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Archivio home > Lettere dialettiche > Un’inedita lettera di D’Annunzio preannuncia le prodezze di Fiume
Articolo
05/06/2009
Abstract
Soltanto otto giorni prima dell’impresa di Fiume, D’Annunzio scriveva al suo amico Giuriati preannunciando tra le righe l’imminente azione, fino ad allora nascosta, che porterà non solo alla presa della città ma anche ad una delle pagine più controverse della nostra storia moderna. La lettura di queste poche righe consegna al lettore attento le contraddizioni del momento e importanti tracce della retorica dannunziana.

Al Maggiore

Giovanni Giuriati1 ,

Mio caro compagno, credo che il più proprio e il più adatto nome, per una nuova associazione nautica, sia questo: Compagnia della Vela2 .

C’era a Venezia, come tutti sanno una Compagnia della Seta3 che, adunato i giovani avidi di vivere, meravigliosamente fiorì alla vita onesta.

Questa4 ha un compito più severo nella nostra durissima vita: un compito di libertà e di forza, di vigilia5 e disciplina6 .

Venezia ringiovanita e ritemprata dalla sua mirabile …………………………….,

deve ricelebrare il suo sodalizio col mare7 , senza l’antica pompa ma con l’orgoglio antico8 .

Sul nostro mare9 pur sempre iniquamente conteso, la vela sia una vedetta.

Ed ecco che ho la ventura di ritrovare su le tre iniziali della denominazione C.D.V. un vecchio motto italiano lodato da Ercole Rasso e inscritto appunto sotto una figura di veliero:

Custodi, Domine, Vigilantes”10

Vigilanti siano gli arditi viaggiatori dell’Adriatico11 più amato da noi se l’onta che un tempo si chiamò Lissa si chiama oggi Fiume12 . E’ sinistro destino che la nostra Patria abbia sempre un’onta da ereditare e da vendicare13 .

Non importa. Patiremo ancora. Lotteremo ancora. Vinceremo ancora14 .

Pronti a rande e flocchi! Issa flocco15 ! Issa randa16 !

E viva sempre sul Golfo di Venezia l’Italia di Enrico Dandolo17 e di Angelo Emo18 , di Luigi Rizzo19 e di Nazario Sauro20 .

* 4 settembre 191921

Cornice storica

L’epoca storica nella quale si inserisce questo documento è quella tra la Prima e la Seconda guerra mondiale; periodo denso di scontento popolare da una parte e caratterizzato da una sconfitta diplomatica seguita ad un’insperata vittoria della Prima guerra mondiale che si era conclusa da circa un anno.

L’entrata in guerra degli Stati Uniti D’America aveva rimesso in questione, almeno ai loro occhi, i patti stabiliti nel 1915 a Londra, tra l’Italia e le potenze della Triplice Alleanza.

Gli Stati Uniti non ne riconoscevano la validità poiché, essendo entrati in guerra in ritardo rispetto alle altre nazioni, non avevano partecipato alle trattative sulle spartizioni.

I risultati dei Trattati di Pace sul piano territoriale furono peraltro deludenti poiché i Francesi erano intimoriti dalla possibilità che l’Italia potesse entrare tra le potenze dello scacchiere mondiale e gli Inglesi erano interessati a spostare l’attenzione dei nostri governanti dall’ulteriore spartizione delle colonie tedesche in Africa; inoltre la condotta dei nostri politici durante tali trattative apparve ai più miope.

In questa confusione si facevano sempre più sentire le grida d’aiuto delle popolazioni dell’Istria e della Dalmazia che, da sempre colonie della Serenissima Repubblica di Venezia avevano un’alta percentuale di cittadini italiani che vedevano sfumare la possibilità di risiedere in terra italiana.

Terminata a Versailles la Conferenza degli Stati vincitori della guerra e rimanendo l’Italia con un pugno di mosche anche a causa dell’abbandono della stessa da parte dei nostri diplomatici Sidney Sonnino e Vittorio Emanuele Orlando, maturò l’idea di occupare la città di Fiume.

Era già da tempo che quest’idea animava D’Annunzio, ma solo dopo l’invito da parte di Host Venturi22 di capitanare le truppe che avrebbero ripreso il controllo della città, questi decise di agire.

La lettera precedentemente analizzata si pone indiscutibilmente come ultima dichiarazione del “Vate” prima di muovere verso la più grande delle sue imprese.

