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Intervista
21/05/2007
Biografia
Pino Arlacchi è ordinario di Sociologia generale presso l’Università di Sassari ed è una delle massime autorità a livello mondiale sulla sicurezza umana. I suoi libri sono tradotti in molte lingue, è stato deputato e senatore in Italia e vice-segretario generale delle Nazioni Unite dal 1997 al 2002.
Abstract
Le mafie e il loro metodo, il confronto col terrorismo internazionale, l’ONU, l’Europa e l’Italia, il ruolo della cultura e dei mezzi di comunicazione di massa, il divario tra la società civile e la politica nella lotta al crimine organizzato, la situazione attuale nel Sud Italia.

Professor Arlacchi, aprendo il nostro dossier riteniamo che occorra, prima di tutto, definire il fenomeno. Cos’è, dunque, la mafia?

È una domanda da 50 milioni di dollari! La mafia è un potere criminale che si serve della violenza per accumulare ricchezza. È anche un potere territoriale, che estrae risorse da un determinato territorio abolendo drammaticamente i diritti umani. La mafia è un potere parallelo extra-legale nei cui confronti non valgono le garanzie costituzionali.

Sarebbe generico dire solo che si tratti di un potere violento, perché anche il potere politico può essere violento,  e così quello delle dittature che abolisce i diritti, e anche il potere di certe forme di sfruttamento capitalistico altrettanto disastrose come esito per i diritti. Ma il potere della mafia - delle mafie, perché stiamo parlando ormai di un fatto che non è solo italiano ma mondiale - segue più o meno uno stesso modello.

La mafia si garantisce l’impunità attraverso la protezione politica, intimidendo o eliminando gli oppositori, sia nello Stato che nella società. Nello Stato chiunque devia da un certo standard di tolleranza e di lassismo nei confronti delle indagini contro la mafia, viene individuato e colpito, e così, nella società civile, chiunque si batta con determinazione e con sincerità, perché rappresenta comunque un pericolo.

Questo è il modo con cui le mafie - più o meno in tutto il mondo - si comportano. Io ho cominciato a interessarmi a questi problemi nel 1977 e pensavo fossero dei problemi meridionali, italiani, ma poi, andando alle Nazioni Unite, mi sono accorto che avevo trattato un fenomeno che in realtà era mondiale. E gli elementi di tale fenomeno sono, in definitiva, tre: la protezione politica, la cancellazione dei diritti, l’uso della violenza ai fini dell’accumulazione.

Questi tre elementi rappresentano proprio il marchio del potere mafioso in tutto il mondo.

Nelle mafie dei paesi stranieri è forte così come da noi il controllo del territorio attraverso il racket o altri condizionamenti?

No, direi che questa è una caratteristica di un numero molto limitato di gruppi mafiosi ed è una caratteristica che va diminuendo. La cosca mafiosa con una sua forte visibilità, con un suo forte insediamento territoriale, oggi è molto spesso superata da un altro modello organizzativo.

Questo avviene non solo da noi, ma anche nei gruppi internazionali più noti. In Colombia, nei Balcani, in Russia abbiamo il modello dei networks, dei reticoli di potere, cioè un modo di organizzarsi molto flessibile che non tiene conto del territorio, non è territoriale. Tale modello è basato su una serie di canali di comunicazione e di scambio privilegiati - spesso segreti - che collegano diverse persone che fanno parte di diversi ambienti economici e sociali, uniti dallo scopo di infrangere la legge e accumulare la ricchezza.

Questo sistema si va diffondendo molto velocemente. Permette un vantaggio fondamentale rispetto al vecchio sistema della cosca e del territorio, dà maggiore forza, maggiore impunità nei confronti delle indagini della polizia, e ha anche una minore visibilità, riprovazione, genera un minore allarme sociale. Sono network, come dire, invisibili, che non comportano grandi investimenti di risorse.

