Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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30/05/2007

Avevo quattordici anni quando andai in Inghilterra per la mia prima vacanza-studio. Fui molto sorpresa allora nello scoprire la pessima fama di cui godeva la regione d’Italia da cui provengo, la Sicilia. Per i miei compagni francesi e tedeschi e spagnoli, per i miei insegnanti e le host families,  Sicilia e mafia erano praticamente sinonimi. Ho trascorso tutta l’estate a spiegare che, pur vivendo in Sicilia, la mafia io non l’avevo mai vista. Che la mafia non è cosa di tutti i siciliani, ma solo di quelli che vivono in un determinato ambiente e fanno determinate cose. E nel fare quei rilievi, non facevo che dire la verità, che scrutinare la vita e i problemi e i legami della mia famiglia e non trovarvi altro che normalità. La mia è una famiglia normale – mi dicevo -  una famiglia medio borghese della provincia italiana. Che il nostro essere siciliani dovesse esporci ad una particolare vulnerabilità rispetto al potere mafioso, mi risultava quindi un tale azzardo, da farmelo apparire quanto meno una valutazione infondata, una semplificazione hollywoodiana, insomma.

Di questo sono stata profondamente convinta. Almeno fino ad un paio d’anni fa quando, a trentanni suonati, e da almeno dieci stabilmente residente lontano dalla Sicilia, la mafia improvvisamente irrompe nella mia vita.

La casa al mare

Avevo appena comnciato il liceo quando i miei, a metà degli Anni Ottanta, comprarono la casa al mare. Cinquanta metri quadri in condominio a pochi metri dalla spiaggia. Bei giardini, grande tranquillità, amici piacevoli. Ne ero entusiasta.

Per i miei, quella casa era il coronamento di un viaggio sociale iniziato dal nulla di un passato contadino e finito nel tutto del benessere borghese.

In quella casa al mare è scritta la storia di una famiglia ordinaria, in una città di provincia, Messina, non particolarmente bella né particolarmente siciliana. In quella casa c’è la storia di una famiglia che scopre d’un tratto che in Sicilia nessun terreno è sicuro. Che l’onestà non ti immunizza dal virus. Che in Sicilia, un mafioso che per caso ti trovi vicino di casa, può appiccare un incendio e distruggerti la casa e portarti via i ricordi e la dignità. Può farlo nel silenzio connivente delle tante persone normali che, come te, subiscono ma poi tacciono.

E tacciono quando è il momento di testimoniare la verità, negando fatti, adducendo amnesie, lasciandoti solo a spiegare perché uno come te, che con la mafia, il potere, il denaro non c’entra niente, possa vedersi la vita sconvolta dalla mafia. Possa scoprire che la città nella quale ha sino a quel momento vissuto una vita civile normale, possa d’improvviso sfoderare la faccia aberrante della mafiosità, senza neppure darti il tempo di munirti di anticorpi. Possa scoprire che lo Stato non esiste, che essere cittadino in Sicilia non è come esserlo nel resto d’Italia e che la giustizia, nel nostro paese, è solo un’esercizio di retorica, ipocrita e colposo.

I vicini lì al mare sono sempre stati il nostro cruccio. Grezzi e rumorosi, quelli alla nostra sinistra. Spocchiosetti ed ipocriti, quelli alla nostra destra. Ma i più erano gente come noi: il medico, l’avvocato, il professore, l’insegnante. Famiglie borghesi, normali. E poi, cinque case più in là, c’erano loro, i “mafiosi”. Erano i soli condomini a vivere lì stabilmente, tutto l’anno. Ufficialmente gestivano un ristorante in zona, molto in voga allora nella Messina intrigona e benestante.

