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Intervista
11/09/2007
Biografia
Francesco Forgione è nato a Catanzaro nel 1960. Giornalista professionista, ha studiato sociologia a Salerno. Dirigente politico, eletto nel 2006 alla Camera dei Deputati con il Partito della rifondazione comunista, è presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare. Nel 1993 è autore, con Paolo Mondani, di “Oltre la Cupola. Massoneria, mafia e politica” edito da Rizzoli. Nel 2004 è autore di “Amici come prima”, pubblicato da Editori Riuniti, sui rapporti tra mafia, politica ed economia dagli anni novanta a oggi.
Abstract
La Commissione parlamentare antimafia, mafie italiane e mafie estere, la struttura di Cosa nostra dopo gli arresti di Riina e Provenzano, la struttura della ’ndrangheta e della camorra, gli stupefacenti e i rifiuti, il racket, il “pizzo”, il contrasto ai patrimoni, la repressione, la risposta dello Stato, il codice etico per i partiti.

Presidente Forgione, il dossier sulla Mafia di Sintesi Dialettica ha finalità specificamente didattiche. Può, innanzitutto, descrivere l’attività e la struttura della commissione parlamentare che presiede? Per precisione, ricordiamo la sua denominazione esatta: Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare.

La commissione è la più grande e anche la più importante del Parlamento italiano. Ci sono cinquanta componenti, (25 Senatori e 25 Deputati) ed è una commissione d'inchiesta nel senso che ha poteri d'inchiesta identici a quelli della magistratura, fatto salvo il potere di arresto - che è stato modificato in questa legislatura nella legge istitutiva - e il potere di disporre intercettazioni telefoniche, anch'esso modificato in questa legislatura. La commissione è nata per indagare sui fatti di mafia, quando per mafia s'intendeva solo quella siciliana. Nella legge istitutiva dell’attuale legislatura abbiamo, a partire dalla denominazione, allargato il campo d'inchiesta verso i fenomeni mafiosi e similari, dunque alla ’ndrangheta, alla camorra e alla sacra corona unita innanzitutto. Abbiamo esteso il campo d'inchiesta anche alla presenza delle organizzazioni criminali che sono sul nostro territorio e che ormai assumono un significato particolare sia in termini di capacità finanziaria, sia in termini di sistema di relazioni tra le diverse attività criminali. Alcune attività le mafie italiane le delegano quasi per intero alle mafie straniere. Ormai non si parla solo delle organizzazione balcaniche e albanesi, ma anche della mafia russa, di alcune organizzazioni criminali rumene, alcune africane come quelle nigeriane. Allora il campo della Commissione Antimafia si è esteso fotografando una nuova realtà degli insediamenti e delle presenze criminali nel nostro Paese e penso che questo sia giusto perchè siamo di fronte a una realtà molto complessa che non riguarda più soltanto le grandi città, ma anche la provincia.

Il fatto che le organizzazioni mafiose italiane deleghino a organizzazioni straniere talune attività comporta per esse minori guadagni o rischi?

No. Se penso alla droga, il grande controllo delle porte di accesso della cocaina, e mi riferisco al ruolo che ha la ’ndrangheta dall'America latina all'Europa, il grande traffico è gestito dalle organizzazioni criminali italiane. Ma spesso lo spaccio su diverse piazze viene delegato a organizzazioni straniere. Se penso anche al reato classico della tratta delle persone finalizzato alla prostituzione, in questo campo vedo quasi un'egemonia, soprattutto al nord, delle mafie o balcaniche o anche dai paesi dell'est che sono entrati da poco a far parte dell'Unione Europea. Spesso queste organizzazioni portano in Italia cittadini europei, non si tratta di extracomunitari come i nordafricani clandestini. Eppure se penso alle organizzazioni africane e in particolare a quella nigeriana, non solo c'è un'attività legata alla tratta e alla gestione dei clandestini sul territorio nazionale ma anche l’attività legata alla droga, in particolare al traffico delle droghe leggere. Queste organizzazioni hanno una propria forza quasi delegata dalle nostre organizzazioni locali. La mafia cinese, inoltre, è presente in intere aree produttive come ad esempio il lavoro nero sommerso nel tessile, non solo in realtà come quelle toscane ma anche nei territori controllati dalla camorra. In questo caso si tratta di una sorta di compartecipazione di affari, o perchè queste mafie pagano il pizzo alle nostre mafie, o perchè c'è un sistema di relazioni in cui una parte produce e l'altra subisce il prodotto. Mi riferisco in particolare alle false griffe della moda.

Com’è cambiata, sul piano organizzativo, la struttura di Cosa nostra dopo l'arresto di Totò Riina e di Bernardo Provenzano?