Le cosche della camorra in cui ci sono gli stipendiati, c’è la gerarchia, in cui ci sono dei territori precisi, degli armamenti che si amministrano in comune, sono un modello esistente, ma rappresentano sempre più una retroguardia rispetto a quest’altro modello di cui vi sto parlando. Anche i gruppi più forti dal punto di vista della struttura come, per esempio, i gruppi colombiani, almeno da una decina di anni hanno cambiato formula organizzativa. Da almeno quindici anni non ci sono più i cartelli come quello di Medellin (che esiste solo sui giornali) perchè sono stati smantellati dalle indagini della polizia e della magistratura. Al loro posto ci sono cento, centocinquanta gruppi piccoli, che si strutturano molto per network, assai più difficili da vedere e da neutralizzare. E lo stesso sta accadendo nei Balcani, in Russia, nei punti emergenti della criminalità internazionale.

Come possono le istituzioni contrastare la criminalità organizzata e come hanno agito nella storia per reprimerla?

Il nostro paese ha giocato un ruolo fondamentale. È stato l’avanguardia nel corso degli anni ottanta e novanta dello sforzo antimafia. Siamo stati un paese che ha sofferto molto per la mafia e abbiamo costruito un apparato di leggi e di istituzioni antimafia che senza dubbio è il più avanzato al mondo.

Quello che, invece, è venuto meno in Italia è il sostegno forte del potere politico, che col passare degli anni si è affievolito invece di crescere, e questo indipendentemente dai governi. Inoltre è mancato un altrettanto forte sostegno dell’opinione pubblica, soprattutto dei principali massmedia che, tuttavia, in determinati momenti hanno sostenuto in pieno lo sforzo antimafia della società civile - a cavallo della morte di Falcone e di Borsellino - e poi sono ritornati alla loro tendenza di fondo, che è quella di sensazionalizzare, occuparsi della criminalità organizzata solo quando ci sono dei grandi fatti di cronaca e poi lasciar perdere nel quotidiano. Questo ha consentito alla mafia, a un certo punto, di capire questo meccanismo e di adattare la sua strategia. I mafiosi, insomma, hanno capito che se danno troppo nell’occhio, se ammazzano personalità eminenti, la reazione c’è, perché ne parlano i giornali, la televisione, nasce il caso, si crea una grande mobilitazione, e il governo è costretto o a creare dei nuovi strumenti o a usare gli strumenti che ha già, e che sono, in Italia, notevolissimi.

I mafiosi hanno capito questo, l’ hanno capito pochi mesi dopo le stragi dell’estate del 1992 e, infatti, è da allora che Cosa Nostra siciliana è, come dire, andata sott’acqua. Continua ad essere molto forte, forse più forte di prima, più capillare, più presente nella società, solo che non ha più commesso nessun omicidio eccellente in Sicilia, ha abbandonato la strategia di scontro frontale con lo Stato - il terrorismo mafioso è terminato - a favore di una strategia di affari, di presenza dentro la società, aumentando le estorsioni, il controllo delle attività illecite locali, i rapporti con il potere politico, con la corruzione, che è diventata molto più ampia e molto più trasversale di quanto fosse venti anni fa.

È in questo senso, dunque, che l’opinione pubblica se ne occupa poco, il governo non svolge alcun ruolo trainante nel contrasto e quindi gli apparati antimafia funzionano a regime ridotto.

Noi abbiamo apparati antimafia molto potenti, che se venissero davvero usati, avrebbero dato il colpo di grazia alla mafia già da molto tempo. Abbiamo creato la DIA - l’ ho creata io agli inizi degli anni novanta - proprio come una forza di polizia d’eccellenza per distruggere Cosa Nostra, abbiamo i corpi speciali delle forze di polizia, abbiamo una parte dei servizi di sicurezza, abbiamo una serie di altre istituzioni come quelle che combattono il riciclaggio, abbiamo leggi molto forti sul riciclaggio del denaro sporco, abbiamo una serie di strumenti che non avevamo vent’anni fa. Se questi strumenti venissero usati…

Quindi, per collegare l’istanza sociale e l’istanza istituzionale, questi strumenti vanno affiancati da un’operazione culturale di sensibilizzazione dell’opinione pubblica? Un’opera di analisi e approfondimento culturale ad ampio raggio che vada oltre il sensazionalismo d’occasione.

Certo. Qui siamo andati molto avanti. In questo campo abbiamo fatto passi da gigante rispetto a quando io ho iniziato ad occuparmi di questi argomenti trent’anni fa.

