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20/05/2007

Francesco La Licata ricostruisce la vita di Giovanni Falcone in un libro che si alimenta di ricordi personali, fatti di cronaca, vicende politiche, testimonianze dirette e documenti; un’opera che ha il merito di non scivolare mai nella retorica, preferendo invece delineare con precisione il quadro degli eventi, anche ricorrendo alle dichiarazioni riportate dai quotidiani dell’epoca col preciso intendimento di ristabilire la verità dei fatti.

La verità è che Falcone da vivo fu criticato, osteggiato, isolato e molti di quei detrattori, una volta scomparso, si sono poi trasformati in suoi ammiratori. È il destino di chi ha operato per il bene.

Nel libro si ricostruisce il profilo morale e intellettuale di Giovanni Falcone, terzogenito atteso dopo due figlie femmine, cresciuto a Palermo in una famiglia «né ricca né povera», il padre era una persona seria e legata alla famiglia, la madre era una donna dal carattere di ferro; entrambi furono molto esigenti verso il figlio, pretesero da lui sempre il massimo e ne segneranno il carattere, che lo porterà a distinguersi per la determinazione e la gran mole di lavoro che era capace di sopportare.

La Licata tratteggia con delicatezza la vita di Falcone che, appena ventiseienne, dopo una parentesi come pretore a Lentini, ottenne il trasferimento a Trapani. Qui maturò l’esperienza professionale e cominciò «a delinearsi il magistrato versatile e impegnato, il giudice moderno che riesce a occuparsi di più cose con lo stesso impegno e identici buoni risultati» (p.41). E proprio a Trapani Falcone si imbatté in un boss mafioso di rango, Mariano Licari; il suo processo fu «una sorta di anticipazione, di premonizione di tutto ciò che sarebbe poi accaduto (…). Fu un piccolo maxiprocesso ante litteram. Non tanto per la consistenza numerica, quanto per le caratteristiche che lo contraddistinsero» (p.44). Fu in quell’occasione che Falcone imparò a destreggiarsi tra indagini bancarie, bilanci societari, accertamenti patrimoniali.

Il passaggio alla magistratura penale di Palermo segnò la tappa fondamentale: Falcone iniziò dall’ufficio istruzione sotto la direzione di Rocco Chinnici, che gli affidò l’inchiesta sulla nuova mafia, quella di Sindona, quella dei traffici di droga, dei legami con la massoneria, dei rapporti con le banche e del riciclaggio del danaro sporco in attività lecite, e fu allora che Falcone iniziò a distinguersi nel ricercare le prove, nell’inseguire le tracce dei movimenti di capitali che correvano tra l’Italia e gli Stati Uniti.

Quella inchiesta portò al processo Spatola e costò la vita al procuratore Gaetano Costa, ucciso nel 1980 per avere firmato gli ordini di cattura di quella inchiesta. Nel 1982 fu ucciso il generale Dalla Chiesa. L’anno successivo toccò a Chinnici. Iniziò così una vita blindata per Falcone e non mancarono le insofferenze di una città che mal sopportava le sirene spiegate della sua scorta, al punto che sulla stampa prese avvio una campagna contro gli eccessi dei giudici sotto copertura. Erano le avvisaglie di una ostilità che puntava a minare il consenso verso Falcone, divenuto il simbolo della lotta alla mafia.

L’arrivo di Antonino Caponnetto segnò l’avvio di una stagione nuova, un pool antimafia composto da Falcone, Borsellino, Ayala, mentre Leoluca Orlando guidava il comune e inaugurava la “primavera” di Palermo.

Fu quel pool che dette vita al primo maxiprocesso contro la Mafia, nato da un’inchiesta del funzionario di polizia Ninni Cassarà, ucciso prima ancora del suo inizio. La sentenza, oltre 2665 anni di carcere e 19 ergastoli, segnò il successo del pool nella lotta a Cosa Nostra, ma soprattutto sancì il superamento di un secolo di stereotipi secondo i quali la mafia era priva di struttura e, pertanto, riconducibile soltanto ad un modo di essere dei siciliani. Il 16 dicembre del 1987, con la sentenza del maxiprocesso, Falcone era riuscito nell’impresa di far passare la tesi dell’unicità di Cosa Nostra, organizzazione unitaria, piramidale, composta da gruppi di base, coordinati tra di loro e soggetti alla direzione di un vertice. Dopo di allora contro Falcone iniziò una lenta ma inesorabile opera di demolizione; veniva dipinto come un rampante carrierista. Forte fu lo scalpore suscitato dall’articolo sui professionisti dell’Antimafia di Leonardo Sciascia pubblicato dal Corriere della Sera. Da lì cominciò la campagna di isolamento che porterà il Csm a preferire Antonino Meli a Falcone nella corsa alla successione a Caponnetto. Lo stillicidio di attacchi e di sospetti avanzati, come pure le accuse di rampantismo per le amicizie politiche, prima col Pci, poi con Andreotti, quindi con Martelli, contribuirono a creare un clima di pesanti condizionamenti; Falcone si sentiva isolato, ostacolato. Fu così che maturò la decisione di accettare la proposta che gli veniva da Roma di dirigere gli Affari penali del ministero di Grazia e Giustizia. Andò quindi a Roma con la convinzione di poter continuare da lì la lotta alla mafia; del resto aveva da tempo maturato la convinzione che occorresse ricreare in campo nazionale l’esperienza del pool, nato senza che la legge lo prevedesse e lo sostenesse. Era pronto a sferrare un nuovo attacco a Cosa Nostra, ma gli fu impedito.

Sono trascorsi quindici anni da quel 23 maggio del 1992. L’opera di La Licata ha il pregio di far conoscere la figura di Falcone e di ristabilirne la memoria alla luce dei tentativi di strumentalizzazione che si sono registrati dopo la sua morte. Ma non coglieremmo il senso profondo dello sforzo di Falcone e di Borsellino, ucciso due mesi più tardi, se ci fermassimo solo alle dichiarazioni dei protagonisti di quella stagione. Perché l’Italia all’inizio degli anni ’90 si è trovata ad essere attraversata da una forza di trasformazione inarrestabile che ha travolto tutto ciò che vi si è posto contro. Dopo il crollo del muro di Berlino un’intera classe politica è stata liquidata, e se il 1989 è l’anno in cui inizia il cambiamento, i suoi effetti si ripercuotono in Italia solo nel 1992.

Il 17 febbraio del 1992 segna l’inizio di Tangentopoli: a Milano viene arrestato Mario Chiesa, cominciano le indagini del pool “Mani Pulite”. Il 23 maggio è il giorno della strage di Capaci, in cui perdono la vita il giudice Falcone con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta: Rocco Di Cillo, Antonio Montanaro e Vito Schifani. Il 19 luglio a Palermo esplode un’autobomba in via D’Amelio, muoiono il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della scorta: Agostino Catalano, Walter Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina.

Il sacrificio di Falcone, Borsellino e degli uomini che li scortavano si inserisce in un quadro molto più ampio, che ha puntato a destabilizzare la vita democratica. Ricordare Falcone è necessario perché la sua memoria sia sempre viva in noi, ma anche perché ci offre l’occasione di una lettura retrospettiva degli eventi che hanno segnato la storia recente della nostra democrazia.

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