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04/09/2007
Biografia
Salvatore Lupo, dopo aver insegnato Storia contemporanea presso la Facoltà di scienze politiche dell'Università di Catania, attualmente è docente presso l’ateneo di Palermo. Ha pubblicato numerosi studi sulla storia del meridione. E' vicedirettore di “Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali” ed è membro della redazione della rivista “Storica”.

Non sono molte le opere editoriali che hanno avuto il coraggio di affrontare il tema della mafia,  con lo scopo di analizzare  il fenomeno senza venire meno ad un rivendicato rigore storiografico. Più facile che il comune lettore si sia imbattuto in pamphlet politici, cronache giudiziarie, per forza di cose limitate ad un particolare episodio criminale, “istant – book” e quant’altro.

Salvatore Lupo, col suo saggio, ha invece inteso indagare la secolare vicenda della mafia siciliana, dalle origini ottocentesche dell’organizzazione agli anni ’90 del secolo scorso, con uno stile che pare quasi l’antitesi di quell’approccio che ha fatto la fortuna di tanti giornalisti prestati alla ricerca e alla divulgazione storica.

Oltre 300 pagine dense di concetti ed avvenimenti in cui emerge innanzitutto un’organizzazione che ha voluto modellarsi sullo Stato (da qui l’inevitabile citazione della teoria giuridica di Santi Romano), nelle sue essenziali funzioni del monopolio della violenza e del controllo territoriale.

Una storia di “signorie” che nel saggio di Lupo prende le mosse dalla città  e dalla provincia di Palermo per poi penetrare in tutto il territorio dell’isola e del nuovo mondo, senza però voler indagare più di tanto sulle lontane vicende del vicereame spagnolo, cui peraltro altre storie di mafia, come quella di Salvatore F. Romano, hanno dato ampio risalto.

Il nostro autore ha preferito dedicare fin dall’inizio la sua attenzione a quell’ottocento che ha visto il fenomeno criminale farsi concretamente percepibile ai posteri grazie ad una consistente, spesso controversa documentazione di inchieste e commissioni parlamentari, epistolari, arringhe, atti giudiziari. Ma soprattutto Lupo ha voluto delimitare e precisare il concetto di “mafia” (o “maffia” che dir si voglia) facendo ricorso a uno stile specialistico, a categorie proprie delle scienze sociali, sociologiche funzionaliste, con lo scopo precipuo di demolire le obsolete interpretazioni di un’organizzazione criminale quale prodotto del sottosviluppo, e che, ingenuamente o furbescamente distinguono una vecchia mafia “buona” da una nuova e “cattiva”.

La verità, dice Lupo, è un’altra, ben più prosaica: è innanzitutto la mafia a descrivere se stessa come costume e comportamento tutt’altro che disdicevole, quale espressione della società tradizionale.

In altri termini, “un gruppo di potere, il quale esprime un’ideologia che intende creare consenso all’esterno e compattezza all’interno: in essa c’è un certo autoconvincimento, molto di velleità, ancor più di propaganda destinata a scontrarsi nella grandissima maggioranza dei casi con la ben diversa realtà dei fatti. Lo schema ideologico viene allora salvato con riferimento ad una nuova mafia, ormai ridotta a delinquenza, che non ha più il senso del rispetto e dell’onore della vecchia”.

Tutto questo trovava sponda in quegli studiosi americani che, soprattutto a partire dalle rivelazioni di Joe Valachi, erano predisposti a studiare il comportamento mafioso, mentre la “mafia” in quanto struttura autonoma non sarebbe esistita se non come famiglia e clientela (senza perciò la necessità di una vera e propria affiliazione, con tanto di specifico rituale).

Nel saggio di Lupo, dunque, troviamo non solo il tentativo di raccontare l’espansione mafiosa a partire dagli inizi del XIX secolo, ma anche una storia dell’interpretazione della mafia, così come si è venuta a delineare nei decenni ad opera di studiosi e sociologi europei ed americani.

