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18/06/2007
Biografia
Salvatore Francesco Romano, nato ad Acquaviva (Caltanissetta) nel 1910, ha insegnato presso la Facoltà di Lettere e l’Istituto di Scienze Politiche dell’Università di Trieste. Ha pubblicato saggi su problemi letterari e filosofici, studi sul Risorgimento, il movimento operaio e l’età contemporanea. Nel 1956 fu tra i firmatari del “manifesto dei 101”, quando una parte degli intellettuali comunisti italiani espresse il proprio dissenso per la repressione sovietica in Ungheria. Tra le sue opere più significative “Storia dei Fasci siciliani” (1959), “Breve storia della Sicilia: momenti e problemi della civiltà siciliana” (1964).

Intorno al 1960 lo storico Salvatore Francesco Romano ha voluto pubblicare una sua “Storia della mafia” e il risultato è stato quanto mai apprezzabile, al di là di quanto scritto nella quarta di copertina dell’edizione Mondadori del ‘66: “alla luce di una ricerca storico-sociologica, rintraccia le radici economiche politiche e morali del complesso fenomeno, e ci dà un’opera per diversi aspetti definitiva”.

Indubbiamente l’opera, viste le diverse interpretazioni del fenomeno che si sono susseguite negli anni e soprattutto visto l’anno di pubblicazione, il 1966, per forza di cose non si può considerare un qualcosa di “definitivo”.

É vero però che la “Storia” di Romano quanto a chiarezza di esposizione risulta ancora oggi un testo indispensabile per tutti coloro che vogliano avvicinarsi ad un argomento estremamente complesso come la mafia siciliana, malgrado l’orizzonte temporale ristretto e carente delle vicende più attuali.

L’introduzione (“Il grande Zio”) basata su ricordi personali dell’autore, alle prese con ambiente e parenti mafiosi, può apparire una scelta inconsueta ma in realtà risulta del tutto in linea con l’impianto del libro, che coniuga felicemente un rivendicato rigore storico e una chiarezza espositiva spesso assente nelle opere di tanti celebrati accademici.

Anche la struttura del libro, suddivisa in tre parti, rende agevole la lettura, soprattutto per un neofita della materia.

Va detto che Romano, a differenza di altri storici, ha dedicato gran parte del volume proprio alle origini dello spirito e della struttura della mafia, dal suo manifestarsi nella coscienza popolare: un lungo escursus che parte addirittura dal medioevo, che passa dal mito del brigante come eroe popolare, citando numerosi esempi tratti dalla letteratura.

L’impressione è che l’autore in questo caso abbia un po’ largheggiato in esempi e divagazioni letterarie, peraltro oggetto da sempre dei suoi interessi accademici, tanto più agli occhi di un lettore moderno che difficilmente può comprendere un filo rosso che leghi le opere di  Dumas e Balzac, un Guerrin Meschino, le suggestioni indotte da certi racconti nel popolo meno istruito e vessato e la cupola dei Riina e dei Provenzano.

Una lunga premessa per arrivare al punto che a noi interessa: lo spirito della mafia siciliana inteso come espressione di  gruppi intraprendenti che volevano rompere il cerchio dell’oppressione sociale e feudale al fine di aprirsi con la violenza la strada dell’ascesa sociale e della conquista di beni economici.

Non a caso tra le citazioni più significative presenti nell’opera abbiamo Leopoldo Franchetti con la sua inchiesta sulle condizioni della Sicilia.

Da qui l’attenzione del nostro autore per  gli antecedenti strutturali e le origini sociali della mafia: una disamina delle antiche vicende che videro protagonisti i cosiddetti compagni d’armi, le maestranze, le squadre e le controsquadre; fino a giungere alle squadre popolari viste come bande rivoluzionarie dell’età risorgimentale.

Una visione che non è aliena da quelle considerazioni classiste, del resto proprie della formazione culturale di Romano, e che rintracciamo soprattutto nelle prime centocinquanta pagine.

La lunga premessa in merito allo spirito della mafia risulta perciò funzionale alla successiva analisi sul formarsi, nel corso del Risorgimento, di gruppi armati oltre che nelle campagne anche nelle città.

Secondo Romano la fase successiva, per il formarsi di una sorta di organizzazione mafiosa, si ebbe dopo il 1866, attraverso la mediazione dei gruppi politici, che non intendevano spingere l’opposizione o la critica al governo fino agli estremi di una rottura, l’azione di graduale assorbimento delle diverse forme di attività criminosa “che si prestano ad essere inquadrate, utilizzate, protette in varia forma e secondo i casi, in una funzione non più di congiuntura rivoluzionaria o insurrezionale, ma organica per la difesa del gruppo, di un interesse politico, economico e sociale” (pag. 159).

Il 1882, secondo Romano, è l’anno di svolta, quello in cui inizia una nuova fase della legalizzazione politica della mafia: una trasformazione di rapporti nel senso che il potere reale dei gruppi mafiosi tende sempre più a tramutarsi e ad identificarsi con il potere legale locale e con i rappresentanti di esso.

Le vicende, peraltro estremamente complicate, dei casi Notarbartolo e dell’onorevole Palizzolo sono raccontate con grande chiarezza e dimostrano ancora una volta come “Storia della mafia” di Romano sia un testo che il neofita è bene legga prima di altre opere, magari più recenti ma anche molto meno potabili.

Meno ampia, ma pur sempre ricca di spunti e considerazioni, è la parte successiva del libro, quella che affronta il passaggio dalla vecchia alla nuova mafia.

Sono descritti personaggi come Don Calogero Vizzini, figura tutt’altro che bonaria (altra leggenda metropolitana dura a morire) e soprattutto rappresentativa dell’adattamento nei sistemi della mafia e dell’ascesa che i nuovi metodi e i nuovi gruppi criminali, di origine contadina o piccolo borghese, riuscirono a realizzare nel periodo successivo alla Prima guerra mondiale e ai primi anni del fascismo; ma anche gangster come Lucky Luciano e quei particolari rappresentanti della criminalità americana, vista come “una forma parassitaria e organica di delinquenza che alligna e si sviluppa nelle arterie di una società capitalistica industrialmente sviluppata” (pag. 287).

Per chiudere il cerchio inevitabili i riferimenti ai disinvolti rapporti dei tanti politici locali e nazionali con personaggi in odore di mafia: nulla di nuovo sotto il sole, purtroppo.

L’epilogo del libro ci fa proprio capire che l’anno di pubblicazione era il 1966:  “La previsione più probabile è che in Italia e altrove il sistema si svilupperà e trasformerà oltre i già avanzati limiti di collusione tra potere politico e mafia. Mi auguro che questa previsione venga presto smentita” (pag. 332).

Un finale un po’ di maniera e forzatamente ottimistico: il futuro lo abbiamo sotto gli occhi, un capitolo ancora apertissimo in tutta la sua violenza e corruzione.

Salvatore Francesco Romano, Storia della mafia, Mondadori, Milano 1966

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