Il 12 settembre 1919, infatti, entra vittorioso ed acclamato alla testa di duemila uomini composti per lo più dagli Arditi di Venturi, dai Granatieri di Sardegna e dai fanti, ai quali si unirono gli uomini del generale Pittaluga che aveva sostituito il generale Grazioli e che avrebbe dovuto fermarlo.

Le vicende successive all’entrata vittoriosa di D’Annunzio a Fiume sono note ed anche le tragiche giornate che portarono a definire il Natale dell’anno successivo come il “Natale di sangue”.

Concezione superoministica di D’Annunzio riscontrabile nella lettera

D’Annunzio manifesta un rifiuto dell’Italia ufficiale, della sua ordinaria amministrazione, del suo regime parlamentare, dei suoi compromessi, della sua debolezza (così almeno la considerava) nei confronti delle masse popolari e del movimento socialista, delle sue sconfitte militari, ed esalta invece la Patria come bene supremo e della gloria, della potenza, del primato di una nuova Italia.

L’affermazione della propria individualità, il culto della bellezza, l’esaltazione nazionalistica e imperialistica della patria: ecco le componenti che fecero di D’Annunzio il riferimento di un’intera generazione23 .

L’Influenza di Nietzsche

Altra componente di rilievo del superuomo dannunziano è senza dubbio l’influenza del pensiero di Friedrich Nietzsche. Nei tre articoli dedicati al “caso Wagner” e apparsi nella “Tribuna” durante l’estate del 1893, egli informa i lettori che il filosofo tedesco ha assalito con violenza “le dottrine borghesi contemporanee e il cristianesimo sempre rinnovellato”, lo proclama “uno dei più originali spiriti che siano comparsi in questa fine di secolo, ed uno dei più audaci”, definisce i suoi libri “bizzarri scritti con uno stile aspro ed efficace, dove i paradossi si avvicendano ai sarcasmi e le invettive tumultuose alle formule esatte”, e infine espone per sommi capi la sua dottrina.

Nietzsche, così: “si leva quasi con furore contro la pietà” proprio in un tempo “in cui la dottrina evangelica predicata dagli slavi acquista sempre nuovi proseliti”: egli è contro l’abnegazione, la devozione e tutto ciò che è frutto della universale debolezza. “Il vecchio edificio sociale, fondato sulla menzogna, gli sembra ridicolo e ignobile. Egli opina che un’aristocrazia nuova, lentamente ed implacabilmente formata per selezione, debba ricollocare sul suo posto d’onore il sentimento della potenza, levandosi sopra il Bene e sopra il Male e riprendendo le redini per domare le masse a suo profitto”.

Secondo Nietzsche l’Europa sarebbe decaduta perché avrebbe ricevuto la sua impronta dalla nozione del bene e del male presa dalla morale degli schiavi. Perché due sono le morali: “quella dei nobili e quella del gregge servile”. L’una ha la sua radice “nella sovrana concezione della loro dignità e tende alla glorificazione superba della vita”; l’altra eleva a virtù “tutte le sofferenze del debole ed oppresso” e considera abominevole l’uomo forte che deriva le sue leggi dal principio contrario. La maggiore espressione della morale degli schiavi si ha con il cristianesimo col quale essa, purtroppo, ha vinto.

Ma questa morale non è l’istinto del gregge: “gli uomini superiori, lasciando agli ingenui i tentativi di migliorare le sorti della moltitudine e di praticare la virtù cristiana della carità, intenteranno tutti i loro sforzi nel distruggerla”. Così gli uomini saranno divisi in due razze. “Ma il vero nobile, secondo il Nietzsche, non somiglia in nulla agli slombati eredi delle antiche famiglie patrizie. L’essenza del nobile è la sovranità interiore. Egli è l’uomo libero, più forte delle cose, convinto che la personalità supera in valore tutti gli attributi accessori. Egli è una forza che si governa, una libertà che si afferma e si regola sul tipo della dignità. Egli ha l’occhio infallibile quando guarda in sè medesimo. E in questa autocrazia della coscienza è il principale segno dell’aristocrate nuovo”24 .

Nel pensiero di Nietzsche, il superuomo è la categoria che esprime l’assolutezza dell’individuo, al di là di ogni condizionamento del mondo dei valori, e che esprime in pieno il radicale rifiuto nietzschiano all’umanesimo. Esso si afferma nell’eterno ritorno dell’uguale che assicura l’eternità dell’individuo e si manifesta nella volontà di potenza, quale superamento dell’uomo e dei suoi valori.

