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20/05/2007

La mattina del 1° maggio 1947, mentre a Portella della Ginestra Salvatore Giuliano e la sua banda, appostati alle pendici del monte Pizzuta, sparano sulla folla inerme di contadini e braccianti, provocando un bagno di sangue, i capi mafia del luogo, a detta di molti, si trovano poco lontano, riuniti con alcuni politici del Blocco liberal-qualunquista di Piana degli Albanesi in una tenuta della famiglia Riolo, alla presenza del comandante della locale stazione dei carabinieri, il maresciallo Lucio Portera. L'obiettivo dell'incontro sarebbe quello di dimostrare alle forze dell'ordine e alle istituzioni la loro estraneità ai drammatici fatti di Portella.

Basterebbe questo piccolo aneddoto, riportato all'epoca dai giornali della sinistra, a partire da "La Voce della Sicilia", e confermato dalle successive indagini di polizia, per capire come dietro la strage di Portella si celino ancora oggi, a distanza di sessanta anni, misteri insoluti sia sui mandanti dell'efferato eccidio, sia sulla successiva opera di depistaggio messa in campo da settori dello Stato al fine di fornire una copertura ai responsabili. In questo senso la strage del 1° maggio 1947, la prima (e purtroppo non l'ultima) della storia dell'Italia repubblicana, rappresenta un esempio riuscito di quella che, due decenni dopo, sarà chiamata la "strategia della tensione": il tentativo, cioè, operato da forze oscure, di destabilizzare la società italiana attraverso atti di estrema violenza per seminare il terrore nella popolazione civile, per ottenere una svolta in senso repressivo, per ristabilire un ordine politico orientato in senso più conservatore. Non è un caso, infatti, che le stragi arrivino quasi sempre al culmine di una forte radicalizzazione dello scontro sociale, con la quale le forze popolari tentano di conquistare maggiore reddito, più diritti e più potere. Il ciclo che si aprirà a Piazza Fontana nel dicembre 1969, per concludersi (temporaneamente) tra la primavera e l'estate del 1974 con le stragi di Piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus, rientra pienamente in questa fattispecie.

Un discorso analogo può essere fatto per la strage di Portella della Ginestra. Anche in quel caso, infatti, la spiegazione storica dell'orrendo crimine può essere ricavata dall'attenta analisi della situazione politica e sociale che si registra nella Sicilia del dopoguerra, in particolare nei territori dell'entroterra palermitano. Ecco perché convince poco la nuova ipotesi storiografica, avanzata ormai da alcuni anni, ma sulla quale non intendiamo soffermarci in questa sede, la quale tende a inserire il cruento episodio all'interno degli scenari internazionali della "guerra fredda", con un coinvolgimento "militare" dei servizi segreti americani e di elementi fascisti della Decima Mas di Junio Valerio Borghese nella strage.

Secondo l'opinione prevalente nel dibattito pubblico e nella storiografia, nell'Italia del dopoguerra l'eccidio di Portella della Ginestra rappresenta l'episodio più inquietante nel quale si manifesta il terrorismo agrario e mafioso che colpisce vittime innocenti per finalità politiche.

Da un lato ci sono i braccianti, i contadini, i mezzadri dell'Italia, del Meridione, della Sicilia, di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirrello, i quali, alla caduta del fascismo, hanno ripreso ad occupare le terre, a lavorare i latifondi incolti, a lottare per vedersi riconosciuti diritti e condizioni di vita più dignitose. A tale proposito i decreti Gullo dell'estate-autunno 1944, che propongono la riforma dei patti agrari, permettono l'occupazione dei terreni abbandonati e impediscono l'intermediazione tra domanda e offerta di lavoro (in Sicilia compiuta dai gabellotti, uomini spesso appartenenti alla mafia), favoriscono tale azione di lotta e rivendicazione; per la prima volta nella storia d'Italia le classi rurali toccano con mano la possibilità di avere quella terra tanto a lungo sognata.

Da un altro lato ci sono i grandi proprietari terrieri, i quali costringono l'isola e tante altre zone del Sud Italia in condizioni feudali, riducendo i poveri lavoratori della terra in vincoli di estrema subordinazione, sottoposti ad ogni sorta di ricatti e vessazioni. E c'è la mafia che, quando non gestisce in prima persona il latifondo, rappresenta la più importante alleata degli agrari, impegnata nel ruolo strategico del controllo e della difesa del territorio. Dopo la parentesi del fascismo, che per la criminalità organizzata ha significato una dura battuta d'arresto con tante carcerazioni e condanne, dall'estate del 1943, con lo sbarco degli Alleati e con la firma dell'armistizio dell'8 settembre, nel vuoto delle istituzioni statali la mafia recupera facilmente il terreno perduto, diventando interlocutore privilegiato degli Anglo-americani. Dopo la caduta del regime mussoliniano, per la mafia il nemico torna ad essere quello di un tempo, il movimento bracciantile e contadino che lotta contro lo sfruttamento e contro l'assetto feudale della proprietà terriera.

