Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Intervista
19/02/2009
Biografia
Gennaro Sasso è nato a Roma nel 1927. Filosofo. Professore ordinario dal 1962, ha insegnato Storia della filosofia e Filosofia teoretica nella Facoltà di Filosofia dell'Università "La Sapienza" di Roma. Direttore dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici di Napoli (fondato nel 1946 da Benedetto Croce), di "La Cultura. Rivista di filosofia letteratura e storia" (ripubblicata nel 1963 insieme a G. Calogero), è Socio nazionale dell'Accademia dei Lincei. Tra i suoi lavori: Essere e negazione, Morano, Napoli 1987; Tramonto di un mito. L'idea di progresso fra Otto e Novecento, Il Mulino, Bologna 1988; Per invigilare me stesso. I "Taccuini di lavoro" di Benedetto Croce, Il Mulino, Bologna 1989; Niccolò Machiavelli: I- Il pensiero politico, II- La storiografia, Il Mulino, Bologna 1992; Variazioni sulla storia di una rivista italiana: "La Cultura" (1882-1935), Il Mulino, Bologna 1992; Tempo, evento, divenire, Il Mulino, Bologna 1996.
Abstract
Il rapporto tra cristianesimo e filosofia moderna; Benedetto Croce e il cristianesimo; cristianesimo e filosofia dello Spirito; il rapporto tra il linguaggio mitico/religioso e la filosofia; il tema della fine della civiltà; Croce e l'illuminismo; logica astratta e logica concreta; trascendenza e immanenza; "non possiamo non dirci cristiani?"

Croce individuava una relazione tra il cristianesimo e le “rivoluzioni dei tempi moderni”. In quale senso, secondo il filosofo, non era possibile pensare il mondo moderno prescindendo dalla “rivoluzione cristiana”?

Il nesso tra la rivoluzione cristiana e la filosofia moderna non è reso esplicito nella riflessione di Croce almeno fino al momento in cui scrive il saggio. Questo nesso resta implicito nel senso che per lui il cristianesimo ha rappresentato qualcosa che in forme non religiose ha agito in quella che, in senso generico, si può chiamare la coscienza moderna.

Ora, per coscienza moderna si intende, nella riflessione di Croce e di altri che appartengono a quell'orizzonte culturale, quella coscienza che è giudice di se stessa, che non riconosce, nell'espletamento dei propri doveri o dei propri compiti, altra autorità che non derivi dal suo stesso interno che, quindi, disconosce l'autorità di una chiesa, di un partito o di uno Stato.

È questa la concezione schiettamente liberale alla quale hanno contribuito le forme storiche del cristianesimo, soprattutto nell'accezione protestante. Se c'è, soprattutto nel primo Croce, un'accentuazione di alcuni elementi del cristianesimo, questo cristianesimo che agisce in Croce è reinterpretato in senso protestante (in modo particolare, direi la tradizione calvinista). Per fare un esempio concreto e per non parlare in modo generico, quando Croce scrive il saggio sul marchese Galeazzo Caracciolo di Vico (una di quelle prose che stanno nel volume “Vite di avventure di fede e di passione”) - un personaggio della Napoli del primo Cinquecento che ad un certo punto lascia tutti i suoi beni, il suo casato, addirittura la sua famiglia, per seguire Calvino a Ginevra essendo stato persuaso delle ragioni del calvinismo - dai cenacoli calvinisti che si trovavano nella stessa città di Napoli - dà una fortissima accentuazione al calvinismo come elemento fondamentale della civiltà moderna. Ma questo, però, rispetto al tema della coscienza, non certo per tutto quello che è in Calvino ed in Lutero ed anche nella Chiesa cattolica. È questo motivo liberale che viene individuato - in modo storicamente direi anche arbitrario - all'interno del cristianesimo per valorizzarne questo aspetto. Questo è un tema piuttosto complesso perché quando arriva al nocciolo della questione Croce si chiede nel 1941 ma “mi posso dire cristiano?”, “ci possiamo noi dire cristiani?”, e risponde di sì. Ci sono una serie di ragioni che lo pongono a scrivere quel saggio ed a rispondere di sì a quella domanda. Il fatto stesso che arrivato ormai ad un'età ragguardevole, con tutta la sua opera filosofica ormai sostanzialmente già scritta, Croce si ponga questa domanda - mi posso dire cristiano?- è significativo del fatto che la sua riflessione filosofica si era svolta su una linea che era stata tangenziale in un certo senso alla linea cristiana ma non si era mai identificata con quest'ultima, era sempre rimasta una linea differente.

