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Archivio home > Numero5 > Feuerbach e l’ Essenza della religione
Articolo
21/05/2008
Abstract
Quanto segue è una breve descrizione della teoria di Feuerbach secondo la quale l’essere umano avrebbe creato la religione in risposta alle paure che generavano in lui la dipendenza da una natura non addomesticata ed incerta. Si mostrerà che solo rompendo il legame “essere umano- natura- incertezza” è possibile per l’uomo moderno liberarsi dalla religione in tutte le sue forme, sostituendo al futuro incerto e dominato dagli dei il presente certo, dominato dall’individuo

L’ente diverso e indipendente dall’essenza umana o Dio (di cui si è trattato nella Essenza del cristianesimo)- l’ente che non ha essenza umana, proprietà umane, individualità umana- questo ente non è altro, in verità, che la natura. Il sentimento di dipendenza dell’uomo è il fondamento della religione; l’oggetto di questo sentimento di dipendenza, ciò da cui l’uomo dipende, non è altro, originariamente, che la natura.1

Con queste righe si apre l’ Essenza della religione di Feuerbach. È evidente da subito lo stretto legame con il quale l’autore stringe insieme la triade uomo-natura- incertezza - religione. Secondo la sua prospettiva, all’inizio della storia del genere umano, ma anche all’inizio della vita di ogni singolo individuo, la prima realtà in cui ci si imbatte è quella di una natura non addomesticata, ossia non ancora portata a misura d’uomo. Ci si trova dunque come stranieri in un mondo dal quale tuttavia si dipende: aria, luce, terra ed acqua sono infatti gli elementi indispensabili per l’esistenza in un dato luogo. Non a caso è a queste cose che per prime viene prestato culto poiché l’uomo riconosce di non poterne fare a meno (è per questo che alcuni popoli primitivi avevano come Dio anche il sale). Tuttavia con il passare dei secoli, e con il formarsi della “cultura”, gli attributi divini della natura vennero riferiti ad un ente personale, al Dio creatore di tutte le cose.

Quando gli uomini si staccarono dal rapporto immediato con le cose e incominciarono ad attribuire alle forze della natura caratteristiche umane, le videro non come implacabili, ma tali da modificare il loro atteggiamento, sulla base di quello dell’uomo. In un certo modo la natura cessò di essere inesorabile (da in ex oro, ossia non mutabile attraverso le preghiere, dunque insensibile al rapporto con l’uomo), aprendosi invece ad un nuovo aspetto dialogico con coloro che da lei dipendevano. Ha origine in questo cambio di prospettiva quel modo di concepire la natura come espressione sensibile della volontà divina che può essere mutata attraverso una serie di riti. Tale visione della natura capace di sentire durerà per tutto il medioevo ed occorrerà attendere Galileo per far sì che la natura torni ad essere « sorda ed inesorabile a’ nostri preghi »2.

Successivamente la mente umana attribuì un ordine ai fenomeni, fece dell’ordine l’essenza della ragione, creando il Dio dei teisti. Per Feuerbach i tre gradi di religiosità vanno di pari passo con la necessità dell’uomo di controllare la natura dalla quale egli stesso dipende. Nel primo stadio vive dei prodotti che riceve dalla natura, nella seconda di quello che, trasformando la natura riesce a farle produrre e l’ultima in cui tenta una sintesi intellettuale. È il non accontentarsi in ogni situazione di ciò che egli è ed ha, il lasciare le briglie al desiderio che fa nascere la religione.

Tuttavia Feuerbach sostiene che il più grossolano errore dell’uomo si compia nell’ultima fase: quella in cui egli è convinto di poter vivere, una volta razionalizzata la propria credenza in un mondo spiritualizzato a sua immagine, non rendendosi conto che questo è solo l’ultimo stato di un processo storico, ma non teoricamente necessario. Solo attraverso questa consapevolezza si può sperare di superare davvero la religione. Bisogna comprendere l’autonomia della natura che non è riducibile alla sensibilità umana, che non si muove secondo i principi con i quali l’uomo organizza razionalmente la propria vita e che ha dunque un volto oscuro e minaccioso. Per la natura i desideri dell’uomo non significano niente. Da parte sua l’uomo può soltanto spiare la natura, per scoprire il modo con il quale potrà utilizzare qualcuna delle sue forze per i propri fini. Ma una scienza che esista solo per questo non è altro, agli occhi di Feuerbach, che un corrispettivo laico della religione:

c’è un'unica differenza: che la civiltà mira a quel fine servendosi di mezzi, e di mezzi che essa ha appreso spiando la natura, la religione, invece senza servirsi di mezzi, o, che è lo stesso, servendosi di mezzi soprannaturali della preghiera, della fede, dei sacramenti, della magia.3

Secondo Feuerbach tutto ciò che nel progredire della civiltà del genere umano è divenuto oggetto di cultura era all’inizio oggetto della religione o della teologia. A riprova di ciò porta gli esempi delle ordalie germane per quanto riguarda la giurisprudenza o gli oracoli greci per la politica, per non parlare poi della farmacologia. Né si deve credere che tale commistione sia così lontana nel tempo se Campanella nel XVII indica come prova di colpevolezza il fatto che il cadavere riprenda a sanguinare in presenza del proprio uccisore4.