La Commissione Antimafia è stata a Palermo proprio per tentare di capire che tipo di processo di riorganizzazione sta avvenendo dentro Cosa nostra dopo l’arresto di Provenzano. Oggi si ridefiniscono gli equilibri tra i diversi mandamenti, il rapporto tra città e provincia, torna centrale il rientro dei boss scappati durante gli anni della guerra di Riina, e il cambiamento non è solo sul piano della riorganizzazione militare, ma anche su quello del rapporto con le attività economiche, imprenditoriali e finanziarie. La finalità è far riconquistare un ruolo a Cosa nostra in una dimensione internazionale nel quale la ’ndrangheta ha avuto, negli ultimi anni, un'egemonia indiscussa. Cosa nostra è stata l'organizzazione, secondo me, che ha sfruttato meno le opportunità date dalla globalizzazione. È stata colpita più di altre dal fenomeno dei collaboratori di giustizia, sicuramente molto di più della ’ndrangheta per la diversità di struttura.

Cosa nostra ha deciso di evitare lo scontro frontale con lo Stato (strategia di Riina e Bagarella) e assumere un livello di penetrazione nel tessuto economico-produttivo e nella politica. É un ritorno all’antico e ciò le ha consentito di accumulare una forza che era stata colpita sia dalla repressione, sia dall’inasprimento della legislazione applicata dopo le stragi.

Io penso che la storia dei corleoneosi - così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi vent’anni - sia una storia chiusa. Penso anche che il centro di Cosa nostra si stia spostando sulla città di Palermo e sulla dimensione che non scinde più il confine tra militare ed economico-imprenditoriale. Oramai le attuali mafie dispongono di una tale quantità di denaro che diventa sempre più egemone una borghesia mafiosa, senza la quale questi soldi non potrebbero essere né reinvestiti, né reinseriti nel circuito legale.

Dobbiamo abituarci sempre più ad una direzione della mafia verso chi gestisce i rapporti con le banche, con le finanziarie, con la politica e con la pubblica amministrazione. Questa è la novità.

Dopo l’arresto di Provenzano e dopo la lettura dei suoi “pizzini”, chiunque, nella magistratura come nel giornalismo, sbaglia a sottovalutarlo perché oggi si sa che dal sistema degli appalti alla sanità, dei grandi centri commerciali, della distribuzione alimentare, del sistema degli appalti nella pubblica amministrazione, si è passati ad un sistema in cui la dimensione economico-imprenditoriale prevale su quella criminale.

Durante e dopo l’arresto di Provenzano, c’è la grande operazione “gotha”, quella che ha svelato tutto il sistema dei mandamenti cittadini. Si è scoperto che si tratta di imprenditori, politici, notai e medici. Quest’ultimi sono in particolare presenti perché la sanità è diventata un territorio importante di controllo e investimenti mafiosi, perché è la principale voce dei bilanci delle regioni e rappresenta, dunque, uno straordinario centro di potere.

Io penso che dobbiamo abituarci a questa nuova natura di Cosa nostra e probabilmente non avremo neanche una “cupola” come l’abbiamo conosciuta in passato, con un capo al vertice che decide tutto. E questo, nonostante oggi sia in atto uno scontro di egemonia e bisogna capire dove porterà. Dobbiamo, inoltre, abituarci ad una dimensione più confederativa per partite di affari.

Io penso che in ogni caso il baricentro è su Palermo, la città è il cuore della nuova direzione che  non è scissa dalla dimensione economico-finanziaria-imprenditoriale. Quest’ultima non è più quella del passato, che serviva in modo collaterale a investire i soldi della mafia. Oggi essa assume sempre di più un ruolo di direzione diretta.

Presidente Forgione, può illustrare e descrivere la struttura organizzativa della ’ndrangheta? Anch’essa ha, o ha avuto, una “cupola”? La sua struttura è piramidale?

La ’ndrangheta sicuramente si. É una struttura verticale chiusa di natura familiare. Il livello di direzione è dato dal livello di appartenenza alla famiglia (’ndrina), e questo l’ha resa fortissima perché, essendo costruita sulla struttura familiare, è stata la meno colpita dal fenomeno dei collaboratori di giustizia. Per fare un esempio, se ti penti poi devi denunciare tuo fratello o tuo cognato o tuo cugino. Questo ha reso la ’ndrangheta fortissima negli anni della repressione dopo le stragi, tra l’altro con una funzione molto concentrata in Sicilia, anche perché era l’organizzazione meno conosciuta. In una regione come la Calabria dove c’è una debolezza strutturale della politica e dove c’è una forza pervasiva anche della massoneria – la ’ndrangheta è l’unica organizzazione che prevede un livello di compartecipazione con gli equilibri massonici – la ’ndrangheta ha conquistato moltissimo potere sul piano internazionale, perché è riuscita a conquistare le rotte della droga. Sul piano regionale ha un controllo totale del territorio - in particolare ha come punto di riferimento il porto di Gioia Tauro – e anche sul piano nazionale è molto presente. Oggi gran parte delle attività economiche della Lombardia e del Piemonte sono fortemente condizionate dalla ’ndrangheta. Io penso che questo fenomeno sia da approfondire. Per questo motivo abbiamo deciso come Commissione Parlamentare Antimafia di giungere alla prima relazione parlamentare sulla ’ndrangheta. Ce ne è stata una sulla Calabria ma non sulla ’ndrangheta.