Allora, a quel punto, Croce dice possiamo, “non possiamo non”, dirci cristiani ma, allora, si capisce che questa interpretazione è un'interpretazione fortemente caratterizzata in senso filosofico, in modo tale che è la filosofia dell'idealismo, la filosofia crociana, che prevale, per così dire, sul cristianesimo e definisce il cristianesimo più di quanto il cristianesimo non definisca questa filosofia. Questo a me pare che sia il punto fondamentale.

Nello studio che ho scritto su questo saggio di Croce - scritto perché viviamo in tempi di grande confusione e perché quel saggio, talvolta, viene citato anche da gente che oggi se ne vorrebbe servire strumentalmente per contrabbandare merce politica molto avariata - ho sentito il bisogno di precisare alcune cose. Mi è sembrato che si dovessero dire queste cose, essenzialmente: primo, la concezione che Croce ha della realtà e della storia non ha assolutamente niente a che vedere con tutto quello che costituisce il corpus delle dottrine cristiane.

Il cristianesimo in tutte le sue forme suppone che la storia parta dalla creazione del mondo e debba finire quando poi il mondo sarà restituito, per così dire, all'azione salvifica del Cristo, ritornato per la seconda volta. Nella concezione crociana della storia questo non c'è, la concezione crociana della storia implica che le cose vadano dialetticamente avanti, con il bene che in un certo modo riesce sempre a vincere la sua battaglia con il male senza che ci sia mai un eskaton, una fine, in cui la storia si concluda, finisca. Questa è una differenza veramente fondamentale tra il progresso ad finem che è caratteristico di tutte le concezioni cristiane e la concezione della progressività infinita, diciamo così, che Croce tiene ferma alla radice della storia. Anche nei confronti di Hegel - che è pensatore per lui molto importante, che più di lui però è intrinseco alla concezione del cristianesimo - Croce ha insistito sempre sul punto che non c'è una conclusione della Storia, non c'è una conclusione della Filosofia. La famosa frase hegeliana “fin qui è giunto lo spirito del mondo” è stata sempre criticata da Croce il quale ha detto “il fine dello spirito del mondo è nello spirito del mondo così che lo spirito del mondo non ha fine”. Questo è importante, perché sembrano giochi semplicemente dialettici di parole, ma implica una disposizione nei confronti della storia completamente diversa rispetto a quella cristiana. Dopodichè c'è il problema della trascendenza e dell'immanenza. Quando Croce dice che le nostre più affinate filosofie chiamano Dio lo Spirito1, non è che dica una cosa da poco perché Spirito in quel caso significa l'Arte, la Politica, la Riflessione filosofica e tutta la mondanizzazione, per così dire, di questi valori che in ambito cristiano, non dico solo cattolico, non possono trovare luogo perché, naturalmente, si trovano fortemente eretici, blasfemi, inaccettabili.

Io, sostanzialmente, ritengo che Croce sia un pensatore che ha valutato l'importanza della rivoluzione che il Cristo, in modo particolare, ha introdotto nella Storia richiamando i valori della coscienza ma che pensatore cristiano non è, nel senso che quello che lui dice del cristianesimo è nient'altro che il suo modo di concepire le cose, che non è cristiano per le ragioni che ho detto prima, perché con il cristianesimo confligge su alcuni punti fondamentali: la non conclusività del percorso storico, la non trascendenza di Dio e così via dicendo.

Nel corso della sua vita Croce ha modificato la sua riflessione riguardo al tema del cristianesimo?

Croce ha attraversato tutta la prima metà del secolo ventesimo, e dunque un periodo che, di certo, non è stato tranquillo, perché è cominciato con la battaglia di Adua, la guerra di Libia, la Prima guerra mondiale, il fascismo, la Seconda guerra mondiale, la completa distruzione dell'Italia. Ecco, effettivamente, non è che abbia vissuto in un mondo tranquillo. Che il suo pensiero potesse rimanere sempre uguale a se stesso in tutti i tempi, era escluso.

