Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Intervista
30/10/2007
Biografia
Autore di importanti saggi sui problemi sociali e della comunicazione, ha diretto le principali testate giornalistiche della Rai, dove ha lavorato fin dal 1962." Roberto Morrione (Roma, 1941) è presidente della fondazione “Libera Informazione”, l’Osservatorio sull’informazione per la legalità e contro le mafie ( www.liberainformazione.org).
Abstract
o stato dell’informazione oggi in Italia e in Europa; l’informazione antimafia; i compiti e le possibilità dell’informazione d’inchiesta e di approfondimento culturale nella lotta alle mafie; gli obiettivi dell’Osservatorio sull’informazione per la legalità e contro le mafie.

Direttore Morrione, come giudica, sul piano qualitativo, il sistema informativo italiano nel tempo attuale? Mi riferisco anche alla libertà e autonomia del servizio.

Non possiamo dire che l’Italia sia al livello dei paesi europei più evoluti. Dobbiamo, inoltre, valutare che le tirature dei giornali sono ferme a circa sei milioni di copie oramai da decenni. E non salgono.

Forse anche il fenomeno della “freepress”, che comincia a diffondersi, potrebbe avere una valenza di rilancio, ma a scadenza molto lontana. In realtà la “freepress” oggi, distribuita gratuitamente, va a colmare un certo vuoto e probabilmente sta creando un target di natura diversa.

Al di là delle tirature, l’informazione nel nostro paese ha delle punte avanzate - giornali di eccellenza, molto diffusi e con lunga tradizione - ma mediamente l’informazione è abbastanza ingessata e in particolare ha una scarsa autonomia.

L’autonomia editoriale dipende da una serie di fattori che la condizionano, sul terreno della pubblicità, delle tematiche di interessi, oppure su quello del collateralismo che spesso gli editori hanno rispetto a potentati economici.

Tali potentati non hanno la diffusione editoriale tra i loro scopi, ma perseguono obiettivi di tipo industriale, di mercato, di profitto o di consenso.

Questo vale in particolare per i rapporti con i poteri forti, di tutti i tipi. In particolare con il potere politico, ma anche con il potere economico (certamente molto forte), in parte anche con il potere sindacale, (anche se in forte declino negli ultimi anni), e poi addirittura con forme di potere occulto, che esistono ed influenzano (pensiamo a quante volte, ad esempio, logge massoniche deviate sono apparse in inchieste giudiziarie) e, di fatto, l’obiettivo della comunicazione è sempre stato un elemento centrale di questi interessi.

Quindi lo stato dell’informazione in generale, al di là di punte e di eccezioni positive (che esistono, ma che hanno anche loro luci ed ombre), non è positivo.

Uscire da questa situazione è molto complesso, è un problema di cultura profonda, non è solo un problema di interessi editoriali o di interessi politici o economici di varia natura, o di rapporto con il mercato pubblicitario (che è diventato centrale e che è a sua volta dominato da quegli interessi industriali ed economici che condizionano la stampa).

All’interno di tutto questo, chi ne risente di più è la libertà di stampa, sancita dall’Articolo 21 della Costituzione, ma che di fatto spesso viene limitata o addirittura negata. Ne risentono i giornalisti, soprattutto quelli che vorrebbero mantenere la schiena diritta, ma che in realtà sono poi costretti nel gioco del loro editore. Dato che l’editore emana la direzione e questa dà la linea di un giornale, sia televisivo, radiofonico o di carta stampata.

L’organizzazione giornalistica del lavoro è verticale, quindi basta mettere alla testa di un’impresa editoriale, di una testata, di un settimanale, di qualunque mezzo di informazione, un direttore come emanazione diretta di uno dei poteri che condizionano il potere editoriale, per essere certi che avremo dei condizionamenti, una “informazione dimezzata”, definizione questa, di Giampaolo Pansa che la coniò trent’anni fa, ma che purtroppo rimane ancora valida.

Direttore, potrebbe offrire un quadro specifico a proposito del sistema dell’informazione impegnato nel contrasto al fenomeno della criminalità organizzata?

L’informazione antimafia subisce in buona parte i condizionamenti generali che pesano sull’informazione, in particolare perché le mafie sono un vero e proprio impero, non solo del crimine, ma un impero economico che sempre più nel corso degli anni è andato a omogeneizzarsi con l’economia legale,. E da ciò deriva la difficoltà odierna di dividere l’economia illegale, frutto di crimini e di proventi mafiosi, dall’economia e dalla finanza legali.

C’è addirittura chi parla di quasi un terzo dell’economia e della finanza italiane direttamente o indirettamente rapportato con interessi criminali. E’ una visione molto pessimistica, ma viene anche da parte di magistrati di grande valore.