L’ultima relazione parlamentare di una commissione sulla mafia al Nord è del 1993 – relazione Carlos Muraglia. Io penso che vada recuperato questo tempo perché occorre giungere ad una relazione sulla ’ndrangheta che fotografi anche il suo insediamento nel settentrione d’ Italia.

E la camorra, invece, come è strutturata?

La camorra, anche per la composizione sociale nel tessuto napoletano, è l’organizzazione meno inquadrabile dentro regole rigide. Quando hanno provato a inquadrarla in modo strettamente gerarchico, sia con Raffaele Cutolo con la nuova camorra organizzata, sia con la risposta della nuova famiglia - degli scissionisti (n.d.r.) - è finita in un bagno di sangue. Siamo di fronte ad un disordine sociale organizzato nel quale la camorra assume un ruolo sia di agente del disordine, sia di regolatore del disordine sociale. Questo è difficilmente inquadrabile dentro uno schema verticistico come potrebbe essere quello della mafia siciliana in cui si parla di famiglie. A Napoli, infatti, si parla di clan.

Tuttavia, in questi anni la camorra ha raggiunto un forte livello di controllo di tale disordine che si traduce in malessere e degrado sociale dell’aria napoletana e casertana; e questo la rende davvero pericolosissima, perché spesso i suoi conflitti interni sono fuori da ogni controllo. Si registrano 70 morti dall’inizio dell’anno in una guerra a bassa intensità di cui nessuno si occupa se non i giornali locali. Questi sono tutti morti di camorra.

Le piazze della droga a Napoli, da dati ufficiali, sono 100 e producono al giorno 50.000 euro ciascuna. Da questo dato ci si può render conto della vastità del mercato partenopeo degli stupefacenti. Le droghe, peraltro, non soddisfano solo il fabbisogno locale, ma agiscono come piazze di smistamento per il mercato nazionale. La partita della droga è fondamentale come quella del porto di Napoli e dei rifiuti. I rifiuti sono il classico caso in cui si crea un’emergenza, la si rende permanente e, dentro tale emergenza permanente, emerge la debolezza di una politica che ad un certo punto, sfocia in connivenza. Si deve intervenire perché c’è l’emergenza, e come si interviene? Con le ditte presenti nel territorio. E se le imprese disponibili, quelle di movimentazione e di raccolta dei rifiuti, sono solo quelle della camorra? Allora, il guadagno sarà solo della camorra.

Io penso che oggi la camorra vada analizzata soprattutto per i suoi effetti sociali e per la sua enorme capacità di  muovere ricchezze anche dal Nord Italia all’Est Europeo. Io, in questo senso, ritengo che i patrimoni della mafia siano il tema centrale per un’azione di contrasto che vada oltre la repressione. Il cuore dell’aggressione alle mafie è l’aggressione alla loro dimensione economico-finanziaria ed imprenditoriale. E, per questa via, si aggredisce il nodo dei rapporti tra mafia e politica, che rimane un nodo centrale, perché è presente nella sanità, nel sistema imprenditoriale, nella gestione dei flussi di denaro, nel finanziamento alle imprese, nei rifiuti. La pervasività del sistema di relazioni con la politica è l’altra faccia della forza economico-sociale che le mafie riescono a dispiegare sul territorio. L’una tiene l’altra. Forse in passato il rapporto con la politica serviva solo ad accumulare ricchezza. Per fare un esempio, con il sistema Ciancimino occorreva il contatto con la politica per controllare i processi urbanistici e, per questa via, gli appalti; si stringevano patti con la politica e i soldi si reinvestivano nelle attività criminali.

Oggi è diverso. Le mafie hanno a disposizione enormi disponibilità di capitali in ragione tale da consentire loro di contrattare con la politica. Questi soldi, poi, si disperdono nell’economia legale all’80%, assumendo essi stessi la soggettività politica e la rappresentanza diretta nelle istituzioni. Questo è il salto di qualità oggi in atto.

Quale dimensione e che impatto assume il sistema bancario nella gestione dei fondi della mafia?