Avevano tre case, una per figlio. La figlia faceva la commessa all’Emporio Armani, cosa che le conferiva uno status che in epoca paninara tutti noi ragazzini consideravamo una specie di eden. Il figlio minore si occupava del ristorante, era molto posato e in giro lo si vedeva poco. Il primogenito era il “duro” di casa. Non aveva un lavoro, neppure formale. Era pieno di donne e macchine sportive e vestiti griffati e arroganza. I genitori erano l’emblema degli “arricchiti”, cafoni e naif ma potevano, tuttosommato, apparire persino simpatici.

I primi anni, quindi, la convivenza con “loro” non era un problema per nessuno.

Okkey, c’era quel figlio “criminale” che finiva dentro ogni due per tre ma che più spesso era consegnato ai “domiciliari”, lì al mare, per l’appunto, fornendo a noi villeggianti quel briciolo di “sconveniente” che serviva a vivacizzare le chiacchiere in spiaggia, altrimenti così ordinarie. Chi aveva la ventura di vivere nei pressi del “recluso” raccontava in spiaggia i dettagli esclusi alla vista dei più, le parole rubate, le intenzioni carpite. E poi c’era la farsa dei carabinieri che arrivavano ogni mattina alle 9 in punto per accertare la reclusione. Stavano non più di due minuti. Rimontavano in macchina e dopo neppure 30 secondi lasciavano il posto a quel “brutto ceffo”, il braccio-destro del criminale. Sbucava chissà da dove, puntuale come i carabinieri. Andava dritto a casa del “recluso”, ci stava giusto il tempo di un caffè, e poi riusciva, stavolta insieme al capo.

Lui, il “recluso”, come fosse uno di noi, come fosse anche lui in vacanza - spensierato, abbronzato, allegro – ogni giorno lasciava il domicilio da cui non avrebbe dovuto allontanarsi mai, talvolta per andare in spiaggia o fare un giro in motoscafo, più spesso per montare in macchina e sparire fino a tarda notte.

Che io mi ricordi, quell’estate non si parlava d’altro. Gossip e retorica e storie e allegria. La nostra era più che semplice tolleranza, più che superficialità colposa. La “famiglia” in fondo rappresentava una garanzia, per la tranquillità condominiale. Finchè fosse stata lì, finchè fosse stata sotto il controllo dei carabinieri, il suo interesse ad una situazione tranquilla avrebbe coinciso con il nostro. Niente furti, ad esempio. Niente atti vandalici, niente piccola criminalità ché, su terreno mafioso, un affronto del genere sarebbe inconcepibile. Quindi, tuttosommato, bene così.

Passano gli anni e le cose per la “famiglia” cominciano a mettersi male. Il declino si avverte nel condominio con la vendita di una delle case, e poi con l’affitto di una seconda, quindi la cessione del ristorante.

La famiglia si smembra. Il figlio minore va a  lavorare chissadove. La figlia si sposa e lascia la città. Il padre muore. Alla fine degli Anni 90, del clan sono rimaste le spoglie. Confinati ormai in un solo appartamento vivono adesso solo la madre e il figlio criminale, il cui excursus delinquenziale, pur appaerentemente marginale, lo vede coinvolto nel giro della mafia messinese, che – sino ad allora ignorata dalle grandi inchieste dell’antimafia - proprio in quegli anni si va scoprendo assai più insidiosa e pericolosa di quanto comunemente ritenuto.

Entra ed esce di galera, il tipo, e quando esce, sta lì al mare con la madre. Lo splendore degli anni precedenti ha ormai lasciato il posto all’arroganza dell’esaltato, del cocainomane. Gira nel condominio con una colonia di rottweiler e pittbull e meticci feroci che, liberi, si impadroniscono degli spazi comuni e della spiaggia e dei giardini privati e degli appartementi come fosse tutto loro. È un’ecatombe di ortensie e pratini  all’inglese, di salottini in vimini e materassini incustidi. E poi il coprifuco coatto, di bambini e adulti, asseragliati in casa al passaggio dei razziatori. 