La religione non sarebbe dunque che la scienza del passato e la scienza la religione del presente. In tale condizione l’uomo pone sopra di se ciò che vorrebbe dominare e invoca aiuto proprio a ciò contro cui cerca aiuto: egli si disumanizza per rendere umana la natura. Come egli afferma:

Per arricchire Dio, l’uomo deve impoverirsi; affinché Dio sia tutto, l’uomo deve essere nulla. […] Ciò che l’uomo sottrae a se stesso, ciò di cui per sua natura è privo, se lo gode in Dio in misura incomparabilmente maggiore.5

L’unico modo in cui ci si possa liberare dalla religione è “riconciliandosi” con la natura riconoscendola come irriducibilmente diversa dal mondo sentimentale e mentale dell’uomo. Da ciò segue l’idea di Feuerbach secondo la quale il singolo non può affidarsi a norme generali poiché la natura vi si sottrarrà sempre. Persino l’attimo successivo è incerto e potrebbe segnare il punto limite dell’esistenza. Gli antichi affrontavano tale problema come già si è mostrato, ossia sottomettendosi a quanto volevano dominare. In tal modo offrirono agli dei il tempo futuro, per loro ingovernabile rimettendosi poi alla loro benevolenza. Neppure questo fatto deve farci sbalordire. Anche oggi udiamo spesso dire nei momenti di incertezza per il futuro “andrà tutto come Dio vorrà” oppure “andrà tutto bene…se Dio vuole” il futuro resta, e non può che essere così, territorio insondabile e dunque patria degli dei. Secondo Feuerbach tuttavia, benché le domande siano le stesse, l’uomo moderno non dovrebbe rispondere allo stesso modo. Egli resosi conto del suo reale rapporto con la natura dovrebbe rinunciare a volerla incasellare nei propri schemi o norme generali poiché tutto ciò che non è individuale e presente hic et nunc fa parte della stessa incertezza che, attraverso tali norme, egli cerca di diradare. Infatti solo laddove la rappresentazione coincide con la realtà gli dei non hanno posto e ciò avviene solo nel momento presente. Solo vivendo nel presente si cancellerebbe quell’incertezza verso il futuro che secondo quanto dice Feuerbach sarebbe origine di una dipendenza dagli dei ai quali è stato affidato il futuro nella speranza di poter esercitare un controllo su esso. Venendo meno il futuro, riconosciuto anch’esso inesorabile come il resto della natura, vengono meno anche coloro che dovrebbero ascoltare le preghiere rispetto ad esso. Solo in questo modo ci si potrebbe liberare dalla religione e dalla scienza intesa, alla maniera di Feuerbach, come sostituto laico di essa.

Per concludere, anche se la terminologia non si adatta propriamente a Feuerbach, solo attraverso un esercizio di perpetua presenza in se stessi consentirebbe all’individuo di potersi liberare dalla religione che si è creato come risposta alle proprie paure. Le paure infatti nascono dal credere che un aspettativa che si desidera non si realizzi nel futuro. Ma se si cessa di considerare il futuro stimandolo non assoggettabile ad alcuna norma in quanto non ancora esistente, con esso si eliminano le paure che lo riguardano e il bisogno di affidare ad un’entità superiore o alla scienza il compito di offrire consolazione.

La vita nel tempo presente elimina quelli che per Feuerbach sono i presupposti della religione, li estirpa dalla radice. Infatti se il futuro con la sua incertezza ha creato la religione, il presente con la sua sicurezza genererà l’ateismo.

Per questo si può affermare che in tale concezione l’unica via per la liberazione dalla religione è la vita nell’irripetibile presente, poiché solo il presente è veramente ateo in quanto demolisce quella che per Feuerbach è l’essenza della religione.

Bibliografia

C. Cesa. Introduzione a Feuerbach, Laterza, Bari 2000.

T. Campanella. Del senso delle cose e della magia, Laterza, Bari 2007.

G. Stabile. Teoria della visione come teoria della conoscenza, in Micrologus, V, 1997.

L. Feuerbach. Essenza della religione, Laterza, Roma- Bari 2006.

L. Feuerbach. L’essenza del cristianesimo, Universale Economica Feltrinelli, Milano 1994.

1 L. Feuerbach, Essenza della religione, Laterza, Roma- Bari 2006, § 1- 2. p. 39.

2 G. Galilei, Le opere, vol. V, p. 218.

3 L. Feuerbach, Essenza della religione, Laterza, Roma- Bari 2006, § 34. p. 78.

4 T. Campanella, Del senso delle cose e della magia, Laterza, Bari 2007.

5 L. Feuerbach. L’essenza del cristianesimo, Universale Economica Feltrinelli, Milano 1994, p. 47.