La società civile, in fondo il suo lavoro l’ ha fatto, nel senso che, in Italia, abbiamo una società civile molto forte e, nonostante tutto, molto attenta. Soprattutto nelle regioni di mafia il cambiamento è stato enorme. Lì non c’è più un senso comune mafioso come c’era trent’anni fa, quando era perfino difficile pronunciare la parola mafia, la gente aveva paura di pronunciarla. Siamo riusciti a battere il dominio della cultura mafiosa, che oggi è una cultura di retroguardia e di minoranza. Nessuno più difende la mafia come un sistema di vita o come un modo alternativo di governo. Nessuno osa più fare questo, neppure nella politica nel meridione. Dal punto di vista culturale non c’è più una cultura mafiosa in Italia.

Ora, però, il grande problema è che questa società civile ha degli elementi di debolezza cruciali. Nonostante la società sia molto forte, abbia delle punte di eccellenza dal punto di vista organizzativo, non riesce a tradurre questa forza in un cambiamento politico.

Abbiamo una serie di paradossi nel nostro paese, perché abbiamo manifestazioni antimafia con centinaia di migliaia di persone, e poi abbiamo un sistema politico più corrotto e più permeabile alle influenze mafiose di quanto non fosse trent’anni fa, e su questo non c’è dubbio.

Per esempio, quando io ho iniziato, se vi leggete La mafia imprenditrice [leggi la recensione nel Dossier sulla Mafia, ndr] che è la fotografia della situazione di trent’anni fa, voi trovate un inquinamento mafioso limitato ai partiti di governo. E, comunque, i partiti di governo e di opposizione, anche dell’estrema destra, trent’anni fa non erano inquinati come lo sono adesso.

Io faccio parte di una commissione che in Calabria stabilisce dei criteri per evitare che i fondi pubblici, soprattutto i fondi europei che stanno per arrivare, vadano di nuovo a finire nelle mani della mafia, e vedo una realtà che non era quella descritta nella mafia imprenditrice. Quasi la maggioranza dei consiglieri regionali della Calabria, venticinque o trenta, ha pendenze correnti con la giustizia, e si dividono egualmente tra maggioranza e opposizione. Questa è una situazione che se leggete La mafia imprenditrice non c’era. Il degrado trasversale non era così avanzato. È questo il paradosso: una cultura mafiosa che è sulla difensiva, in retroguardia, minoritaria, abbiamo una società molto più libera di quella che c’era trent’anni fa all’inizio del percorso dell’antimafia italiana, ma contemporaneamente non c’è una proiezione politica di questo fatto, non riusciamo a fare una legge per cui chi è condannato in primo grado per reati gravi, non può essere candidato. Una cosa banalissima, per la quale non occorrerebbe neppure una legge. Basterebbe anzi un semplice accordo tra i partiti per non candidare i delinquenti.

Non si riesce ad ottenere questa cosa, dunque questa società civile così forte, non riesce a farsi valere.

Qui ci sono dei difetti molto seri che dobbiamo cercare di mettere a fuoco e superare, altrimenti questa battaglia antimafia rischia di proseguire oltre il dovuto.

Io ho sempre pensato che la mafia si può sconfiggere. Ho scritto nel 1987, o anche prima credo, un libro che si chiama La palude e la città insieme a Nando dalla Chiesa il cui sottotitolo era Si può sconfiggere la mafia, senza punto interrogativo. Quando il libro fu pubblicato ci dissero tutti che eravamo pazzi, perché veramente nessuno pensava che si potesse fare. Oggi non credo che la gente si scandalizzi se si afferma in pubblico che si può sconfiggere la mafia perchè nel senso comune, la gente è arrivata già su questo punto, cioè che la mafia è un fenomeno di cui ci possiamo sbarazzare. Abbiamo, infatti, tutte le possibilità, culturali, politiche, economiche, tutte le risorse necessarie per sbarazzarcene.

Noi siamo in grado di dare una spallata alla mafia, però abbiamo degli strani punti deboli: uno, è questo blocco politico, il fatto che non si riesce a sfondare il muro dei partiti organizzati che continuano ad avere una loro logica, che non è una logica antimafia; due, il problema della corruzione. I due problemi sono molto collegati.