Tra le vittime – il dottore x, l’ingegnere y – timidamente si avanzano le prime lamentele. L’amministratore del condomio denuncia la propria impotenza e invita i singoli a sporgere denuncia a proprio nome. Poi si tenta con la persuasione; la signora x, e la madama y, in amicizia, cercano di ricondurre la donna della “famiglia” a ragionevolezza. Invano: opinare sulla libertà dei suoi cani – peggio, di suo figlio - significa mancarle di rispetto. Cosa che evidentemente nessuno intende fare.

C’è chi, nell’anonimato, prova allora la strada dell’accalappiacani ma, dopo le minacce subite, il personale del Comune si rifiuta di intervenire. Arrivano le prime denunce, ma alle forze dell’ordine la questione non pare interessare.

Trascorrono così un paio di stagioni. Nel condominio, prevale ormai la rassegnazione e davanti ad una situazione apparentemente senza uscita, molti decidono di vendere o affittare, comunque di andarsene via. Ma c’è anche chi, come i miei, confida invece che le cose prima o poi si risolveranno. Ed invece le cose invece precipitano nel volgere di una notte. 

Lo sgarro

La “famiglia”, negli anni, ha accumulato un pesante debito con il condominio. Non solo.

Alla vigilia di un’assemblea, che tra i punti all’ordine del giorno pone proprio la loro morosità, questi – tramite il proprio legale - trasmettono all’amministratore la volontà di intentare causa al condominio per i danni subiti da una loro automobile – nella fattispecie, la carcassa di un’auto abbandonata in un vialetto del condominio, dove non sarebbe consentito “parcheggiare”. Un rudere di lamiera carbonizzata, portato una notte di cinque anni prima, piazzato lungo il viale di accesso al mare e da lì mai più sgomberato. Da cinque anni si chiede all’amministratore di intervenire, e da cinque anni l’amministratore risponde: “non posso”. In fondo, è un padre di famiglia pure lui.

Tutto questo rende francamente indifferibile la controffensiva.

Mio padre decide così di andare alla riunione. Va e dice quello che tutti si dicevano sottovoce: che bisogna procedere con l’ingiunzione di pagamento. Che bisogna replicare, alla pretesa dei mafiosi, con una contro-richiesta di risarcimento per uso abusivo di spazio condominiale. E che è giunta l’ora per il condominio di pretendere anche il risarcimento per i numerosi danni arrecati dai cani.

L’intervento viene verbalizzato. Nessun altro condomino prende la parola.

Due notti dopo, un incendio distrugge completamente la nostra casa.

Un fuoco che va avanti per ore e che fa in tempo a far sparire tutto, persino i muri, prima di estinguersi. Nessuno chiama i vigili del fuoco. Eppure, a detta dei periti, le fiamme e il fumo avrebbero potuto vedersi anche da lontano.

Solo tre case più in là, ad esempio, c’era della gente. Avrebbero potuto chiamare i soccorsi ma loro, dicono, quella notte non si accorgono di nulla. Né quella notte, né la mattina dopo quando passano davanti a quel rudere di macerie che, in poche ore, ha preso il posto di una facciata bianca e fiorita e ordinata. Non se ne accorgono manco allora.

Né loro né nessun altro avverte la polizia, o l’amministratore i o pompieri o i miei. Né quella notte nei nei due giorni successivi, quando di gente lì ne è passata tanta.

Quando mio padre lo scopre sono già passati tre giorni dall’incendio.

È una domenica di primavera e, come ogni domenica, c’è da lavorare in giardino. È un uomo di 70 e passa anni, mio padre. Quel giorno insieme a lui ci sono due operai che avrebbero dovuto dare una sistematina alla grondaia. Arrivano al cancello di ingresso. I due sono basiti: si aspettavano una casa, non un buco nero. Mio padre crede di avere un problema agli occhi. “Non vedo la casa” - dice. E lo ripete ancora, a voce più alta - “Non vedo la casa”  - mentre percorre i venti metri che lo separano dall’ingresso. E lo ripete finché – sommerso dalla puzza di bruciato e dalla montagna di macerie - si accascia a terra, piangendo.