Due piani che si intersecano e che sicuramente rendono la lettura del testo assai complessa; l’autore, infatti, si rivolge ad un lettore particolarmente formato sia nel campo della storia contemporanea, sia nel campo più specifico della storia siciliana degli ultimi due secoli.

Da qui, partendo dalla constatazione che il rapporto tra i cosiddetti “facinorosi” e la grande possidenza palermitana è l’elemento che ha caratterizzato storicamente le origini della mafia come intesa negli anni a venire, proprio nell’area occidentale dell’isola, Lupo sottolinea come in Sicilia l’idea della sovranità della legge abbia stentato ad affermarsi, contrastata dalla diffusione della forza privata e dal ciclico riproporsi dei governi eccezionali, per di più in presenza di funzionari pronti a chiedere provvedimenti liberticidi contro la criminalità, ma anche disposti a utilizzarla quale strumento di governo locale.

Da qui un coacervo di interessi e di rapporti pericolosi, ambigui ben rappresentati da figure come Antonino Giammona da cui si dipanano tre reticoli: verso il basso, ovvero verso la manovalanza criminale, verso gli altri capimafia e poi verso i potenti che lo proteggevano ed erano da lui protetti (il barone Nicolò Turrisi Colonna, grande proprietario, patriota prima dell'Unità e poi esponente della sinistra moderata, senatore e sindaco di Palermo).

Le prime 200 pagine sono dedicate quasi esclusivamente all’Ottocento, al racconto di grandi delitti di mafia (l’affare Notarbartolo), processi celebri, citazioni frequenti tratte da documenti come il “rapporto Sangiorgi”, stralci di atti giudiziari.

Giunti agli anni cinquanta, si incrementò il rapporto tra organizzazioni siciliane e statunitensi, simbolicamente rappresentato dal nome di “Cosa Nostra”, forse proprio di origine americana.

É in questo contesto più dinamico che un’opinione diffusa ha ritenuto che la mafia, nelle vesti di personaggi come Calogero Vizzini, Michele Navarra, i Greco, avesse cambiato pelle, trasferendo i suoi interessi dalla campagna alla città, al fine di organizzare il sacco edilizio di Palermo e a lanciarsi nel commercio della droga.

Anche in questo caso Lupo rifiuta l’idea di una sorta di mutazione genetica del fenomeno mafioso ma preferisce leggere gli avvenimenti del dopoguerra come un consolidarsi di gruppi politico-affaristici gravitanti presso il Comune di Palermo e la Regione siciliana (significativa la citazione del cosiddetto comitato d’affari “valigio”, così come ironicamente chiamato dagli organi di stampa, costituito dal costruttore Vassallo e da due politici come Lima e Gioia).

Le ultime pagine sono una cavalcata che giunge ai nostri giorni, tra le rivelazioni (e le interessate omissioni) dei pentiti, Buscetta, Calderone, Leonardo Vitale, il processo Andreotti, lo stragismo di mafia, Falcone; e non ultimo qualche strale indirizzato a politici, colleghi e studiosi non sempre in sintonia col pensiero del nostro autore: il che fa comprendere ancora una volta come “Storia della mafia” fino all’ultima pagina, seppur in maniera meno evidente rispetto alla prima metà del libro, non sia la pura e semplice storia di un’organizzazione criminale che si è voluta modellare ad immagine dello Stato, ma anche una disamina, a volte ostica, delle varie interpretazioni attribuite al fenomeno mafioso, sia di comodo (da parte dei politici) o meno (da parte di studiosi, storici e sociologi).

Gli indubbi pregi del libro, non ultima la gran mole di documentazione messa a disposizione del lettore, non possono però far dimenticare la voluta complessità dello stile, l’approccio non divulgativo che rende il testo  consigliabile come approfondimento piuttosto che come testo base per un lettore che sia ancora digiuno dell’argomento mafia.

Salvatore Lupo, Storia della mafia, Donzelli, Roma 2004, pag. 336 -  € 13,00

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