In trent’anni cos’è cambiato? Il potere della mafia complessivamente è rimasto tale e quale e ha cambiato soltanto forma, non c’è più il terrorismo mafioso, ma c’è una forte presenza della mafia nella società e nell’economia, è cresciuta di molto la corruzione politica e quindi la mafia è diventata paradossalmente più forte soprattutto in tre regioni dell’Italia del Sud, che sono tre regioni tra le più grandi d’Italia: la Sicilia ha cinque milioni di abitanti, la Campania ne ha cinque milioni e mezzo, (dopo la Lombardia sono le due regioni più popolose del paese), la Calabria quasi due milioni.  Stiamo parlando di un totale di quasi tredici milioni di persone, cioè di un paese più grande del Belgio, più grande dell’Austria, di un paese delle dimensioni dell’Olanda, dunque più della metà degli stati dell’Unione Europea, ma la gravità di questo problema non è percepita. Viene percepita solo nei momenti eclatanti come, ad esempio, quello dei rifiuti a Napoli.

La spazzatura a Napoli è un problema creato dalla combinazione mortale di camorra e di corruzione politica, che ha cominciato ad avere questi effetti una quindicina di anni fa e ha proseguito imperterrito, scavalcando tutto, scavalcando le amministrazioni di destra e di sinistra, scavalcando governi regionali, finché ha portato la situazione al punto del disastro ecologico.

Ma tutto questo non si crea in un giorno, si crea in decenni di malgoverno. Perché non siamo riusciti a contrastarli adeguatamente, nel momento in cui parallelamente costruivamo strumenti antimafia, creavamo una mobilitazione, rompevamo il dominio della cultura mafiosa? Me lo sto chiedendo proprio in questi giorni: dove sta il punto debole fondamentale per cui ci troviamo in questa situazione schizofrenica? Per non parlare poi della Calabria, dove la situazione è ancora peggiore, la peggiore di tutte, anche perchè c’è il disastro ecologico dell’inquinamento costiero, creato dalla corruzione politica ai massimi livelli e dalla mafia, che sta distruggendo anche economicamente la regione.

Ora, dov’è che abbiamo sbagliato e dove sono i punti deboli? Ritengo che il guasto principale sia nella crisi del sistema politico, in questa mancanza di un collegamento tra società e politica, il fatto che la gente va alla campagna antimafia e poi vota per la gente sbagliata. Molto è da riferirsi a una adeguata incisività culturale, molto è collegato anche con il tipo di media che abbiamo. Non abbiamo costruito dei canali di comunicazione informativi diversi, alternativi, forti. Abbiamo tutti accettato un modello di comunicazione banale e di bassa lega, pensando che in fondo importava poco, invece dovevamo essere molto più attenti in questo, per evitare che gli italiani venissero rincretiniti dalla televisione trash, e da informazione molto scadente. Questo è un altro punto debole, abbiamo pensato che le nostre idee avrebbero camminato da sole, invece non è così.

Su questa strada sta cercando di fare qualcosa Roberto Morrione[1] con il progetto Libera Informazione[2]

Si, questo progetto mi sembra ottimo. Ed è lì che dobbiamo prestare molta attenzione. Bisogna prestare più attenzione a quell’argomento che a tante altre cose, perché bene o male un lavoro di mobilitazione, di diffusione di una certa cultura antimafia nelle scuole, nelle punte alte, in certe zone della società italiana lo abbiamo fatto. Ora quello che dobbiamo fare è usare meglio e di più gli strumenti della comunicazione più avanzata, altrimenti ci troveremo sempre più nel paradosso che ho detto prima.

Riguardo al Suo lavoro all’ONU, dopo l’11 settembre 2001 cosa è cambiato nel contrasto alla criminalità internazionale?

Il contrasto alla criminalità internazionale dopo l’11 settembre ha avuto un arretramento molto preoccupante, tanto più perchè questa era una delle priorità fondamentali prima del 2001. Con la firma della Convenzione di Palermo abbiamo ottenuto un punto di svolta fondamentale con la creazione di un’antimafia mondiale. Eravamo riusciti a creare un trattato internazionale, dunque vincolante, firmato da 125 paesi. Eravamo riusciti ad ottenere un risultato straordinario in un tempo molto breve rispetto ai tempi dei trattati che si aggirano sui decenni. Noi ci siamo riusciti nel giro di quindici anni, dal momento in cui avevamo pensato con Giovanni Falcone di concepire questo strumento.

