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22/05/2007

Cosa è la mafia? Un interrogativo quanto mai attuale che Pino Arlacchi, in “La mafia imprenditrice  (Il Mulino, 1983) si poneva già in maniera particolarmente lucida.

É difficile dare una definizione, spiegare cosa sia, cosa rappresenti la mafia e tutto quello che ruota intorno ad essa, senza cadere in semplificazioni o in fiabesche teorie del tutto astratte.

Arlacchi inizia da lontano. Spiega chi era il mafioso e il ruolo che occupava, nel Mezzogiorno, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio de Novecento.

É un uomo indubbiamente forte e coraggioso, che attraverso atti violenti legittima il suo potere e il suo fascino. Vive in una società dove non è permesso dimenticare o ignorare offese (una società, come giustamente sottolinea l’autore, simile a quella hobbesiana). È possibile, pertanto, inizialmente, definire la mafia un comportamento e non un’organizzazione formale.

Il mafioso, una volta legittimata la propria autorità, con il tempo diviene fautore di quelle “norme giuste e non scritte”, definisce il proprio ruolo, fino a quel momento non del tutto determinato.

É una figura che ispira, involontariamente, una certa simpatia. L’uomo umile che diffida della popolarità e si fa promotore delle necessità dei compaesani amici.

Si può definire, questo, lo stato intermedio tra il momento anomico (affermazione violenta senza legge –dal greco “a-nomos”, “nessuna legge”) e quello legale (istituzionalizzazione e avvicinamento ad uomini ed organi dello Stato).

Il mafioso istituzionalizza la propria presenza nella società ponendosi come mediatore. Se fallisce la mediazione, diviene impossibile il passaggio definitivo. Le pagine del libro ci raccontano, tristemente, come tale passaggio raramente non sia venuto ad essere.

La repressione fascista, infatti, pur riportando molti successi (l’accerchiamento della città di Gangi, per esempio) doveva lottare contro un mafioso che ancora non aveva completato la sua metamorfosi.

Nell’immediato dopoguerra la figura del mafioso entra in crisi.

Viene da chiedersi se quel momento storico non potesse essere il teatro della definitiva scomparsa di un fenomeno devastante.

Il mafioso infatti perde di prestigio. Viene considerato un comune delinquente, il comportamento, la prassi mafiosa, perdono di attualità.

La risposta istituzionale, però, è del tutto assente. Si assiste ad una vera e propria delega statale alla mafia. Molti elementi mafiosi entrano nella pubblica amministrazione (esemplare è il caso siciliano, dove, prendendo a pretesto la necessità di creare velocemente quadri dirigenziali per la nascente Regione, i funzionari vengono assunti per chiamata diretta e non per concorso).

La parentela si organizza, in maniera più unitaria, nella cosca, si cerca di inserire i propri parenti negli apparati amministrativi maggiormente influenti.

L’autore parla di “manipolazione della parentela”, un fitta rete di contatti, tra parenti e amici, in cui vengono prese le decisioni più importanti. È assurdo, però, pensare ad una istituzionalizzazione della cosca. Le decisioni vengono prese al bar, a pranzo, durante una passeggiata. Nei luoghi dove amici e parenti si incontrano per piacere o per lavoro.

Aumentano i casi di finanziamenti a mafiosi (per esempio, l’incredibile prestito di un miliardo a Francesco Vassallo, carrettiere, senza garanzia alcuna).

Il mercato edilizio diventa, in breve tempo, il campo dove poter speculare e guadagnare con facilità.

Gli appalti vengono vinti con metodi intimidatori, la concorrenza è del tutto debellata, si verifica una vera e propria compressione salariale, seguita dalla maggiore fluidità della manodopera che lavora nell’impresa mafiosa.

Gli introiti aumentano, così come le possibilità di crescita.

L’impresa mafiosa garantisce un’efficienza senza uguali (né sindacati, né eventuali scioperi, sono previsti). Questi risultati permettono alle imprese mafiose di realizzare lavori con grandi imprese (anche fuori dal campo dell’edilizia, dimostrativo è il caso dello stabilimento della “Coca Cola” in Calabria).

Cambia anche la mentalità del mafioso. Non è più l’uomo silenzioso e quasi invisibile che viene descritto in precedenza. È una figura opulenta, che ostenta le proprie ricchezze, legittimato da una società in cui l’onore è dato dalla sfoggio dei propri averi.

Viene a crearsi un vero e proprio ceto mafioso, che mette radici nella società in cui opera.

Un simile comportamento, l’ampliarsi degli affari, la sempre più crescente fusione tra patrimoni legali ed illegali, comportano la necessità di tutela giuridica e consulenza finanziaria.

Ma il processo è ormai avviato. Economia e politica si fondono dando vita a potenti lobbies politico-mafiose, temibili e spesso violente.

Il mercato edilizio è ormai limitato e la ricerca di nuovi spazi si concretizza nella conquista del mercato di assistenza al Mezzogiorno e successivamente del mercato della droga, una vera e propria fonte di ricchezza.

Il giudizio di Arlacchi non può che essere negativo, ma l’Autore non esprime giudizi politici, offrendo al lettore una ricerca sociologica, legata strettamente alla cronaca (il libro è impreziosito dalla riproduzione di documenti tristemente illuminanti).

È però chiaro come lo Stato, eccetto che in brevi periodi, non abbia mai dato vita ad una vera e propria lotta al fenomeno mafioso, permettendo, in tal modo all’élite mafiosa di inserirsi e rendere sicure le posizioni conquistate (pur nell’avvicendamento di diverse famiglie mafiose).

Il potere economico e politico ha dato la possibilità alla mafia imprenditrice di difendersi da eventuali attacchi, introducendo propri uomini nell’amministrazione, nella direzione di banche e casse di risparmio, che in questi decenni hanno finanziato lautamente progetti e uomini mafiosi, determinando il realizzarsi di un’autonomia, oltre che economica, anche politica (boss mafiosi sono stati trovati in possesso dei più disparati numeri telefonici: centralino della Presidenza del Consiglio del Ministro, uffici di Ministeri, della Corte di Cassazione, di molti dirigenti della Cassa del Mezzogiorno ecc.).

Arlacchi offre una panoramica desolante, ma tragicamente vera, oltre che libera da contenuti ideologici e, proprio per questo, oggettiva. Uno studio necessario per comprendere la strada che la mafia ha percorso trionfalmente e per chiarire definitivamente che il fenomeno mafioso non è per nulla scomparso, ma prolifera nella società e nel comportamento di un numero impressionante di soggetti presenti nel Sud Italia e nelle sue istituzioni.


Pino Arlacchi, "La mafia imprenditrice. L’etica mafiosa e lo spirito del capitalismo", Il Mulino, 1983

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