Emerge, in questo quadro, uno scenario di lungo periodo che affonda le radici nel grande movimento di popolo dei Fasci siciliani, sorto e subito represso dalla reazione crispina sul finire dell'Ottocento; un movimento guidato da quel Nicola Barbato, leader socialista, al quale è intitolato il "sasso", il podio naturale di Portella intorno al quale avverrà la strage. Uno scenario che prosegue e riprende con rinnovata energia all'indomani della prima guerra mondiale, nel "biennio rosso" (1919-20), quando, sull'onda dell'entusiasmo per la Rivoluzione comunista in Russia, migliaia di lavoratori in Europa e in Italia lottano, scioperano, occupano terre e fabbriche. Al "biennio rosso", però, segue il "biennio nero", quello della reazione agraria e fascista che dalla Padania alla Puglia spazza via il movimento di lotta. In Sicilia l'alleato privilegiato dagli agrari diventa la mafia. A Piana degli Albanesi, il paesino che conterà il maggior numero di vittime nel 1947, la criminalità organizzata uccide Vito Stassi, Segretario della locale Camera del Lavoro (28 aprile 1921), e due dirigenti socialisti, i fratelli Vito e Giuseppe Cassarà (5 maggio 1921). Il terrore tra i contadini è seminato da Ciccio Cuccia, che i documenti indicano come capo mafia di Piana, il quale sarà per un breve periodo, negli anni Venti, sindaco del paese, prima di essere arrestato dal fascismo nel 1926.

Considerati gli antecedenti, è più facile comprendere il lavoro "sporco" che la mafia riprende a compiere nel secondo dopoguerra. La lista dei sindacalisti, lavoratori, capilega uccisi tra il 1945 e il 1947 è impressionante: nel 1945 cadono Nunzio Passafiume a Travia, Giuseppe Scalia a Cattolica Eraclea, Agostino D'Alessandro a Ficarazzi e Giuseppe Puntarello a Ventimiglia Sicula; nel 1946 Gaetano Guarino e Marina Spinelli a Favara, Pino Cammileri a Naro, Giovanni Castiglione e Girolamo Scaccia ad Alia, Giuseppe Biondo a Santa Ninfa, Andrea Raja a Castedaccia, Paolo Farina a Comitini, Nicola Azoti a Baucina; nel 1947 Accursio Miraglia a Sciacca, Nunzio Sansone a Villabate, Leonardo Salvia a Partinico e Pietro Macchiarella.

Perché tanta violenza? Perché il movimento di lotta nel frattempo cresce e l'avanzata delle sinistre si fa sempre più pericolosa. Nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946, quando il Meridione e la Sicilia votano quasi compatti per la Monarchia, a Piana degli Albanesi i 4/5 dei votanti sono per la Repubblica. Nelle elezioni amministrative del 27 ottobre 1946, il PCI a Piana ottiene da solo la maggioranza assoluta (la DC neanche si presenta per il timore della disfatta), stravince a San Giuseppe Jato e San Cipirrello, mentre a Corleone rappresenta la minoranza rispetto alla maggioranza socialista. Nelle elezioni regionali del 20 aprile 1947, il Blocco del Popolo (comunisti e socialisti) va persino oltre i risultati dell'anno precedente. Per il blocco reazionario, liberale, qualunquista è giunto il momento della vendetta. L'occasione non può che essere il 1° maggio, la Festa del Lavoro.

A Portella della Ginestra, dove confluiscono i lavoratori di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirrello, i morti sono undici (Vito Allotta, Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Lorenzo Di Maggio, Filippo Di Salvo, Giovanni Grifò, Castrenza Intravaia, Vincenza La Fata, Serafino Lascari, Giovanni Megna, Francesco Vicari, cui si aggiungerà alcuni mesi dopo la dodicesima vittima, Vita Dorangricchia), i feriti ventotto. A sparare è il bandito Giuliano, che nei mesi precedenti è stato coperto dalla mafia e che, quando tale copertura verrà meno, sarà ucciso in circostanze mai chiarite; nella banda ci sono il cugino Gaspere Pisciotta, morto avvelenato nel carcere di Viterbo, e Salvatore Ferreri, detto Frà Diavolo, confidente del Capo della Polizia Messana, la cui morte è anch'essa (è quasi superfluo ricordarlo) avvolta nel mistero.

L'indomani, 2 maggio, mentre l'Italia si prepara allo sciopero generale indetto dalla Confederazione Generale Italiana del Lavoro, si svolge un animato dibattito nell'Assemblea Costituente che vede contrapposte la versione "minimalista" del Ministro degli Interni Mario Scelba (si tratta di un semplice episodio di banditismo) e la versione "politica" sostenuta da Girolamo Li Causi, leader dei comunisti siciliani. In un corsivo apparso quella mattina su "La Voce della Sicilia" Li Causi ha chiamato direttamente in causa la mafia, definita la "belva scatenata". Le parole pronunciate nell'Assemblea non sono meno esplicite e dirette: "I nomi dei probabili organizzatori della strage sono corsi sulla bocca di tutti e noi li facciamo, perché li abbiamo fatti sulla stampa e i contadini della zona li conoscono […]. Sono i Terrana, gli Zito, i Brusca, i Romano, i Troia, i Riolo-Matranga; sono i capi-mafia, sono i gabellotti, sono gli esponenti del partito monarchico o del blocco liberal-qualunquista di San Giuseppe Jato".

Oggi, mentre celebriamo il sessantesimo anniversario dell'eccidio di Portella della Ginestra, appare difficile contestare le affermazioni del deputato comunista. Non abbiamo, e probabilmente non avremo mai, una verità giudiziaria. Abbiamo, però, una verità storica che è necessario difendere e sostenere.

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