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20/05/2007

Italia fine anni 50, inizio anni 60. Il boom economico è il protagonista assoluto della vita pubblica del Paese . L’Italia si accinge a diventare una delle nazioni più progredite al mondo.

In un piccolo borgo della provincia di Palermo la giornata trascorre con i ritmi tranquilli ed assonnati di sempre. La piazza principale è adornata con panchine e palmizi; su di essa si aprono le principali botteghe e rare automobili la attraversano.

All’interno di uno di quei vecchi negozi, la barberia, un signore si sta facendo radere. É un uomo dall’aspetto distinto, canuto e robusto, ma di quella robustezza frutto non dell’eccessiva alimentazione, bensì del trascorrere degli anni che conferisce un’aria di saggezza e autorevolezza.

È seduto accanto a lui un bambino di poco più di dieci anni.

Improvvisamente, la quiete è interrotta da una voce che riecheggia per tutta la piazza. Non è la solita voce dell’ambulante che va vendendo le sue mercanzie per paesi e villaggi, piuttosto è una voce simile a quelle della radio, una voce trasformata da un apparecchio elettrico.

Incuriosito, il bambino esce di corsa dalla barberia, si gira, cerca e trova la fonte dei suoni: le parole vengono da un megafono posto su di una piccola auto al di sopra della quale sta un uomo che parla con fare concitato.

Il piccolo si avvicina a questo strano trabiccolo, si siede ai piedi di esso e, sempre più incuriosito, ascolta le parole e le frasi dell’uomo, quasi questi fosse un novello cantastorie.

L’uomo parla dei problemi causati dall’apertura del vicino aeroporto, denunciando le malefatte e le condotte poco legali derivanti dalla sua costruzione e dal suo possibile ampliamento.

Frattanto, anche il canuto cliente del barbiere si è avvicinato all’auto e, con espressione divertita, si è messo all’ascolto dell’oratore.

Nel momento in cui il nostro uomo col megafono si accorge della presenza del cliente del barbiere, la sua voce si fa ancor più potente, la filippica diventa sempre più tagliente e, al suo culmine, echeggia una sola definitiva parola: Mafia.

Al sentir risuonare questo termine, il signore canuto e distinto ha uno scatto d’ira e pronuncia ad alta voce una dichiarazione emblematica: “Mafia qua, mafia là, ma dov’è questa mafia?”.

La narrazione si può interrompere qui.

La scena descritta è tratta dal film i Centopassi di Marco Tullio Giordana che racconta la storia di Peppino Impastato, ragazzo figlio di un mafioso che ha avuto il coraggio e la forza di contrastare la mafia venendone ucciso 29 anni fa, il 9 maggio 1978.

La finzione filmica ci è di aiuto per comprendere quale fosse il clima che, per lungo tempo, in Italia ha aleggiato attorno alla mafia; clima che può essere facilmente riassunto nella negazione dell’esistenza del fenomeno mafioso stesso.

La prova provata della negazione risiede nella circostanza che qualora qualcuno avesse affrontato l’argomento mafioso, in molti (moltissimi purtroppo) avrebbero risposto che la mafia era una volgare calunnia messa in giro da parte di giornalisti per screditare il Sud oppure da uomini delle istituzioni (magistrati, poliziotti, politici) che volevano fare velocemente carriera alle spalle dei galantuomini.

Nell’Italia di allora, ed anche di oggi, diventava necessario far comprendere dove fosse la mafia, ma soprattutto cosa essa fosse.

Questo compito è stato svolto da diversi uomini delle forze dell’ordine e della magistratura, nonché da molteplici figure del mondo letterario, giornalistico, politico i quali, con la loro opera, hanno saputo rompere il muro di silenzio e di omertà che avvolgeva il sistema mafioso, ben prima del fenomeno dei pentiti.

Al principio degli anni 70, Michele Pantaleone ha fornito le prime risposte alle domande che sopra ci siamo posti, racchiudendole in un illuminante saggio: Il Sasso in bocca.

Oggi, probabilmente, alcune delle notizie contenute in questo scritto ci possono sembrare scontate oppure già sentite, ma all’epoca costituivano una vera novità perchè la mafia era considerata quasi un’invenzione.

Dall’analisi di Pantaleone emerge che la mafia nasce come elemento strettamente legato al potere. I primi uomini d’onore erano novelli bravi manzoniani, al servizio della classe dominante siciliana con la funzione di preservare i privilegi e le proprietà terriere dei loro padroni.