Si colorava di volta in volta di tutte queste tonalità tragiche che la storia di Italia ha avuto. Il Croce, per esempio, del 1907 - cito questa data non a caso, perché è la data della famosa enciclica contro il modernismo (la Pascendi ) - non è naturalmente il Croce del 1941 che scrive il discorso “Perché non possiamo non dirci cristiani”. Quelli intorno al 1907 sono gli anni in cui gli idealisti, in modo particolare Gentile ma anche Croce, intervengono sulla questione del modernismo. In sostanza cosa dicono, ai modernisti, gli idealisti (spesso accusati per questo di incomprensione e di tacita alleanza con le gerarchie ecclesiastiche)? Dicono una cosa molto semplice: scusate ma voi volete modernizzare il cristianesimo? Ma questo non è possibile, perché per modernizzare il cristianesimo bisogna abbattere i principi fondamentali su cui il cristianesimo si regge (la trascendenza, il concetto di Dio, l'idea della Storia). Se voi volete effettivamente modernizzare, abbattendo, uscite dal cristianesimo e se voi volete rimanere dentro il cristianesimo modernizzandolo siete in equivoco. Il più coerente dei modernisti, il grande Loisy, grande storico delle religioni e del cristianesimo, ad un certo punto è uscito dal cristianesimo.

È uscito per un'altra via, cioè quella del non poter credere che quel testo fosse un testo divino e però, sostanzialmente, ha, come dire, “mondanizzato”, cioè ha fatto della sacra scrittura una scrittura umana, e quindi ha cessato di essere cristiano nel senso che il cristianesimo invece impone. Ora, questo è un atteggiamento che non è mai stato smentito da Croce tant'è vero che quando egli riprende il tema del cristianesimo, molto più tardi, che cosa fa in sostanza? Fa del cristianesimo semplicemente un momento o addirittura fa di esso un modo simbolico di definire la filosofia dello Spirito. In fondo quando Bonaiuti gli diceva “ma questo che cristianesimo è?” non è che avesse tutti i torti, malgrado l'enfasi con la quale Bonaiuti sosteneva le sue tesi. Diceva “questa è la tua filosofia, non è la mia filosofia cristiana, quindi è un equivoco” ed, in un certo senso, questo era vero.

Per quale motivo allora Croce scrisse il saggio?

Questo è un punto molto delicato. Qualcuno ha detto che lo ha scritto perché Croce prevedeva che il fascismo sarebbe caduto, che la guerra si sarebbe perduta, che sarebbero venute fuori altre forze e che, allora, bisognava assolutamente, in funzione anticomunista, trovare un'alleanza con i cattolici, come se ci fosse già la Democrazia cristiana ed il Partito comunista, questo nel 1941.

