Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

DOCUMENTI
RECENSIONI
INTERVISTE
ARCHIVIO
FORUM
Recensione
13/03/2009
Abstract
Nel volume «Perché laico», edito da Laterza, Stefano Rodotà osserva che la democrazia e la Costituzione sono gli ingredienti essenziali per una laicità che accetti il dialogo superando gli “storici steccati” tra cedenti e non credenti. Un’analisi lucida e senza remore, guidata non solo dalla fiducia nella “costituzionalizzazione della persona”, ma anche da un sincero amore verso l’umanità meno fortunata.

Siamo a Parigi, nell’aula anfiteatro della Sorbona, all’assemblea pubblica del Comitato nazionale di bioetica. Durante la presentazione del rapporto annuale, un convenuto interrompe inopinatamente i relatori sul palco, che stupefatti lo ascoltano pronunciare queste parole: “Monsieurs, qui vous a elu à rois?”, signori, chi vi ha eletto re? Nel loro candore che sconvolge la logica ordinaria, queste parole pongono alla nostra attenzione un interrogativo la cui risposta non può essere elusa. Chi decide delle nostre vite? Del nascere e del dare la vita, del morire con dignità, dell’essere con la persona che amiamo, della felicità e del dolore? É lo Stato-Leviatano a dover regolamentare i nostri giorni, o il cittadino nella sua singolarità irriducibile deve diventare un soggetto di diritti?

L’episodio del folle-saggio di Parigi è raccontato con partecipata emozione nell’ultimo libro di Stefano Rodotà, Perché laico. Nel volume, il giurista, già garante della privacy, presenta in quattro agili capitoli lo stato di salute della laicità democratica. Lo fa in modo immancabilmente onesto, senza risparmiare critiche a nessuno, neppure a chi si proclama laico o pretende di rappresentare le istanze della laicità in sede politica.

Prima di soffermarsi sui tanti casi singoli che l’esperienza quotidiana presenta (la seconda parte del libro è dedicata appunto alle “cronache di una laicità difficile”), Rodotà si addentra alla ricerca dell’origine storica e del senso dell’essere laico in Italia. Lo fa con l’attenzione del giurista, guardando alla storia istituzionale e politica prima ancora che a quella sociale. A partire dall’articolo 7 della costituzione con la sua “ambiguità irrisolta”, anche a causa di un antica deferenza verso la Chiesa cattolica dal parte del fronte laico. Troppo interessato, con Togliatti, a non compromettere le relazioni diplomatiche oltretevere; troppo proiettato, con Nenni, verso una politica pragmaticamente riformista che non considera una priorità l’anomalia concordataria. In questo Rodotà si conferma ideale epigono della cultura dell’azionismo che avrebbe preferito maggior rigore e rispetto nei confronti della laicità dello Stato.

Il riferimento storico non serve certo a riaprire l’antica diatriba tra cattolici e laici. Rodotà è convinto della necessità di andare oltre ogni contrapposizione ideologica, di superare lo steccato tra clericalismo e anticlericalismo. Da qui scaturisce la proposta della laicità “leggera” perché aperta al dialogo, ma non arrendevole e anzi fortemente portatrice di valori. Perché laicità deve essere sinonimo di democrazia, e qualsiasi volterriano “écrasez l’infame” non può avere senso all’interno di un sistema che promuove pluralismo e diritti. A patto però che i portatori di un credo siano disposti a entrare nell’agone pubblico non pretendendo un ruolo di supremazia o di giudizio, ma alla pari con le altre opinioni. Il messaggio è chiaro: i contenuti morali sono all’attenzione di tutti, e la laicità è un metodo, non una sequela di prescrizioni. Il pluralismo democratico incarnato dal metodo laico è tutt’altro che incline al relativismo morale. La lezione dell’illuminismo liberale risuona molto forte in queste affermazioni. Se poi Benedetto XVI parla di relativismo ma condanna il pluralismo, cioè l’essenza del convivere democratico, Rodotà gli dice forte che si tratta di una confusione concettuale.

Laicità in questo senso è il luogo del dialogo entro cui ciascuno deve poter esprimere la propria opinione senza prevaricare l’altro. Il riferimento alla “filosofia del dialogo” di Guido Calogero, filosofo e tra i fondatori del Partito d’Azione, è qui evidente. Lo strumento attraverso cui il dialogo si può realizzare è il quadro costituzionale, sia italiano che europeo. Contrariamente al senso di insofferenza montato dalla destra in Italia e da un ampio schieramento bipartisan in Europa (come nei casi simbolici rappresentati da Francia e Olanda), Rodotà ravvisa nella “cosituzionalizzazione” della persona lo strumento della tutela dei diritti individuali. Il consenso informato, il testamento biologico, la fecondazione assistita sono tutti tasselli di un progresso legislativo che significa anche crescita e maturazione dei diritti individuali. Che a sua volta indica la strada di una democrazia che Rodotà auspica sempre più partecipativa, in cui anche attraverso gli strumenti tecnologici (internet ad esempio) e la trasparenza delle istituzioni, il cittadino esce dalla stato di minorità. Per decidere della sua vita.

Se non fosse il libro di un giurista - e in effetti non è solo questo - si potrebbe dire che Perché laico è attraversato da un grande sentimento di umanità. Un’esigenza morale è alla base della volontà di tutelare attraverso lo strumento legislativo i momenti più fragili e indifesi dell’esistenza di ognuno. Un monito alla politica, certamente, ma anche un viatico per chi, in essa, vuole agire laicamente. Non è strano che Stefano Rodotà ricordi una frase di Pier Paolo Pasolini: i diritti civili – ammoniva - sono fondamentalmente i diritti degli altri. Il motivo per cui della laicità non possiamo proprio fare a meno.

S. Rodotà, Perché laico, Laterza, Roma-Bari 2009, pp. 194, €15.