il testo teatrale “Stadelmann” (1988).
Abstract
Claudio Magris, nella sua ultima opera, tra saggistica e giornalismo, parla dei grandi temi della laicità, della scienza, della democrazia, dell’etica, alla luce dei più controversi casi di cronaca. L’autore sostiene che, nel mondo, idee ed ideologie possono avere una vita brevissima.

La definizione di “antipolitico”, come intesa da Thomas Mann - e presente nelle note finali di “La storia non è finita” di Claudio Magris - non deve trarre in inganno.

É vero che Magris ne parla riferendosi ad “uno che, come la maggior parte di noi, si appassiona più per una giornata al mare che per un’assemblea o per la cronaca politica, ma è convinto a malincuore che, quando il corpo sociale si ammala o viene aggredito e guastato, quando sono in gioco i valori in cui crediamo, allora diventano necessarie la presa di posizione, la protesta, la testimonianza, l’analisi” (pag. 237); ma la raccolta di articoli (pubblicati per lo più tra il 1998 e il 2005 sul Corriere della Sera) mostra un autore che non scrive di teoremi astratti, non dimentica affatto le vicende internazionali e la cronaca più inquietante, ma semmai, proprio alla luce di quanto sta accadendo nel mondo contemporaneo, interpreta e analizza i temi più controversi con un equilibrio e una profondità che difficilmente possiamo trovare altrove.

Lo sappiamo bene quanto sia labile e non sempre riconoscibile il discrimine tra equilibrio ed equilibrismo, quest’ultimo proprio di chi, per meglio dissimulare la propria partigianeria o l’intenzione di non “disturbare il guidatore”, scrive e commenta dimenticandosi di tutto quello che non è utile alle proprie tesi.

Nella “storia non è finita”, per nostra fortuna e di tutti i suoi lettori presenti e futuri, di tali equilibrismi non c’è traccia.

Non è un caso se il primo articolo della raccolta si intitola “Le frontiere del dialogo”, proprio sui limiti e sulle difficoltà del confronto tra idee, fedi ed ideologie: a fronte di temi come l’unità nazionale, l’involuzione politica che negli ultimi anni ha messo e sta mettendo in pericolo i valori fondamentali della democrazia e del liberalismo, la violenza e la guerra, l’aborto e l’eutanasia, i nazionalismi e le prospettive di unità europea, i difficili rapporti tra Stato e Chiesa, Magris non si nasconde e non nasconde nulla, mettendo sempre a confronto le diverse ed opposte convinzioni, senza per questo annacquare le proprie.

Il fatto che l’autore abbia voluto giustamente “volare alto”, come del resto si conviene ad intellettuale del suo calibro, non gli ha impedito di riservare strali pesanti, con tanto di nomi e cognomi, alle iniziative di chi ci ha governato pensando innanzitutto ai propri interessi personali, mediante leggi ad personam, stravolgendo gli equilibri istituzionali e il vero senso del liberalismo, oppure verso chi, mediante interessati revisionismi, ha voluto riscrivere la storia della Resistenza, nell’indifferenza di chi interpreta la politica come il proseguimento della propria attività d’impresa.

In questo senso, di “antipolitico”, almeno come comunemente inteso, nella “Storia non è finita”, c’è poco: basti pensare all’articolo “Le frontiere della decenza” (pag. 166) oppure agli articoli finali che trattano della delegittimazione dei magistrati e di coloro che, reduci da un recente passato di estremismo rivoluzionario, sono passati, con lo stesso piglio, a servire gli interessi di un’azienda che si è fatta partito.

Quella che semmai caratterizza, come un leit motiv, gli scritti di Magris, è la laicità, quella che lui chiama “la laicità correttamente intesa”, ovvero “liberata dall’equivoco che la contrappone scorrettamente alla fede” (pag. 238), come confronto incessante di idee, capacità di credere fortemente in alcuni valori, sapendo che ne esistono altri, pur essi rispettabili.

In questo senso si capiscono le prese di distanza nei confronti dell’atteggiamento di alcuni scienziati: “mai come oggi sono chiamati ad esercitare il dubbio scientifico, a interrogarsi sulle conseguenze e sul senso del loro lavoro. Talora sembrano riluttanti a farlo, prigionieri di un fideismo non meno ottuso di quello degli inquisitori di Galileo” (pag. 140).

Una concezione di laicità che, dalle pagine della storia non è finita, appare lontana distanze siderali rispetto a quella dispensata da polemisti come un Piergiorgio Odifreddi.

Basti pensare alle citazioni da Chesterton (“le grandi religioni si distinguono dalle superstizioni per il loro robusto materialismo”), ed a una figura come il teologo protestante e martire del nazismo, Bonhoeffer, molto presente nelle pagine del libro; ma anche quando, in “Elissi della responsabilità”, Magris ricorda la lezione di Max Weber che distingueva i due modi fondamentali dell’agire politico, ispirati all’etica della convinzione e all’etica della responsabilità.

Una lontananza siderale da quella laicità intesa come aggressivo anticlericalismo e ateismo militante, se ancora andiamo a leggere alcuni suoi articoli: “Non solo la scienza ma anche le grandi religioni sono chiare e razionali, perché insegnano a distinguere fra ciò che può essere dimostrato razionalmente e ciò che invece può essere solo oggetto di fede e quindi – si sia credenti o no – non pasticcia e non offende la ragione” (pag. 84); “La nostra cultura è insidiata da due deformazioni settarie, contrapposte ma complementari. Da un lato c’è un riduttivo, falso materialismo. Dall’altro c’è, altrettanto volgare, un vacuo e fumoso atteggiamento spiritualeggiante …Materia e spirito sono due facce della stessa medaglia, della persona umana” (pag.91).

Magris con questa sua raccolta di articoli ha vinto la prima edizione del premio letterario Viareggio-Tobino, in virtù dello stile, dell’impegno civile profuso in ogni sua pagina.

Motivazioni che, presso quella grande fascia di pubblico che gradisce pamphlet e tesi manichee, sicuramente non contribuiranno più di tanto alla diffusione di questo volume.

Sarebbe un peccato: il suo ragionare, la sua repulsione per un certo sentimentalismo buonista, il suo invito ad interrogarsi sui grandi temi senza pregiudizi, non è affatto qualcosa che si possa leggere di frequente nell’attuale panorama editoriale.

Claudio Magris, La storia non è finita. Etica, Politica, Laicità, Garzanti, Milano 2008, pp. 245, euro 9,50