La verità è che Croce pensava ad altro: egli pensava, a mio modo di vedere, alla questione di come rendere efficace dal punto di vista del linguaggio mitico, di cui la politica si serve per persuadere, quel concetto della libertà che già nella Storia d'Europa, che era stata scritta dieci anni prima, Croce aveva cercato di definire attraverso la parola religione. Dove per religione che cosa si intendeva, dato che era “la religione della Libertà”? Si intendeva la sua concezione dello Spirito intensificata con una parola di più forte presa emotiva, perché quando si dice etica si dice qualche cosa di serio, austero, un po' freddo, mentre quando si dice religiosità si fa appello alle pulsioni dell'animo, all'esuberanza del sentimento. Ecco quindi già la religione della Libertà, in un certo senso, era un appello al mito che si deve fare protagonista nella Storia. Non bastando neanche questo per dare maggiore forza alla religione della Libertà, Croce disse “non possiamo non dirci cristiani”, cioè dobbiamo prendere su di noi il peso affascinante di questa grande rivoluzione, perché certamente il cristianesimo fu nell'antichità una rivoluzione che fracassò tutto. Questa a me pare che sia la ragione per la quale Croce scrisse il testo in questione, e nello studio che ho scritto2, ad un certo punto, mi riferisco a un passo del saggio che Croce scrisse sul “Beneficio di Cristo” - cioè di un testo riformato che girava nella prima metà del Cinquecento in Europa, un testo anonimo molto importante su cui molto è stato scritto. Ebbene, lì si vede che, proprio nel 1939, se non sbaglio, ovvero due anni prima del discorso sul cristianesimo, Croce dice: “abbiamo bisogno di dire attraverso le parole della religione convincimenti che sono convincimenti diversi, sono convincimenti che sono filosofici” e via dicendo. Questa è l'epoca del dio Wotan, il germanico, il Dio barbarico. Al Dio barbarico dei Germani contrapponiamo Cristo come una specie di Orfeo che ammansisce le anime e che le ingentilisce e che implica l'idea della bontà nel mondo. Tutto questo fa parte di un momento di forte emotività e qui c'è l'ultima considerazione che, per quanto concerne questo punto, mi pare importante. É difficile isolare questo saggio che se Croce non l'avesse scritto sarebbe stato meglio perché - quando si parla di cristianesimo - è subito facile l'equivoco. Io adesso non voglio dire, mi si permetta una battuta malvagia, che se Croce non avesse scritto il suo saggio non avremmo visto quel bruttissimo libro di Marcello Pera “Perché dobbiamo dirci cristiani”, perché quello è veramente l'uso politico della religione che era lontanissimo dall'ispirazione di Croce. Tuttavia un margine di equivoco ce l'ha quel saggio di Croce perché agitando e svolgendo concetti non cristiani, li definisce cristiani. C'è un grosso problema al fondo di questa scelta. Croce è stato considerato un filosofo ottimista. Ammettiamo che questo possa essere vero fino ad un certo punto, anche se non è vero mai, perché poi Croce non era un personaggio incline alla serenità dello spirito. Croce era un personaggio tormentato. La serenità dello spirito è stata una conquista molto voluta, molto combattuta, continuamente esposta al rischio di perdersi, quindi era un uomo per certi aspetti drammatico molto più di quanto non si creda e di quanto lui stesso tenesse a farsi considerare. Soprattutto nel quale c'è questa riflessione, negli anni della Seconda guerra mondiale, ma forse anche prima, che comincia a prendere consistenza: Dove va a finire l'Occidente? Per Occidente si intende la civiltà occidentale, cioè quella civiltà che è stata elaborata dai Greci, dai Romani, dal Rinascimento, da tutta quanta la nostra cultura. Dove va a finire? Perché effettivamente nella Germania e nell'altro grande problema che si delineava all'Est, il comunismo russo, questo nostro mondo finisce. Quando Croce scrive nel 1945 “La Fine della civiltà” quello è un testo che viene preparato da tutte queste riflessioni. Il cristianesimo poteva essere un elemento per la difesa, per il recupero, in termini emotivi non tanto in termini filosofici. La questione che quel saggio pone è quella, secondo me, della drammatica insufficienza della parola filosofica a costituire un argine contro le grandi crisi della civiltà, quelle da cui si è fatto travolgere completamente un mondo. Croce ha sentito questo in maniera molto forte. E credo che ci sia qualcosa da aggiungere a questo, perché se uno osserva la sua riflessione politica diciamo pure del primissimo dopoguerra oppure quando la guerra era ancora in corso ma non più, sostanzialmente, nella parte meridionale in cui lui viveva, perché il fronte si era spostato, e poi anche quando la guerra finisce nel 1945, c'è una pagina che mi ha sempre fatto molta impressione perché lui dice “sento che intorno a me si festeggia la fine della guerra” e dice “ ma io non capisco che cosa si festeggi”. Ed uno dice, ma come non capisci che cosa si festeggia? Allora se lui non capisce questo vuol dire che non crede che la guerra sia finita, cioè crede che effettivamente i problemi della civiltà occidentale, perché di questo evidentemente si parla, siano sempre lì sul tappeto, che si sia sempre minacciati, sul punto di decadere, cosicché bisogna raccogliersi nella riflessione morale, filosofica e storica e non, invece, andare a bere champagne per le strade, questo per dire. Ad una valutazione politica ormai vecchia, di un uomo stanco, di un uomo che non ha più feeling con il presente, che non capisce più le forze che si agitano e che si chiude, quindi, in se stesso - e che per questo verso effettivamente rappresenta un momento, come dire, poco propulsivo nella cultura di quegli anni, a parte l'esempio morale che dura finché dura, perché poi anche quello è stato demolito - si accompagna, invece, una percezione acuta dell'estrema difficoltà in cui ci si trovava e quindi il rifiuto di credere che le cose tornerebbero come erano prima. Il che dovrebbe indurre a capire meglio il senso di quell'espressione famosa che Croce adoperò a proposito del fascismo come parentesi - “il fascismo è stato una parentesi” - e si dice “ma allora che cosa crede Croce che si possa tornare allo status quo ante così?”. Proprio il contrario. Croce voleva dire un'altra cosa, perché quel discorso risponde ad un discorso di Churchill, in cui lo statista britannico, che parlava da capo di un governo, tra l'altro vincitore, diceva “in Italia c'è stato il fascismo, il fascismo è la storia d'Italia” e Croce diceva “ma come il fascismo è la storia d'Italia? Il fascismo è durato vent'anni, la storia d'Italia dura da duemila anni e quindi è chiaro che è una parentesi”. Questo non significava che lui volesse dire che non aveva avuto delle ragioni, che andavano ben più in fondo, di quello che era stato il fascismo. Queste ragioni sono appunto individuate chiaramente: è proprio la fine della civiltà il tema profondo di Croce. Dopodichè, rispetto a questo, il fascismo è una delle espressioni semmai di questa crisi della civiltà, non è certamente la cosa più importante, c'è un movimento molto più profondo che conduce l'Occidente verso questa prova, dalla quale Croce riteneva che potesse uscire sconfitto. Queste sono le ragioni che stanno dentro questo discorso che, certo, non può essere letto così come viene letto oggi, come dice Pera “bisogna stare con la Chiesa, con il Papa”, perché è proprio il contrario. Vorrei anche ricordare che, forse, le cose che sono scritte nella Storia d'Europa sulla Chiesa cattolica sono persino eccessive, perché sono veramente delle pagine di una violenza e di una crudezza incredibile, la Chiesa cattolica è considerata una specie di luogo del male e questo è.