Il corso della giustizia

La perizia dei vigili attesta il dolo. Parte la denuncia. ma passa un mese e il caso non è ancora sul tavolo del gip. Mio padre chiama ogni giorno, la questura e la procura, ed ogni giorno gli ripetono che è questione di poco. Ma più passa il tempo, più diminuisce la probabilità di ricavare prove, più aumenta la disperazione, l’incredulità dei miei genitori per un ritardo tanto inspiegabile, tanto ingiusto. La pratica ci mette due mesi ad arrivare dal giudice quando ogni tentativo di rintracciare prove sulla scena del crimine è ormai inutile.

Le accuse circostanziate di mio padre non sono verificabili. Né supportate dalle testimonianze degli altri condomini. Nessuno si ricorda più dei cani, delle devastazioni, delle minacce. Peggio, si crea tra i villeggianti del condominio un fronte comune contro quei testardi dei miei che pretendono di tirarli in ballo – mettendone a repentaglio l’incolumità – facendoli chiamare a deporre.

Mio padre ormai è un pellegrino in quotidiana udienza dal gip. Ne invoca la clemenza, mio padre. In nome della giustizia. Ma il giudice senza prove non procede. E mio padre cerca di dargliele quelle prove, fornendo tutti i nuovi dettagli che gli tornano in mente, suggerendo nuove piste, chiamando nuove testimonianze. Poi succede che il “sospetto” – indagato per altre questioni – in un’intercettazione telefonica allude al nostro caso.

Non si tratta ancora di prove ma di indizi sì. E questi nuovi indizi, insieme a quelli forniti dai miei, potrebbero portare al processo. Ma sarebbe un processo indiziario. Quindi con l’elevata probabilità di risolversi con l’assoluzione dell’accusato ed una condanna per diffamazione a carico dell’accusatore, mio padre.

Insomma, dice il Gip a mio padre: “Lei se la sente di affrontare tutto questo? Di rischiare, non solo la condanna, ma la sua stessa incolumità e quella della sua famiglia. Di rinunciare alla serenità e vivere nella paura, senza avere la minima speranza di ricavare giustizia?”

No, mio padre non se l’è sentita. Non per se stesso, a cui ormai quella storia ha tolto la dignità quindi la vita. Non se l’è sentita di costringere noi in quell’inferno. Ed ancora non so se sia poi stata la scelta giusta.

Epilogo

La casa dei miei è stata ricostruita.

È in corso una causa con i vicini: vogliono il risarcimento dei danni provocati dall’incendio alle loro proprietà!

I mafiosi - madre e figlio - stanno ancora lì. Gli hanno detto di non sgarrare, gli hanno portato via i cani. Sono stati tranquilli un paio d’anni, poi hanno ricominciato. Nuovi cani, nuove intemperanze e persino nuovi attentati, contro i nuovi arrivati che, ignari, hanno assunto posizioni incaute. A loro è andata meglio che ai miei, perché qualcuno, vedendo le fiamme ha avuto la bontà d’animo di chiedere l’intervento dei pompieri.

In fondo, avevano proprio ragione loro, i ragazzini della mia prima vacanza-studio.

La Sicilia è questa roba qui. Non c’è spazio per costruirsi una vita, una vera vita civile. Non c’è diritto di cittadinanza, non c’è giustizia, amicizia, responsabilità. Non c’è neppure un discrimine tra legalità e illegalità. Perché Messina – la Sicilia – è asfissiata da una metastasi mafiosa che centellina l’ossigeno civile, quel tanto che basta a mantenere in vita, “la coscienza dei siciliani”. È, la nostra, una normalità diversa, ma in fondo non più impegnativa della normalità normale. È la normalità  mafiosa in cui basta girarsi dall’altra parte, basta non sgarrare, basta non aver la pretesa che Sicilia e mafia non siano  esattamente la stessa cosa.

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