1 Giovanni Giuriati (Venezia, 4 agosto 1876 – Roma, 6 maggio 1970) è stato un politico italiano. Laureato in giurisprudenza, avvocato, nel 1903 diventa socio dell'associazione Trento e Trieste di cui nel 1913 sarà nominato presidente. Nel 1915 insieme ad alcuni irredentisti italiani residenti in Austria aiuta la popolazione di Avezzano che era stata precedentemente colpita da un terremoto e nell'aprile dello stesso anno partecipa come volontario alla Prima guerra mondiale, in cui sarà coinvolto in tre importanti episodi: il 21 novembre sarà ferito ad Oslavia e decorato di medaglia d'argento; il 22 maggio 1917 è promosso maggiore per meriti di guerra ed il 19 agosto dello stesso anno, nuovamente ferito sulla Bainsizza, riceve una seconda medaglia d'argento. Congedato a conflitto ormai ultimato, torna in laguna ripredendo la sua attività forense ma nel 1919 segue il poeta Gabriele D'Annunzio nella sua avventura fiumana, di cui un anno più tardi peronò la causa nella conferenza di pace svoltasi a Parigi. Dopo il trattato di Rapallo aderisce all'idea della vittoria mutilata e si iscrive al Partito Nazionale Fascista, con cui sarà eletto deputato nel 1921. Dopo la marcia su Roma entra a far parte del governo Mussolini come Ministro delle Terre Liberate; successivamente nel 1925 è ministro dei Lavori Pubblici, incarico che lascia quando viene eletto presidente della Camera dei Deputati il 29 aprile del 1929. A questa carica cumula nel 1930 anche quella di segretario nazionale del PNF, in cui però sarà sostituito dopo circa un anno da Achille Starace. La sostituzione alla segreteria avvenne soprattutto a causa dell'indiscriminata epurazione nelle file degli iscritti al partito (120.000 esclusioni). L'epurazione era stata richiesta dallo stesso Mussolini che s'infuriò quando venne informato dallo stesso Giuriati riguardo ai numeri esagerati delle esclusioni dal partito. Nel 1934 abbandonerà anche l'incarico di Presidente della Camera, ma nello stesso anno verrà nominato senatore. Il 24 luglio 1943 non partecipa al gran consiglio del Fascismo in cui viene approvato l'ordine del giorno Grandi in quanto non fa più parte dell'organo supremo del regime e conseguentemente non sarà imputato al processo di Verona. Dopo la conclusione della Seconda guerra mondiale sarà assolto dall'accusa di corruzione (1947): da quel momento in poi si trasferì a Roma non occupandosi più di politica.

2 Compagnia della Vela: club privato di velisti a cui si può accedere soltanto se si è in possesso di un natante a vela. La sede è situata in piazza San Marco di fronte all’attracco Cipriani.

3 Compagnia della Seta: corporazione formata da più mercanti che sfruttavano le vie di commercio ed i mercati orientali per importare stoffe pregiate quali la seta.

4 Questa: si riferisce alla Compagnia della Vela.

5 Vigilia: (latinismo) si intende veglia, sorveglianza.

6 Compito…disciplina: ricorda molto i dictat fascisti in cui la parola e il concetto di libertà, forza, vigilia e disciplina era sempre presente.

7 …deve ricelebrare il suo sodalizio col mare: una delle feste più importanti per la Venezia antica era il matrimonio con la laguna. Questo era simbolicamente sancito dal lancio in acqua, da parte del doge, di un anello. Qui D’Annunzio ricorda la supremazia della Serenissima sulle altre Repubbliche marinare e soprattutto sull’Adriatico.

8 …senza l’antica…orgoglio antico: D’Annunzio spinge a dimenticare la pomposità e l’agio che già determinò la decadenza dell’antica Venezia e di ripristinare la morigeratezza di costumi dettata dagli antichi.

9 Sul nostro mare…vedetta: probabilmente si riferisce alle battaglie marine delle precedenti guerre: mondiale e di indipendenza ( Lissa ).

10 Custodi, Domine, Vigilantes: custodi, padroni, vedette. Si riferisce ai nostri marinai che sono posti a difesa delle coste.