Tra le rivoluzioni dell'età moderna indicate da Croce figura anche la rivoluzione illuministica della “ragione trionfante”. Croce ha sempre avuto una posizione critica nei confronti del pensiero del XVIII secolo (dal quale, ad esempio, toglie Vico facendone un romantico). Potrebbe esporre le linee di questa concezione?

La ragione per cui Croce sottovaluta l'illuminismo effettivamente non è poi una ragione, diciamo così, estrinseca rispetto al suo modo di concepire le cose. Quello che discute Croce è che si possa, per così dire, avere una concezione riformistica della Storia, che implichi sostanzialmente che la razionalità, la chiarezza delle idee, il senso del progresso partano da quel momento, laddove in precedenza non c'era che tenebra o, perlomeno, solo superstizione e via dicendo. É l'idea che Croce ha della Storia come elaboratrice, anche nei momenti di oscurità, comunque di valori che non possono essere perduti che lo induce ad essere critico del radicalismo dei riformatori settecenteschi. Il punto è questo. Non è antipatia per le riforme, è antipatia per lo spirito di un riformatore che veda se stesso come l'inizio, qui mi sembra che sia il punto. Del resto la cosa più sorprendente del saggio di cui abbiamo parlato è che pure Voltaire fa parte del tutto e quindi, ad un certo punto non è quello il problema. É questo atteggiamento appunto di rifiuto della Storia, sostanzialmente, che conduce Croce all'idea che l'illuminismo - in questo - pecca di senso storico.

Prendendo spunto da una distinzione introdotta da Croce nel suo saggio, quale è la differenza tra la logica astratta/ intellettualistica e logica concreta?

Questo è un grosso problema, perché per logica astratta si intende la logica aristotelica e quindi sostanzialmente, poi, si deve intendere anche quel grande monumento di pensiero da cui è nato tutto. Quindi io ci andrei un po' piano a parlare di logica astratta e di logica concreta. Possiamo dire che la logica dialettica è una logica che non guarda alla fermezza dell'essere, ma guarda, diciamo così, al divenire interno all'Essere e quindi risolve la realtà nel suo processo e, quindi, risolve la Natura in Storia.

