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20/05/2007

“Non sono un pentito. Sono stato un mafioso e ho commesso degli errori per i quali sono pronto a pagare integralmente il mio debito con la giustizia, senza pretendere sconti né abbuoni di qualsiasi tipo. Invece, nell’interesse della società, dei miei figli e dei giovani, intendo rivelare tutto quanto è a mia conoscenza su quel cancro che è la mafia, affinché le nuove generazioni possano vivere in modo più degno e umano”.

Il libro Addio Cosa Nostra inizia così, senza preamboli, con le parole di Tommaso Buscetta, uno dei primi e più importanti collaboratori di giustizia. E oggi costituisce una sorta di ideale testamento. Una sequela di nomi, date, informazioni e avvenimenti che il giudice Giovanni Falcone minuziosamente annotava sul suo taccuino a partire da quel 1984 in cui si aprì la stagione dei grandi processi contro la malavita organizzata. Vennero così alla luce la struttura e l’organizzazione delle cosche, ma soprattutto i rapporti e le connivenze con il Palazzo e le alte gerarchie politiche di allora.

Ma il racconto autobiografico è molto di più. Attraverso l’avventura umana di Buscetta emerge la storia postbellica di Cosa Nostra, in Italia e anche negli Stati Uniti. Il racconto di colui che nel 2000 – anno della sua morte – fu definito dai giornali “il boss dei due mondi” ci proietta in una realtà fatta di codici e valori legati a una particolare contingenza storico-geografica. L’omertà, il senso dell’onore – un onore ben difficile da capire per chi crede nella legalità, ma pur sempre una forma di autodifesa contro la lontananza dello Stato – ben presto destinati ad essere travolti dall’emergere di una seconda mafia, agguerrita e assetata di potere, di cui la massima rappresentazione sono i Corleonesi. Con l’ascesa di Totò Riina iniziano gli appalti truccati, il traffico di droga. E così Don Masino resta lo spartiacque tra due mondi antitetici e inconciliabili.

Il primo è rappresentato dall’infanzia difficile nella Palermo appena liberata dagli Alleati, dall’incontro con Salvatore Giuliano, dai primi viaggi in Argentina e in Brasile in cerca di rompere l’assedio mentale di una Sicilia arcaica e soffocante, un posto troppo stretto per il suo animo irrequieto. Poi le prime attività criminali. Il contrabbando, il rapporto con gli altri uomini d’onore. La seconda è quella che inizia virtualmente nel 1957, con la visita a Palermo del boss americano Joe Bonanno e la nascita della Cupola.

Davanti ai nostri occhi sfilano in rassegna tutte le pagine più nere dell’Italia contemporanea. I legami con alcuni esponenti dell’allora Democrazia Cristiana, Michele Sindona, il caso Moro, il Generale Dalla Chiesa, il difficile rapporto con i brigatisti rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Cuneo. I tre tentativi di golpe.

Qua e là, tra le righe, appaiono tracce del rapporto umano nato con il giudice Falcone, dipinto come la molla definitiva che ha spinto il boss a collaborare con gli inquirenti.

È il periodo in cui la mafia ha già stretto rapporti proficui con l’imprenditoria del Nord, in cui si susseguono omicidi eccellenti come quello del giornalista Pecorelli (eseguito, secondo Buscetta, su richiesta dell’onorevole Giulio Andreotti, anche se il processo ha smentito questa tesi nel 2002), del giudice Terranova, di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia.

Comincia la rappresaglia: Buscetta sconta con la morte di alcuni cari la colpa di essere fuoriuscito da Cosa Nostra, ma allo stesso tempo si sente rinfrancato dalla sua ribellione contro un’istituzione diventata simbolo di morte e oppressione.

Il libro, curato da Pino Arlacchi, registra le parole di un monarca in esilio, che ci parla dall’America del programma protezione testimoni. Una bolla destinata a scoppiare definitivamente il 23 maggio 1992, su quel pezzo di autostrada tra lo svincolo di Capaci e l’Isola delle Femmine. Lo stesso Don Masino descrive la stagione delle stragi come la riaffermazione della mafia dopo il crollo della Dc e la sconfitta in Cassazione delle speranze di annullamento del maxi processo.

La morte del giudice Falcone diviene quindi il simbolo di una sfida da raccogliere, ma anche il sipario definitivo di un’epoca nata dalle ceneri dell’Italia post fascista e morta con la Prima Repubblica. Intanto però il primo, grosso colpo alla mafia è stato assestato. Dodici ergastoli, più di 2.000 anni di prigione. I pentiti che ormai sono diventati più di 700. Scompare un mondo che saranno in pochi a rimpiangere, dice Buscetta lasciando trapelare un certo ottimismo. Il libro si conclude come si era aperto, di colpo, e nella mente del lettore si affastellano gli eventi di cronaca che lo hanno seguito. I processi che hanno invalidato il Teorema Buscetta, la bufera scatenata attorno all’uso “spregiudicato” dei pentiti, i giudici che hanno assolto e riabilitato alcuni personaggi della politica italiana pur accertando i loro contatti con i capicosca. Pagine che, come dicono le sentenze, la Storia dovrà giudicare, ma che la coscienza civile già ora fatica a digerire.


Pino Arlacchi, "Addio Cosa Nostra. La Vita di Tommaso Buscetta", ed. Rizzoli 2006

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