Il 2001 ci ha fatto tornare molto indietro, perché ha spostato la priorità dalla lotta alla criminalità internazionale - che è un fenomeno di grandissima rilevanza - al problema del terrorismo. Il problema del terrorismo è un problema che è un ventesimo come importanza rispetto alla criminalità organizzata, se non ancora di meno di un ventesimo. Il fenomeno del terrorismo, se non ci fosse l’enorme amplificazione che gli viene data dai media, non avrebbe alcun effetto significativo, né politico, né di altra natura. Perché? Perché il terrorismo non è in grado di destabilizzare nulla, semmai rafforza le componenti peggiori dei sistemi politici ottenendo regolarmente l’opposto di quello che si propone; e poi perché, in termini di numero di vittime, in termini di danni, il terrorismo è un fenomeno pressoché irrilevante. I danni reali che fa il terrorismo, a parte il rumore enorme, il chiasso, sono minimi.

Il terrorismo determina però uno spostamento dell’attenzione. Viene considerato la minaccia principale alla stabilità e alla sicurezza internazionali in modo del tutto sbagliato. Il terrorismo non è assolutamente l’emergenza più grave, non è assolutamente la quarta guerra mondiale, non è assolutamente l’apocalisse che cercano di farci credere. Di fronte alla criminalità organizzata il terrorismo è una cosa molto piccola, i militanti terroristi si contano a poche migliaia, le vittime del terrorismo a poche centinaia all’anno, mentre quelle della criminalità organizzata sono decine di migliaia, quando non centinaia di migliaia, se ci includiamo buona parte delle guerre che si combattono in Africa o nei Balcani e che sono in buona parte guerre criminali. Quelle che la gente crede siano pulizie etniche o guerre feroci combattute in nome dell’indipendenza o della separazione, sono ormai quasi tutte (e questo lo dimostrano una enorme quantità di studi, che nessuno legge) guerre compiute da gruppi criminali organizzati, che progettano sovversioni e colpi di stato, o anche dei falsi movimenti di liberazione, il cui vero scopo è di monopolizzare risorse come, ad esempio, i diamanti in Angola o in Sierra Leone, o il legname, o le piantagioni di oppio, o altre risorse strategiche fondamentali. In Africa buona parte delle guerre civili sono su questo.

Questa guerre sono espressione di una criminalità organizzata, producono decine di migliaia di morti all’anno, quindi centinaia di  migliaia di morti in poco tempo, non sono paragonabili agli effetti degli attacchi terroristici, che tra l’altro vanno anche diminuendo. In questo senso, dico che abbiamo avuto quella punta dell’11 settembre, ma poi gli attentati terroristici rispetto a venti, venticinque anni fa, sono in continua diminuzione e producono una quantità di vittime molto piccola. Bastano due weekend su un’autostrada italiana per superare il numero di vittime del terrorismo internazionale di un anno.

Abbiamo i morti per malattia, per incidenti stradali che si contano a milioni - soltanto gli incidenti stradali nel mondo producono oltre un milione di vittime l’anno, soltanto la malaria uccide ogni giorno settemila bambini. Malattie curabili, che con un piccolo sforzo economico potrebbero essere debellate in tempi brevi.

Ebbene, questa distorsione delle priorità è l’elemento più grave che io ho visto accadere all’ONU dopo il 2001. L’Organizzazione ha avuto un momento di sbandamento. Adesso però c’è un assestamento, si sta tornando a concentrarsi sulle cose che veramente contano, e cioè sugli obbiettivi stabiliti nella Conferenza del Millennio, cioè il dimezzamento della povertà mondiale entro dieci anni, dare l’istruzione obbligatoria a tutti i bambini del mondo, e la criminalità organizzata che, come problema vero e avvertito, sta piano piano riguadagnando terreno.