La mafia è un “sistema”. Un sistema di potere, non solo sui territori dove è presente in maniera massiccia - parlo di quattro regioni italiane, Sicilia, Calabria, Campania e Puglia - ma oramai non c’è più regione italiana dove non siano presenti interessi criminali insediati, dal Centro al Nord, fino alla Valle d’Aosta, dove c’è un forte insediamento della ’ndrangheta, la mafia calabrese, fino al Friuli Venezia Giulia, che pure dovrebbe essere completamente immune, anche per antiche tradizioni storiche di tipo austro-ungarico, ma che invece è fortemente contaminato.

Allora è chiaro che l’informazione subisce delle forme di condizionamento da questo enorme potere, che può andare dal rimanere passivi fino a forme di collateralismo, in particolare nell’informazione locale di quelle regioni a forte occupazione mafiosa, al favorire interessi mafiosi.

Purtroppo nel Meridione ci sono emittenti locali che sono in mano a interessi mafiosi e questo è un fatto completamente nuovo. Le mafie hanno avuto una vera e propria metamorfosi, diventando un sistema economico a tutti gli effetti, con enormi flussi di denaro che viene regolarmente riciclato per essere reinvestito in attività formalmente legali.

Di fronte a questo, l’informazione non ha avuto quel ruolo che avrebbe dovuto avere in un paese democratico. Ci sono stati vuoti molto forti, sottovalutazioni. Soprattutto, non si è colta la metamorfosi, che significa grandi complicità, a livello della politica, delle amministrazioni pubbliche e anche di legislazione.

Ci sono leggi sui tempi di prescrizione, sulle estradizioni che hanno favorito in larga parte anche le mafie.

Però queste leggi non sono state abolite, negli ultimi anni, cosa che non richiederebbe se non una grande battaglia politica.

Dunque ci sono complicità e ritardi. Ci sono passività, ci sono vuoti molto forti e in questo l’informazione ha una sua responsabilità, perché accende le luci esclusivamente quando ci sono ondate criminali, quando ci sono delitti, stragi. Poi le spegne e, quando le luci sono spente, le mafie lavorano meglio, perché lavorano sott’acqua, senza quella pubblicità che comunque continuano a temere.

Contemporaneamente, le mafie hanno capito che la comunicazione è uno strumento fondamentale del potere, in un’epoca in cui tutto è comunicazione. Quindi, lentamente, non solo hanno continuato a condizionare la libera informazione ma, quando possono, si impadroniscono di emittenti locali.

Ci sono casi di televisioni locali in mano a boss mafiosi. C’è un’intercettazione, che è agli atti giudiziari, (ne ha parlato Roberto Saviano, l’autore di quel libro documentatissimo e straordinario che è Gomorra), in cui uno dei boss mafiosi diceva all’altro: “Evitiamo che ci sia la luce della televisione accesa su quel fatto, perché quando si accende la luce dell’informazione, c’è qualche magistrato che viene a mettere il naso nei nostri affari”.

Le mafie hanno una percezione estremamente lucida di ciò che può significare una buona informazione e quindi la loro rete di condizionamenti non arriva solo alle complicità politiche e amministrative, che sono fortissime, ma si estende anche alla comunicazione, a far leva su quei condizionamenti dell’informazione di cui parlavamo.

Quali sono i compiti e le possibilità dell’informazione giornalistica e di quella di approfondimento a carattere didattico, come, ad esempio la nostra di Sintesi Dialettica?

Le possibilità sono enormi. Anzi, i doveri della buona informazione sono enormi. Io mi sto preparando a coordinare un dibattito sulla pubblicazione, da parte di un editore napoletano, degli articoli scritti da Giancarlo Siani, giovane cronista del “Mattino” di Napoli, che ha lavorato per molti anni da precario, facendo un lavoro di cronista straordinario.

Da questi articoli, scritti fino all’85, (dall’80 all’85, quando Giancarlo Siani fu assassinato sotto casa sua, il 23 settembre, aveva 26 anni), praticamente sembra che la situazione non sia cambiata.

Se Giancarlo Siani avesse scritto quegli articoli in queste settimane, avrebbe colto nel segno: le zone di cui si occupava erano Torre Annunziata, Castellammare di Stabia e Napoli. Da allora la situazione, non solo in quelle zone, ma anche in altre zone delle province di Napoli e Caserta, è peggiorata: c’è la droga, il racket, la disoccupazione e non ci sono investimenti, perché l’economia camorrista strangola l’economia normale, si sostituisce e si mescola ad essa, bloccando lo sviluppo.

Ciò significa che la “questione meridionale”, che è una questione storica del nostro paese, è ancora assolutamente paralizzata. Non c’è futuro per i giovani, se non quello di mettersi al servizio della camorra.

La situazione è la medesima: Siani denunciava le complicità dell’amministrazione del Comune di Torre Annunziata; oggi queste complicità le vediamo moltiplicate, da parte delle amministrazioni pubbliche, di esponenti locali dei partiti, dell’imprenditoria locale, di strati di borghesia che possiamo definire “paramafiosa”, che di fatto fornisce strumenti professionali alle mafie.

