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20/05/2007

Il pensiero in ambito di politica giudiziaria che il magistrato Paolo Borsellino esterna in particolare tra la fine degli anni ’80 ed i primi anni ’90, contiene indicazioni illuminanti per la stessa politica odierna.

Alla base di questo pensiero vi è una ricostruzione che muove dal riconoscimento di una lotta ideale tra ciò che è la verità e ciò che è il comodo, l’utile. Il pensiero e l’azione di Borsellino pare guidato da una precisa scelta di campo, quello della verità, contro il grande nemico dell’utilità. Le implicite denunce che tale ricostruzione storico-ideale contiene contro il sistema politico e soprattutto culturale odierno, sono evidenti e violente.

 

“… rivoluzione culturale che è in atto. Oggi di mafia si parla e si discute. Le giovani generazioni la rifiutano. Gli imprenditori si ribellano. Il ruolo dei partiti, così come oggi è, è messo in discussione (altrimenti le leghe arriveranno anche qui).

Non sono invece segnali culturalmente apprezzabili quelli tendenti a sfruttare accertamenti e iniziative giudiziarie in funzione politica. C’è il grave sospetto che si tratti di lotte interne dei partiti. Così procedendo (enfatizzazione delle notizie, scoop etc.) non si combatte la mafia ma la si agevola per colpire gli avversari. [Corsivo del recensore].”

Ma Borsellino non rileva la semplice deviazione politica, ma anche quella di altri settori della società, ed è per questo che la denuncia è rivolta in modo più profondo all’intero sistema culturale.

Egli ci parla delle responsabilità che debbono avere i “creatori di opinione”, ma anche gli stessi organi giudiziari ed investigativi:

“Non è possibile lavorare senza sapere o tener conto di cosa fa altro magistrato a 20 chilometri di distanza o talvolta della porta accanto, che poi debba leggere dai giornali l’esistenza di verbali, la cui segretezza è essenziale anche per evitare che la doverosa attività investigativa divenga mezzo di squallide lotte politiche.

[…]

Non è possibile consentire attività di investigazione che sembrano dettate da voglia spietata di concorrenza con altri investigatori e dalla ricerca esasperata del ‘tutto e subito’.”

Tutte queste deviazioni, sono il frutto di una cultura individualista dove l’individuo è visto però come un attore in lotta contro altri attori, e dove il fine è emergere rispetto all’altro. Alla base di tali approcci vi è il disconoscimento del valore della verità come primus, fine, processo che non ammette strumentalizzazioni, pena altrimenti la sua perdita.

Il problema è dunque, prima che investigativo, giudiziario e politico, culturale; e non riguarda allora il solo operatore di giustizia o il politico, ma ogni cittadino, ogni uomo. Nell’attività di chi come Chinnici, Falcone e Borsellino – in loro più che in altri siamo obbligati a riconoscerlo visto il prezzo pagato per la propria azione – il compito era perseguire la giustizia, ideale precipuamente connesso alla verità, e dunque l’esempio concreto e morale è pedagogia sociale, modello educativo per ogni individuo che abbia come fine quello di divenire uomo.

Ed in tempi in cui tutto ciò che è Stato, si cerca di farlo passare come un nemico della cittadinanza, quando invece è solo nemico di quei poteri che ad esso si vogliono sostituire, per meglio perseguire i propri interessi oligarchici, non si può trascurare il contesto che Borsellino denuncia in ambito giudiziario, ma non solo.

Il magistrato di Palermo, in modo responsabile per chi aveva profondo rispetto delle istituzioni, ma comunque deciso, ammonì, sempre con spirito di collaborazione piuttosto che di ostruzionismo, con suggerimenti risolutivi, da quelle decisioni di politica giudiziaria che finivano con far fare passi indietro allo Stato e che dunque aprivano le porte al fenomeno mafia. Borsellino, infatti, così definiva la mafia: “Istituzione che tende all’esercizio della sovranità”. Dunque, un fenomeno che subentra nel momento in cui lo Stato è assente, ed assente è sia colui che omette di fare, sia colui che fa in modo sbagliato. In entrambi i casi, infatti, si pretende la sua sostituzione.

Egli, in seguito alla riforma del nuovo Codice di Procedura Penale, che sobbarcava il Pubblico Ministero di un’infinità di nuovi compiti, ma non di nuovi poteri, pose subito sul piatto il problema che si poneva: la scarsità di mezzi, uomini ed incentivi per un efficace azione giudiziaria.

E sottolineava:

“E le ricorrenti tentazioni del potere politico, quali ne siano le motivazioni, di mortificare obiettivamente i magistrati del PM, prefigurandone il distacco dall’ordine giudiziario, anche attraverso il primo passo della definitiva separazione delle carriere, non incoraggiano certo i ‘giudici’, che tali tutti sentono di essere, ad indirizzare verso gli uffici di Procura le loro aspirazioni.”


Leone Zingales, "Paolo Borsellino - una vita contra la mafia", Limina 2005

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