Questo discorso che vi ho fatto sulle guerre è un discorso nuovo che stiamo portando avanti a livello internazionale. A noi italiani ci riguarda moltissimo per via della questione balcanica, del Kosovo. Voi pensate che lì il problema sia quello dell’indipendenza dalla Serbia? Questo è quanto vedete tutti i giorni in televisione. Io sono stato nel Kosovo per diversi mesi. Lì ho costruito l’Agenzia anti-riciclaggio per conto dell’Unione Europea (agenzia mai realizzata naturalmente. Io ho fatto il piano, ma poi…è ancora lì). Ma chiunque conosca il Kosovo, sa perfettamente che il vero tema non è l’indipendenza dalla Serbia. Il vero problema è che il Kosovo è nelle mani di un gruppo di delinquenti, che sono i dirigenti del KLA [Kosovo Liberation Army, ndr], che occupano tutte le più alte cariche regionali (non è uno Stato ancora) alcuni dei quali sono stati incriminati ufficialmente dal Tribunale dell’Aja, e che vogliono l’indipendenza perché così ottengono l’immunità dalle persecuzioni penali, ottengono l’impunità dei crimini di cui si sono macchiati e soprattutto perpetuano il loro dominio su quel paese, su quella entità, per il futuro. Questo è il vero problema del Kosovo, cioè che è uno Stato mafioso retto da un gruppo di delinquenti tra i peggiori d’Europa. Insieme alla mafia albanese, la mafia kosovara è la mafia più potente che abbiamo oggi in Europa, è una delle più potenti nel mondo, non c’è dubbio che in Europa sono i primi, secondo tutte le graduatorie che vengono fatte a livello internazionale. Però ancora non si è riusciti a mettere nell’agenda dei negoziati sul Kosovo questo problema. Si discute se sia giusta l’indipendenza parziale, se ci deve essere un periodo di transizione, il tipo di garanzie che la comunità internazionale deve avere, il tipo di amministrazione, il tipo di rapporto con la Serbia, ma non si discute della cosa fondamentale, cioè della vera ragione dell’indipendenza del Kosovo, che chiunque va lì, la vede benissimo. Ci sono un sacco di documenti, di libri e di rapporti di polizia su questo argomento e i governi ne sono perfettamente consapevoli.

Cambiare un po’ la prospettiva e fare in modo che molte di queste crisi internazionali vengano viste in un modo diverso, e cioè come un grande problema di lotta alla criminalità organizzata, è un compito di rinnovamento fondamentale dell’ONU e delle organizzazioni internazionali per il quale ci dobbiamo battere. Altrimenti la mafia magari riusciremo a ridurla qui, ma ce la ritroviamo poi dal di fuori.

Stanno facendo qualcosa in tal senso l’Italia e l’Europa?

L’Europa sta costruendo degli strumenti. L’Europa può essere una forza positiva, una forza trainante se riesce a unificare il suo spazio giuridico, se riesce a creare degli organismi di polizia multilaterali, sovranazionali che si muovano con efficienza e rapidità. Ora, tali strutture, in embrione, già ci sono: esiste l’Europol, che è la polizia europea, esiste Eurojust, che è un abbozzo di magistratura inquirente europea, esiste il mandato di cattura europeo, esistono altri istituti giuridici che cominciano ad essere europei. Questa è una tendenza molto importante che noi dobbiamo incoraggiare. C’è poi il ruolo dell’Europa nel mondo, che potrebbe essere un ruolo di potenza tranquilla, di potenza che ha a cuore la sicurezza dei paesi che la circondano così come la sua stessa sicurezza.

L’Europa segue la strada dell’inclusione. Per quanto riguarda i propri confini. li ha allargati enormemente. Quando è possibile, occorre includere, e quando no, bisogna far crescere dall’interno le istituzioni democratiche e le istituzioni di lotta alla criminalità attraverso un meccanismo differente: farle germogliare, individuare all’interno di un paese, estraneo all’Europa, quelle forze, quelle istituzioni che possono combattere efficacemente la criminalità organizzata, garantendo la sicurezza e i diritti umani.

Le democrazie nel mondo sono aumentate enormemente in questi ultimi anni. Siamo passati nel giro di trent’anni, da non più di una ventina di paesi democratici, a oggi che sono ottanta. In termini di popolazione, adesso abbiamo più gente che vive sotto regimi democratici che sotto regimi autoritari, c’è una tendenza estremamente positiva della pace, dei diritti umani, a svilupparsi, e quindi anche della lotta contro la criminalità che rappresenta una porzione del discorso sui diritti umani.

