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16/05/2007

Il fenomeno mafioso si è sempre caratterizzato, sin dai suoi primordi nella Sicilia nord - orientale, per la sua articolazione in strutture associative stabili, fortemente gerarchizzate e saldamente ancorate al territorio di riferimento. Si potrebbe addirittura affermare che la storia della mafia coincide con l’evoluzione delle sue strutture organizzative, trasformatesi nel corso dei decenni dai piccoli sodalizi criminosi rurali delle origini, nelle complesse associazioni delinquenziali con articolazioni internazionali dei giorni nostri.

Già ai tempi dell’Unità d’Italia, tali organizzazioni disponevano di solide ed efficienti strutture operanti nel campo dell’agricoltura, della gestione illecita dei bacini idrici, della guardiania di terreni e bestiame (in cambio del pizzo), dell’estorsione e dei sequestri di persona. Ma solo con la ripresa del Paese al termine del secondo conflitto mondiale, la mafia e le altre associazioni criminali territoriali del meridione (n’drangheta e camorra) hanno subito una radicale trasformazione che le ha condotte alla loro attuale struttura ramificata, complessa ed operante su più livelli. Prosperanti nella sottocultura rurale prima, ed urbana poi, tali sodalizi  operano oggi prevalentemente nei settori dei lavori pubblici e dei servizi, del traffico internazionale di stupefacenti e, da ultimo, della gestione illecita dei rifiuti, realizzando profitti enormi reinvestiti, per la gran parte, in attività economiche tradizionalmente ritenute pulite. Il tutto con grave pregiudizio per il buon andamento dell’economia, per la tutela della pubblica amministrazione e per la garanzia e la sicurezza delle stesse istituzioni democratiche.

Contro la mafia, nel corso dei decenni, lo Stato ha cercato di approntare i più diversi rimedi: dal varo di leggi speciali a vere e proprie azioni militari, con risultati alterni e, spesso, con pericolose connivenze e complicità istituzionali.

Ad oggi, contro tale fenomeno, si è potenziata innanzi tutto l’attività di prevenzione, unitamente ad una disciplina più rigida ed attenta delle procedure amministrative nei settori economici e pubblici maggiormente interessati dalle attività illecite. Così le misure della sorveglianza e del divieto o dell’obbligo di soggiorno di cui alla L. 1473/56, sono state estese anche agli indiziati di appartenere ad associazioni mafiose o alla camorra o ad altre associazioni agenti con le qualità ed i metodi delle associazioni mafiose. Ancora, per impedire l’impiego dei beni accumulati con le attività criminali sono stati pure previsti (L. 152/1975 sull’ordine pubblico) il sequestro dei beni dal valore sproporzionato alla redditività dell’attività economica esercitata e la confisca (L. 646/82), nonché la sospensione, dei beni che possano in qualche modo agevolare le attività economiche ed imprenditoriali sospettate di essere riconducibili alla mafia.

Ma è stato ritenuto opportuno introdurre anche nuove e più penetranti misure di ordine propriamente penale, attraverso l’approvazione della Legge 13 settembre 1982, n. 646, recante la nuova fattispecie di reato rubricata, all’art. 416 bis c.p., associazione di tipo mafioso.

Nell’associazione di tipo mafioso, così prevede l’art. 416-bis, co. 2°, c.p. i membri “si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali…”

Tale fattispecie, varata nel clima particolare di omicidi eccellenti da parte della mafia, si pone come specificativa di condotte criminose che, anteriormente alla sua entrata in vigore, potevano già, per la gran parte, ricondursi alla finitima fattispecie di associazione per delinquere semplice. Quest’ultima, ex art 416 c.p.,  incrimina tutti quei sodalizi che, purchè costituiti da un minimo di tre persone, si propongano la finalità di commettere delitti, senza alcuna specificazione in ordine alla natura di questi ultimi,  con l’evidente ratio di anticipare la soglia della punibilità dalla commissione dei fatti criminosi alla loro pianificazione da parte di un certo numero di soggetti, costituendo la fondazione e l’attività di tali associazioni, già di per sé, un fattore di pericolo per la collettività meritevole e bastevole per la comminazione di una sanzione penale. Tuttavia, la pratica giudiziaria aveva evidenziato che, per la particolare natura e per le particolari condizioni ambientali in cui le associazioni di tipo mafioso venivano ad operare, spesso, esse non erano perseguibili per tale fattispecie di reato associativo, dacchè le loro finalità frequentemente non consistevano nella perpetrazione di reati, bensì nell’acquisizione di appalti, licenze o concessioni amministrave, ovvero scopi che non presentavano alcun connotato di illiceità, ma che erano tuttavia conseguiti mediante l’esercizio di un metodo (c.d. mafioso) fondato sulla violenza e la sopraffazione, nonché sullo stato di timore e soggezione ingenerato nelle collettività di riferimento dalla fama del sodalizio mafioso. In altri termini, la costituzione e la conduzione di associazioni criminose, anche molto pericolose, restava  impunita, non potendosi sanzionare un gruppo organizzato che avesse come attività quella di perseguire scopi leciti, seppure con metodi violenti, i quali soli erano passibili di punizione se ed in quanto dimostrati.