11 Vigilanti siano gli arditi viaggiatori dell’Adriatico: si riferisce alle questioni di Lissa presso la quale, durante la III guerra di indipendenza, si svolse uno scontro tra Austriaci ed Italiani che si risolse con la netta vittoria dei primi (20 luglio 1866). Dietro sollecitazioni del governo che dopo la battaglia di Custoza (24 giugno 1866) voleva ottenere almeno qualche successo sul mare, l’ammiraglio Persano tentò di prendere l’isola al comando di una squadra italiana. I bombardamenti iniziarono il 18 luglio, ma il 20, mentre stava per iniziare lo sbarco, Persano fu sorpreso dalla flotta nemica agli ordini di W. Von Tegetthoff. Le forze italiane furono scompigliate dagli Austriaci e perdettero due navi corazzate (Palestro e Re D’Italia).

La città era già appartenuta ai veneziani, di cui fu cittadella, fino al 1797 quando passò agli Austriaci.

In letteratura: un accenno alla battaglia di Lissa si ha ne “I Malavoglia” di G. Verga nei cap. IX-X. Proprio il giorno del fidanzamento fra Mena e Brasi, reduci della battaglia di Lissa, col sacco in spalla e le teste fasciate, portano notizie strabilianti: “Raccontavano che si era combattuta una gran battaglia di mare e si erano annegati dei bastimenti grandi come Aci Trezza, carichi zeppi di soldati; insomma un mondo di cose che parevano quelli che raccontavano la storia d’Orlando e dei paladini di Francia alla Marina di Catania, e la gente stava ad ascoltare con le orecchie tese, fitta come mosche”. Per i Malavoglia però la favola diventa ben presto tragedia. Luca è morto, come tanti altri, senza sapere perché, combattendo contro nemici “che nessuno sapeva nemmeno chi fossero”, per una causa non sua, decisa da altri. La notizia è comunicata ai Malavoglia con sdegnosa sufficienza da un burocrate, dopo un lungo andirivieni dei poveretti tra gli uffici, estranei ed ostili, di Catania: “ Son più di quaranta giorni…Fu a Lissa : che non lo sapevate ancora ?”.

12 Fiume: dopo la vittoria nel I conflitto mondiale, la città fu occupata da truppe interalleate sotto comando italiano(novembre 1918), mentre la popolazione manifestava la propria volontà di annessione all’Italia. Alla conferenza di Parigi gli Alleati, richiamandosi al patto di Londra che assegnava Fiume alla Croazia, si opposero a tale soluzione e proposero la creazione di una “città libera”. Da ciò il ritiro di Orlando e Sonnino dalla conferenza (aprile 1919), la deliberazione del Consiglio nazionale della città di unirsi senz’altro all’Italia, incidenti tra le truppe di occupazione, e il ritiro delle forze italiane deciso da Nitti.

In tale situazione confusa, G. D’Annunzio, con un corpo di volontari, occupò la città (12 settembre 1919) istituendovi la reggenza del Carnaro. Quando col Trattato di Rapallo (12 novembre 1920) fu costituito lo stato indipendente di Fiume, D’Annunzio si trovò a mal partito e dopo una breve e simbolica resistenza (il cosiddetto Natale di sangue) lasciò il campo alle truppe del generale Caviglia inviate da Giolitti a far rispettare il trattato (29 dicembre 1920).

Ne seguì un periodo di ulteriori trattative diplomatiche e di lotte intestine (nel 1923 Mussolini inviò a Fiume il generale G. Giardino realizzando un’annessione di fatto) fino all’accordo italo-iugoslavo del 27 gennaio 1924.

13 E’ sinistro destino…vendicare: sembra preannunci il suo impegno nell’occupazione della città di Fiume. Dal tono di queste parole, sembra che D’Annunzio celi una profonda insoddisfazione per la situazione italiana di quel periodo.

14 Patiremo ancora. Lotteremo ancora. Vinceremo ancora.: anche questi futuri potrebbero preannunciare il suo impegno nella missione di Fiume. E’, però, incredibile la somiglianza con gli imperativi “credere, obbedire, combattere” coniati

durante il periodo fascista ed utilizzati come vero e proprio motto del movimento.