Certo, c’è anche chi lotta per la legalità, contro tutto questo, qualcosa c’era anche in quegli anni. Ci sono magistrati, forze dell’ordine in prima linea, funzionari dello Stato onesti e impegnatissimi. C’è Libera, che si muove per la gestione delle terre confiscate ai mafiosi, attraverso cooperative di giovani, quindi fondendo la legalità e il lavoro, che sono due terreni assolutamente importanti per il futuro soprattutto delle giovani generazioni, non solo nel Meridione. Ma la situazione è rimasta la stessa o addirittura è peggiorata.

La stessa strage di Duisburg, avvenuta a Ferragosto 2007 [ad opera della ’ndrangheta, ndr]e che ha portato un colpo durissimo all’immagine dell’Italia su scala europea e internazionale, è stata trattata dall’informazione come un cliché di interpretazioni antiche. Per cui si sono andate a fare analisi quasi antropologiche delle donne di San Luca, della faida di questo paesino calabrese, mentre in realtà la strage di Duisburg è avvenuta per il dominio dei grandi traffici di cocaina e di armi, in cui la ’ndrangheta è addirittura leader mondiale, alla testa anche dei traffici dei cartelli colombiani. C’è un immigrato di origine calabrese, Mancuso, che comanda alcune formazioni armate in quelle zone e che è il maggiore protagonista dei traffici di cocaina nel mondo.

Questo è il livello del problema, parliamo di somme incredibili, che poi vengono reinvestite in un’economia legale. Ci sono ritardi legislativi e la mancanza, spesso, di leggi studiate. C’è la complicità del sistema bancario e finanziario che, sicuramente, non fa tutto ciò che dovrebbe [a tal proposito, vedi l’intervista al presidente della commissione parlamentare antimafia Francesco Forgiane, nel dossier sulla mafia, ndr]. E c’è, in questo, un ruolo e una responsabilità dell’informazione, che dovrebbe tenere le luci accese, anche quando non ci sono i morti ammazzati per la strada. Un’informazione che dovrebbe fare analisi di qualità e di approfondimento ben superiori a quelle che in realtà non fa, che dovrebbe avere un ruolo trainante in una società dove l’apparire oramai sostituisce l’essere.

Un fatto che non venga ripreso dalla televisione praticamente è come se non esistesse per l’opinione pubblica e purtroppo anche per il mondo politico. C’è voluto il monito del Presidente della Repubblica per denunciare questo, ma temo che non sia assolutamente sufficiente.

Un punto di domanda oggi è questo: se alle circostanze in cui è stato ucciso il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, a Palermo, e se alla scomparsa dei documenti che Borsellino aveva con sé fosse dedicato un decimo dello spazio che è stato dedicato dai mass-media al pigiama della Franzoni per il delitto di Cogne, certamente l’informazione avrebbe fatto molto meglio il proprio dovere in un paese democratico.

Ecco, questo mi sembra sia il vero punto.

Per quale ragione e con quali funzioni e utilità è nato l’Osservatorio? Qual è la sua funzione specifica nel sistema delle istituzioni preposte al contrasto alla criminalità organizzata?

“L’Osservatorio sull’informazione per la legalità e contro le mafie” è stato deciso da Libera, associazione presieduta da don Luigi Ciotti, perché c’è in questo un grande vuoto, perché non esiste una continuità di attenzione, non c’è una qualità di approfondimento. Inoltre, ci sono decine e decine di giovani, in particolare di volontari, di associazioni, che nei territori a occupazione mafiosa continuano una disperata opera di denuncia, di sollecitazione, di analisi. Ma lo fanno in maniera assolutamente semi-clandestina, senza avere una visibilità nazionale, senza risorse, senza una formazione professionale, isolati sul piano sociale, addirittura nelle proprie famiglie.

E’ quello che accadde, ad esempio, a Peppino Impastato, che dovette lottare anche contro il padre, a Cinisi , quando faceva le sue trasmissioni da RadioOut. O quello che è accaduto a Mauro Ristagno, per rimanere a due nomi di giornalisti che non erano regolarmente contrattualizzati né iscritti, ma erano a tutti gli effetti giornalisti, nella sostanza e sul campo, che dovettero lottare da soli fino ad essere uccisi.

Allora, al di là dell’ipotesi e della possibilità della morte, del sacrificio della vita, dare una mano, creare una sponda, una visibilità nazionale, un aiuto e anche elementi di formazione, di discussione, di scambio di idee per tutte queste esperienze locali, è il primo degli obiettivi dell’Osservatorio: attraverso una redazione multimediale, piccola ma molto motivata, che metterà in circuito video e materiali e pubblicherà tutto ciò che queste realtà produrranno nei loro territori. Dando loro una visibilità centrale e, insieme, stimolerà il sistema dei media esistente sul mercato, mettendo a disposizione di giornali e televisioni questi materiali, creando uno stimolo permanente, collegandosi con quei cronisti che continuano a fare il proprio mestiere, non sempre assecondati o coperti dalla propria direzione di testata.

Creare questo circuito virtuoso significa rimettere in movimento qualcosa che, speriamo, possa cambiare l’informazione sulle mafie.

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