Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
18/04/2010
Abstract
Nella prefazione al libro Leonardo Sciascia scrive: «Quel che immediatamente colpisce il lettore di questo saggio è il buon senso, cioè una specie di condizione a tabula rasa, senza pregiudizio, con cui l’autore ha voluto e saputo mettersi di fronte al fenomeno mafioso: e sì che sarà stato difficile per lui, straniero, che prima di arrivare in Sicilia e agli archivi siciliani soltanto disponeva di tesi e schemi altrui, di teorie più o meno addentellate alla realtà, di impressioni più o meno false e quasi sempre improntate ai romantici effetti che dà il vagheggiamento della pianta uomo di classificazione stendhaliana: il brigante italiano nel secolo scorso, il mafioso siciliano nel nostro».

Questo volumetto, scritto da un giovane tedesco per la tesi di dottorato dopo un soggiorno trascorso in Sicilia (1962-66), costituisce un’analisi storica e sociologica condotta su documentazione archivistica, bibliografie, documenti processuali e rapporti di polizia.

Mafia di Hess fornisce, di fatto, uno sguardo compiuto, privo di preconcetti e mistificazioni.

Dalla comparsa della parola “mafia” a Palermo nell’elenco degli eretici riconciliati dall’atto di fede del 1658, come soprannome di una strega “Catarina la Licatisa nomata ancor Maffia” alla diffusione istrionica nella commedia popolare del 1862 I mafiusi della Vicaria di Rizzotti e Mosca, la formazione del tipo mafioso è inquadrabile nel conflitto tra le norme dello Stato burocratico (morale statale) e l’agire subculturale (morale popolare). In questo contesto, la mafia diviene un auto-soccorso che interviene nella dialettica tra due morali: quella negativa delle pretese dell’ordinamento formale e quella positiva delle condizioni effettive subculturali.

L’attitudine mafiosa di apparente cortesia e sacrificio per il bene della comunità, nella quale convergono l’atteggiamento psichico e il codice morale, con l’insussistenza del carattere strumentale e della necessità funzionale diviene comportamento sociale criminale.

Dal punto di vista storico, alla decadenza dell’ordinamento feudale si accompagna il fallimento dello Stato burocratico nel garantire un’assistenza alle persone e una protezione ai beni.

Come tutte le occupazioni che non consentivano alla popolazione d’identificarsi con i detentori del potere ufficiale, anche l’avvento del Regno d’Italia è sentito come invasione di una potenza straniera: i siciliani erano uniti nell’apatia verso il governo, che si tramutava in odio contro i provvedimenti (leva militare, sistema tributario ecc.) che servivano alla penetrazione statale.

Dopo la filogenesi del potere mafioso, è esaminata l’ontogenesi, cioè la carriera specifica del mafioso che lo porta a una posizione di dominio attraverso strutture informali escluse dalle istituzioni legali. La violenza, strumento di ascesa e mezzo di difesa del potere, e l’assoluzione formano il «nucleo della cristallizzazione» intorno al quale ruotano gli attributi di qualità valoriali del mafioso. Circondato da quest’aura di prestigio e dalla voce pubblica della fama, la sua carriera è fatta: appare la personificazione dell’Uomo («Mafioso non è chi si sente mafioso, ma chi è considerato come tale»).

Secondo Henner Hess, i mafiosi non sono una razza particolare, ma semplicemente uomini che si comportano e agiscono in un determinato modo, che ne costituisce la caratteristica esclusiva ed essenziale. La mafia non è né un’organizzazione né una società segreta, ma è un metodo.

Il mafioso si crea prima una cosca che lo esonera dal ricorso diretto alla violenza (componente della legalizzazione) poi il partito, ovvero dispone di relazioni con i detentori del potere istituzionale (componente della legittimità strutturale); le due cose insieme formano la fazione che attornia il mafioso, mentre parentela, comparaggio e amicizie assumono un ruolo di forza collettiva.

Le relazioni tra persone mafiose sono regolate dalle norme subculturali vigenti che non sono un diritto, ma sono convenzioni del sistema garantite dalla prospettiva della disapprovazione, contenute nelle generali aspettative e definite con l’omertà. La “legge” del silenzio è perfettamente efficace per il mantenimento del potere mafioso, moltiplicato dalla tecnica del terrore simbolico, che diffonde un’atmosfera di paura e paralizza ogni tentativo di azione non conforme. È propria del mafioso la funzione di mediazione fra ladri e banditi da un lato, e gente minacciata e danneggiata dall’altro; negli abigeati, nei sequestri, nelle lettere minatorie, in questioni di diritto civile, egli diventa giudice di pace, cui nessuna delle due parti può sottrarsi.

In questo modo l’autore definisce via via un’antropologia del tipo mafioso.

Al termine del suo soggiorno siciliano, conclude che il comportamento mafioso non potrà più manifestarsi quando lo Stato assolverà le funzioni di protezione, di regolamentazione economica e di perseguimento della violenza privata. In questo senso, richiama il prefetto Mori: «La lotta non doveva essere una campagna di polizia in più o meno grande stile, ma insurrezione di coscienza, rivolta di spiriti e azione di popolo». Ancora: il mafioso «non teme il carcere quanto la scuola…non teme il giudice quanto il maestro»; «uno Stato è davvero forte soltanto quando alla lotta contro il crimine unisce la lotta contro le sue cause sociali, diventando così uno strumento di coerenti riforme sociali».

H. Hess, Mafia, Laterza, Bari 1973, lire 1.200