15 Flocco: ciascuna delle vele di taglio situate tra l’albero verticale prodiero e il bompresso.

16 Randa: vela di taglio, a forma di trapezio, presente nelle navi (detta anche aurica).

17 Enrico Dandolo: (Venezia 1107 ca. – Costantinopoli 1205), ammiraglio e doge di Venezia (1192 –1205); con la sua politica lungimirante, culminata nel controllo della quarta crociata, rese Venezia la più grande potenza commerciale della cristianità. Membro di una delle famiglie più illustri di Venezia, nel 1173 fu inviato ambasciatore alla corte di Bisanzio, presso l’imperatore Manuele I Comneno e nel 1174 divenne ambasciatore presso il re di Sicilia. Eletto doge nel 1192, con la promissione ducale si impegnò ad osservare i limiti dell’autorità dogale; anziano e colpito da cecità, si dimostrò comunque un abile uomo politico. Intraprese una guerra di due anni con Pisa, con cui assicurò a Venezia la libertà di navigazione nell’Adriatico, minacciata dal blocco pisano del Canale di Otranto; nel 1202 cedette le navi veneziane per il trasporto dei partecipanti alla quarta crociata, e in cambio del nolo, dal momento che i crociati non erano in grado di pagare anticipatamente, li persuase ad attaccare Zara, una città sulla costa dalmata, sotto il dominio del re d’Ungheria, che si era già più volte scontrata con Venezia. Dopo aver saccheggiato la città, Dandolo fu scomunicato dal papa per aver fatto combattere cristiani contro cristiani. Questo non impedì però al doge di portare avanti i propri progetti espansionistici: sotto il suo comando la flotta armata partì con i crociati per il Bosforo e cinse d’assedio Costantinopoli, che cadde nel 1203. I quattro cavalli di bronzo che si trovano attualmente nella Basilica di San Marco a Venezia facevano parte del bottino. Dandolo rinunciò al titolo di imperatore, e, “signore di una quarta parte e mezzo dell’impero romano”, assicurò a Venezia il controllo economico dell’impero latino, costituito sulle rovine di quello bizantino.

18 Angelo Emo: ( Malta 1731 – 1792), ammiraglio, ultimo “capitano generale da mar” della Repubblica, che si distinse nella lotta contro i barbareschi; tra il 1784 e il 1786 bombardò più volte la costa tunisina e costrinse infine il bey di Algeri a sottoscrivere un trattato.

19 Luigi Rizzo: Ammiraglio italiano (Milazzo 1887 –1951). Ufficiale di complemento della Marina Regia, partecipò alla prima guerra mondiale a capo di una squadriglia di MAS. Per avere affondato il 10 dicembre 1917 nel porto di Trieste la Wien e il 10 giugno 1918 a Premuda la Santo Stefano, si guadagnò l’appellativo di “l’affondatore” e fu insignito di due medaglie d’oro.

Altre quattro medaglie d’argento le aveva ottenute per alcune brillanti azioni navali e in seguito alla sua partecipazione con C. Ciano e G. D’Annunzio alla cosiddetta “Beffa di Buccari” (10 – 11 febbraio 1918). Dispensato dal servizio attivo nel 1920 e nominato conte di Grado nel 1932, fu dal 1943 presidente del Lloyd Triestino. Beffa di Buccari: nome dato all’incursione effettuata nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 1918 nella baia di Buccari da tre MAS comandati da C. Ciano, per silurare navi austriache. All’azione partecipò anche D’Annunzio che lanciò, in bottiglie tricolori, un messaggio di scherno, da cui la denominazione “Beffa di Buccari”.

20 Nazario Sauro: patriota (Capodistria 1880 – Pola 1916). Lasciata la marina mercantile austriaca, venne in Italia (1914) e caldeggiò l’intervento contro gli imperi Centrali. Scoppiate le ostilità, si arruolò volontario nella marina italiana, compiendo pericolose operazioni in zona nemica.

Durante una missione nel Carnaro il suo sommergibile si incagliò. Venne catturato dagli Austriaci, riconosciuto in un confronto con la madre e condannato al capestro per diserzione, quale suddito austriaco.

21 4 settembre 1919: questa data precede di 8 giorni l’impresa di Fiume (12 settembre 1919).

22 Capitano degli Arditi, capo delle organizzazioni irredentiste dell’Istria e della Dalmazia

23 Salinari - Ricci, Storia della letteratura italiana III/2, Laterza, Bari

24 C. Salinari, Miti e coscienza del decadentismo italiano, Milano, Feltrinelli, 1960