La nuova ipotesi di reato ha inteso, meritoriamente, proprio riempire questa lacuna punitiva, fornendo però una formulazione della fattispecie tipica a tratti poco chiara e passibile di plurime opzioni interpretative.

In particolare non è chiaro se la forza di intimidazione del vincolo associativo, cui l’art. 416-bis subordina la punibilità anche di condotte di per sé non costituenti reato (conseguimento di appalti, licenze e concessioni ), debba scaturire dalla semplice fama poco raccomandabile dei consociati senza alcun riscontro di pregresse azioni criminose o, se invece, sia necessario che il sodalizio abbia già posto in essere azioni  illecite di natura e gravità tale da ingenerare quello stato di soggezione ed omertà di cui parla la norma. Detto altrimenti: se si aderisce alla prima opzione ermeneutica, rientrerebbero nella fattispecie associativa anche quelle condotte dell’organizzazione finalizzate a conseguire vantaggi patrimoniali leciti (gli appalti, concessioni, etc…), accompagnate solo da una generica fama mafiosa dei consociati, senza prova alcuna in ordine alla reale e fattiva pericolosità degli stessi. In tal modo dilatando inammissibilmente lo spazio della discrezionalità del giudice nell’accertamento degli elementi costitutivi del reato. Più rispettosa dei parametri costituzionali dell’illecito penale è, invece, senza alcun dubbio la seconda delle scelte prospettate, per la quale la condizione di assoggettamento ed omertà provocata dall’associazione mafiosa deve costituire specifico tema di prova in sede processuale e deve trarre riscontro da precedenti attività criminose del sodalizio. In altri termini, l’art. 416 bis, a differenza della simile figura associativa di cui all’art. 416 c.p., non si limita a sanzionare l’intervenuto accordo associativo volto alla commissione di illeciti, ma richiede il quid pluris specificante della già conseguita fama criminale dell’organizzazione.

Altro problema assai dibattuto è quello relativo alla configurabilità, o meno, del c.d. concorso esterno nell’associazione mafiosa, ovvero se sia possibile sanzionare le condotte di chi, pur non essendo intraneo all’organizzazione criminale, fornisca, tuttavia, ad essa ausili di varia natura (materiali o morali), tali da apportare un contributo o una prestazione solo occasionale in favore del sodalizio, senza che a ciò si accompagni l’intento di affiliazione allo stesso. Tecnicamente, la punibilità di tali casi sarebbe il risultato della combinazione della norma generale sul concorso di persone nel reato ex art.110 c.p., con l’art. 416-bis c.p., oggi ammesso dalla prevalente giurisprudenza, ritenendosi dunque ontologicamente distinguibili le condotte del c.d. partecipe da quelle di chi si è determinato solo a fornire un aiuto estemporaneo ed occasionale. L’ammissibilità di tale figura è stata centrale nella conduzione di molti processi eccellenti degli ultimi anni, sebbene abbia dato luogo a forti polemiche l’esatta individuazione e definizione del contributo minimo necessario per la punibilità a titolo di concorso, tenuto anche conto che l’art. 110 c.p. predetto eguaglia, in linea di principio, le conseguenze sanzionatorie per tutti i concorrenti nel reato.

A questo punto, un ovvio corollario: la fattispecie criminosa, seppur brevemente analizzata, consente di verificare come il reato di associazione mafiosa si innesti nel solco di quella vasta legislazione c.d. d’emergenza, sollecitata dai fatti di cronaca in cui è protagonista la stessa criminalità organizzata. L’emergenza e la necessarietà delle misure non ha spesso favorito uno sforzo di coordinazione e sistemazione normativa da parte del legislatore, posto che, infatti, le tutele apprestate risultano spesso il frutto di interventi estemporanei. Da ultimo va espressa la consapevolezza che la repressione di fenomeni criminali vasti e complessi, come quello mafioso, comporta, inevitabilmente la limitazione, se non a volte l’aperta violazione, di diritti della persona costituzionalmente garantiti. Il prezzo della sicurezza, o, quantomeno della prevenzione.

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