Per questo le cose che facciamo qui sono importanti, perché possono diventare europee e universali. In fondo, con la Convenzione di Palermo, abbiamo fatto questo. Abbiamo trasformato un’esperienza, che era quella italiana della lotta alla mafia, in un fatto universale. Era un’esperienza che ci siamo accorti stavano facendo altri paesi come la Colombia, che è stato un paese che ha pagato molto, che ha avuto un percorso simile a quello italiano, naturalmente fatte le dovute proporzioni.

La Colombia è un paese povero e violento, molto più povero e più violento dell’Italia, quindi la lotta antimafia in Colombia ha una scala e una radicalità che non ha sicuramente da noi. Ma tanti altri paesi hanno condiviso con noi questo problema, siamo riusciti a universalizzare questa esperienza nel modo giusto. E questo è quello che l’Europa può fare, prima di tutto al suo interno anche presentandosi come una potenza pacifica, civile, che sostiene lo sviluppo dei diritti umani. L’Europa è passata attraverso la mentalità imperiale della guerra e della conquista militare. L’Europa è stato il continente più violento e più espansionista della storia del mondo. Dopo cinquecento anni di guerre e di ammazzamenti, soprattutto dopo le ultime due guerre mondiali, con oltre cento milioni di morti, l’Europa ad un certo punto si è immunizzata.

A noi l’idea della guerra, l’idea della conquista ci fa ormai ribrezzo, perché scatta immediatamente una memoria storica attiva. Gli altri continenti ci rimproverano questo: nessun continente ha avuto l’efferatezza dell’Europa, ci siamo ammazzati per 500 anni e abbiamo smesso solo da sessanta.

Professore Arlacchi, può esprimere un giudizio sull’operato dei due ultimi governi italiani nel contrasto alla criminalità organizzata?

Il governo della Casa delle Libertà non ha fatto praticamente nulla e ha lasciato sostanzialmente inalterata la situazione della lotta antimafia. Il governo dell’Ulivo attuale non mi pare che stia brillando per iniziative antimafia. C’è una tendenza generale negli ultimi anni a pensare che in definitiva la mafia del terrorismo mafioso è stata sconfitta e quindi, diciamo così, siamo tornati alla normalità. Come dire, tiriamo a campare e continuiamo. Questo è molto grave perché, come ho detto all’inizio, ha aiutato Cosa Nostra a cambiare strategia e a espandersi, a occupare ancora più spazi di quelli del passato in campo economico e non solo. Questo provoca dei danni molto gravi. Se noi guardiamo i tassi di sviluppo regionali della Calabria, della Sicilia e della Campania, sono tra i più bassi del paese, perché è ovvio che una compressione dei diritti umani e civili provoca una restrizione della libertà economica, provoca una fuga dei capitali e una riduzione degli investimenti. Queste regioni sono in una situazione disastrosa dal punto di vista economico con tassi di disoccupazione, di degrado economico e ambientale che hanno una diretta connessione con la mafia, con la criminalità organizzata. I governi, sia quelli locali sia quelli nazionali, o hanno lasciato correre o non se ne sono mai veramente occupati, eccetto di fronte all’emergenza.

Quando si arriva all’emergenza allora si pensa di ricorrere a misure straordinarie, oppure quando ci sono una serie di omicidi, una serie di uccisioni, di fatti di sangue violenti, si strilla un po’ sull’emergenza per qualche giorno e poi ci si dimentica completamente. Quello che conta, come dicevo prima, sono i media. I media strillano quando ci sono dei fatti e con la stessa rapidità con cui vengono sollevati i problemi, vengono poi abbandonati e questo rende tutto molto difficile. Perché? Perché c’è un circuito integrato tra la politica, le forze dell’ordine, l’attività del sistema di giustizia penale, e i media. Sono forze che interagiscono tra di loro in modo molto intenso.

Quando i media sollevano un problema, la politica deve fare qualche cosa, il governo, lo Stato deve fare qualche cosa, le forze dell’ordine dipendono dallo Stato, dipendono da quello che il governo decide che loro facciano. Si attiva, così, un determinato circuito di allarme sociale e di intervento conseguente, e quando questo meccanismo finisce di essere alimentato in un punto, finisce tutto. Questa purtroppo continua ad essere la situazione del nostro paese, e questo ritengo essere uno degli ostacoli maggiori alla nostra azione futura.



1 Ex direttore di Rainews24.

2 Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie.

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