Tuttavia, la mafia non si è limitata ad essere serva del potere, ed a goderne dei benefici riflessi, ma ha iniziato a nutrirsi di esso fino a divenire, con il trascorrere del tempo, essa stessa “il potere”: un autonomo centro del “bene e del male” capace di controllare e manipolare per il proprio interesse i diversi gangli dello Stato, con particolare riguardo per la politica.

La politica, infatti, diviene lo strumento privilegiato per il sistema mafioso perché in grado di assicurarne lo sviluppo ed il consolidamento stante la capacità degli uomini politici di fornire la copertura indispensabile alle cosche per svolgere nel silenzio e nella tranquillità i propri affari.

La tattica mafiosa è semplice e efficace: garantire all’uomo politico la possibilità (dovremmo dire, più correttamente, la certezza) di ricoprire un posto di rilievo nelle istituzioni in cambio di favori.

Così operando, la mafia riesce a crescere, a rafforzarsi, a trasformarsi da strumento al servizio di forze economiche per la difesa dei diritti e delle prerogative feudali, in forza economico-politica in grado di dettare le sue leggi nel territorio: uno Stato nello Stato.

Il delicato meccanismo interno che riesce a tenere insieme questo sistema criminale è lo spirito di mafiosità. Le ragioni di potere prevalgono sull’interesse del singolo individuo e sui valori esterni alla “famiglia”, cementando i rapporti fra gli affiliati e consentendo di estendere il campo di influenza dei clan mafiosi.

All’esterno, invece, è il terrore che protegge la mafia dai pericoli in quanto essa è spietata nei confronti di chi mette in pericolo i suoi affari. La mafia, pertanto, appare come il Mazzarò di Verga che teme per la sua “robba” e combatte con qualsiasi mezzo colui il quale ha la possibilità di portarla via.

Ne segue che la paura delle conseguenze per chi tradisce il sistema o per colui il quale vede fatti che avrebbero dovuto rimanere segreti è più forte di qualsiasi altra cosa: il timore di finire uccisi a colpi di lupara con un sasso in bocca (simbolo che il morto ha parlato della mafia, con il risultato di tradire e di mettere in pericolo il sistema mafioso) riesce a far sì che i loschi traffici mafiosi riescano a godere di una totale impunità.

Il potere che la mafia ha accentrato attorno a sé e quello che essa stessa riesce a generare contribuiscono, altresì, a far cadere il falso mito che essa prosperi quando si trova ad operare in condizioni di sottosviluppo e di povertà.

La mafia ha capito che il potere e la ricchezza, che ad esso si accompagna, si accrescono solo attraverso l’utilizzo del sistema economico capitalistico e, pertanto, essa si trasforma in impresa e, i suoi capi, in imprenditori criminali che considerano qualsiasi cosa commerciabile e, quindi, produttiva di reddito. Con tale approccio, la mafia ha reso “commerciabile” ogni cosa, riuscendo a dettare le proprie leggi economiche anche su beni la cui natura pubblica non è assolutamente in discussione: tra tutti, l’acqua.

Con il trascorre del tempo, la mafia è cambiata. Non è rimasta uguale a quella di cento anni fa.

Questo sistema criminale ha saputo adattare se stesso ai cambiamenti sociali, trasformandosi da fenomeno strettamente legato alla proprietà fondiaria ad impresa capitalistica capace di produrre guadagni superiori al prodotto interno lordo di numerosi Stati.

Tali mutazioni non sono state indolori per lo Stato che si è trovato (e si ritrova tuttora) a combattere una “guerra a bassa intensità” con il sistema criminale.

Tranne in precisi momenti, come la stagione delle stragi a cavallo fra gli anni ottanta e novanta, la mafia ha bisogno del silenzio, della tranquillità e della connivenza per prosperare poiché gli attentati o un’eccessiva recrudescenza della violenza determinano un’attenzione da parte dell’opinione pubblica e delle istituzioni tale da mettere seriamente in pericolo il suo sistema economico e, questo, di fatto, rappresenta una minaccia ben più grave rispetto alle dichiarazioni di qualche affiliato che decide di tradire.

Ciò sta a significare che la mafia non vuole che si parli di essa, non vuole conquistare le prime pagine dei giornali o i titoli dei notiziari. Essa brama di rimanere il più possibile nell’ombra perché al coperto si estende la propria influenza e si accumulano ingenti ricchezze.

In conclusione, comprendere cosa è la mafia e come essa si sviluppa ci consente di rispondere alla domanda fatta dal cliente del barbiere all’uomo con il megafono: “Ma dov’è questa mafia? Dappertutto caro signore!”.


Michele Pantaleone, "Il Sasso in bocca – Mafia e Cosa Nostra", ed. Cappelli 1970

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