Queste sono poi, sostanzialmente, delle massime astratte a loro volta, perché poi bisognerebbe vedere in concreto, ovvero per entrare nella logica di Croce, se vi si vuole entrare, bisogna entrarci criticamente e vedere quello che va e quello che non va sul piano tecnicamente filosofico. Però quando lui parlava di logica astratta intendeva questo: una logica che rimaneva ferma alle caratteristiche dell'Essere e quindi finiva per classificarle, mentre la logica concreta o dialettica è quella che “fluidifica”, per così dire, l'Essere e lo pone in movimento e ne vede gli sviluppi e le prospettive. Quindi è una logica come “organo”, per così dire, dello storicismo quella concreta laddove l'altra è una logica del mondo inteso come Natura. Questo è un tema tipicamente idealistico che Croce eredita e sul quale, ripeto, un conto è dire questo e un altro conto poi è, invece, fare un discorso filosofico.

Quando Croce afferma che il Dio cristiano si chiama Spirito e non è più un mistero, intende quella stessa traduzione “in termini pensati e critici” della filosofia della trascendenza nella filosofia dell'immanenza di cui parlava nel 19273?

In termini di trascendenza, ovvero di Dio che trascende il pensiero stesso che cerca di pensarlo, si va nell'assurdo. Il senso, l'unico senso possibile di trascendenza è quello di ricomporla e di ripensarla nell'immanenza, cioè nella concretezza del pensiero che la pensa. Questo è un concetto piuttosto di riduzione della trascendenza all'immanenza, che non di mediazione tra le due. Non c'è niente di trascendente che possa mantenersi del concetto che della trascendenza si ha nella filosofia dell'immanenza, e quindi non c'è “mistero”.

Professor Sasso, si possono tradurre sostanzialmente questi due termini, trascendenza e immanenza, nel passaggio successivo tra Dio e lo Spirito.

Sì, nel senso che quando si parla di Dio si parla di un essere trascendente e quindi misterioso che, quindi, è postulato dal pensiero e rimane sempre al di là del pensiero mentre quando si parla di Spirito questo Dio viene preso nelle sue mediazioni interne che sono poi, nella filosofia di Croce, l'Economica e l'Etica, ecc... è completamente laicizzato, per così dire. Dove, però, a me non piace nemmeno parlare di laicizzazione o di secolarizzazione, perché quella sembrerebbe essere la parola moderna che sostituisce quella antica rimanendo, però, identico il concetto laddove, quando si parla di laicizzazione oppure quando si parla di filosofia dell'immanenza, non si dice che è la trascendenza ad essere diventata immanenza, si dice che non c'è più la trascendenza, cioè quella che si chiamava trascendenza è in realtà questa relazione di forme e di concetti che costituiscono per Croce la filosofia.

Secondo lei oggi “non possiamo non dirci cristiani” secondo il siginificato elaborato da Croce?

Con molta semplicità e con molta chiarezza dico che no, proprio per quello che ho detto prima. Insomma, si può aderire o non aderire alla filosofia dello spirito: io sono anche critico della filosofia dello spirito, come è noto. Il mio rapporto con il crocianesimo è un rapporto ormai culturale: si è trattato di un'esperienza molto importante ma filosoficamente non mi ritrovo più in quella filosofia. Tuttavia rimane il fatto che quando noi diciamo “non possiamo non dirci cristiani”, oggi, allo stesso modo di Croce nel 1941, risponderei di no. Anche per una ragione elementare che non è vero che Croce potesse dirsi cristiano nel 1941 e le ragioni per cui si diceva cristiano erano quelle passionali, polemiche, angosciosamente psicologiche che ho cercato di mettere in luce nella nostra conversazione. Allora, non possiamo dirci cristiani: in questo senso d'accordo con Croce che cristiano non poteva dirsi.

1 «E il Dio Cristiano è ancora nostro, e le nostre affinate filosofie lo chiamano Spirito», in B. Croce, Perché non possiamo non dirci cristiani in Id., Discorsi di varia filosofia, Laterza, Bari 1949, pag. 23.

2 Vds. G. Sasso, Perché Croce scrisse il “Perché non possiamo non dirci cristiani”, in Discorsi di Palazzo Filomarino, Istituto italiano per gli studi storici, Napoli 2008, pp. 125-185.

3 «non v’ha contrasto possibile, né mediazione da cercare, tra filosofia della trascendenza e filosofia dell'immanenza, perché questa non è altro che la traduzione in termini pensati e critici di quella», B. Croce, Dal libro dei pensieri, Adelphi, Milano 2002, pag. 47.