È fondamentale. La commissione si annovera il merito di aver portato per la prima volta dopo dieci anni il governatore della Banca d’Italia in audizione. Perché? Perché il ruolo delle banche è centrale, perché i soldi si ripuliscono nelle banche e perché esse non denunciano le operazioni sospette e quando le denunciano avviene dopo che vengono a conoscenza delle indagini della magistratura. Questo è gravissimo perché per legge le banche dovrebbero denunciare tutte le operazioni sospette.

Qui c’è un problema della politica e del parlamento perché non si possono fare centinaia di convegni sulla dimensione finanziaria ed economica-imprenditoriale delle mafie e poi non adeguare la legislazione e l’azione di contrasto chiamando ognuno ad un’assunzione di responsabilità sia individuale che come categoria e istituzione. Ciò avrebbe una coerenza nell’operazione di contrasto. Le banche rappresentano la rete più estesa della connivenza con gli interessi finanziari della mafia. I soldi vengono ripuliti lì. La politica non ha avuto la forza di approvare una buona legge come quella sull’anagrafe dei conti correnti - legge Mancino del 1993 mai applicata in 15 anni. Da qui, quando si arresta un mafioso e gli si vogliono congelare subito i conti correnti, il mafioso, o l’amministratore del mafioso, ha tutto il tempo per svuotarli e movimentarli via internet in uno dei tanti paradisi fiscali del pianeta. Noi non abbiamo neanche la possibilità, attraverso l’anagrafe dei conti correnti e l’anagrafe degli immobili, di capire anche gli spostamenti di proprietà e le movimentazioni catastali. Manca, quindi, la possibilità di intervenire proprio lì dove si concentra il potere mafioso.

Su questo aspetto dovrebbe convergere una diversa volontà politico-istituzionale e soprattutto bisognerebbe aggredire un santuario che finora non è stato toccato. Finchè noi non aggrediamo il santuario del mercato, non possiamo farcela a sconfiggere le mafie, perché esse vivono di questo.

100.000 milioni di euro all’anno è l’ammontare di movimentazione delle mafie di cui almeno il 60% entra nell’economia legale. Da qui si apre il problema della rintracciabilità dei flussi e dei patrimoni.

Le mafie non hanno più la coppola e la lupara dei film in bianco e nero. Hanno capito che investire in patrimoni è rischioso per cui “finanziarizzano” le loro attività. E per colpire questo livello di “finanziarizzazione” e intercettarne i flussi, bisogna aggredire il sistema bancario.

Presidente Forgione, lo Stato è soccombente? È un quesito che ci hanno posto molti tra gli studenti di liceo che abbiano contattato.

Io penso che lo stato abbia ottenuto tanti grandi risultati. La dimensione militare delle mafie è stata fortemente colpita dopo le stragi. Noi sequestriamo ogni giorno milioni di euro alle mafie. Ma le mafie hanno la capacità di rigenerarsi, sia negli uomini, sia nelle attività.

Noi dobbiamo costruire una volontà politica in grado di aggredire le mafie nella loro presenza e capillarità nel tessuto sociale, economico, produttivo e anche istituzionale e qui io penso che dobbiamo fare molto di più.

Manca, di fatto, una volontà adeguata, e quando pongo questo problema mi rivolgo ad ogni schieramento e forza politica. Non c’è un livello di consapevolezza adeguato sulla natura della presenza di queste mafie e della loro incidenza nel tessuto economico-sociale. C’è il problema degli imprenditori, i cui rapporti con le mafie sono ben al di là della convivenza. Se si guardano le denunce volontarie per racket e pizzo, su quelle poche che ci sono, perché a Palermo sono meno di dieci, le settecento di Napoli provengono solo da piccoli e medi imprenditori e commercianti. Questi sono quelli che non ce la fanno più perché, oltre alla crisi che le politiche economiche e sociali hanno determinato, debbono anche pagare il pizzo, e quindi denunciano. Ma non c’è una grande impresa del Nord o del Sud che denuncia. O convive o scende a patti con la mafia, perché gli imprenditori del Nord, che per abbattere i loro costi sullo smaltimento dei rifiuti industriali scelgono la camorra, lo fanno consapevolmente; oppure grandi aziende del “made in italy” che per fare i loro prodotti griffati e abbattere i costi, quando non delocalizzano nei paesi dell’Est o in Cina, scelgono i laboratori della camorra di San Giuseppe Vesuviano.

Per questo io rifiuto l’idea di un’azione di contrasto che si fa per emergenze. Purtroppo siamo di fronte ad un sistema di normalità di relazioni delle organizzazioni. E questo pone un problema di analisi della società; di rapporto tra società e potere; di pervasività delle organizzazioni criminali. Dentro questi processi noi abbiamo bisogno di ridare forza all’attività repressiva. É indecente che la metà degli uffici giudiziari del Sud nei ruoli di dirigenza siano scoperti. Come si può lasciare per mesi e anni senza procuratore Reggio Calabria, Catania, Caltanissetta? C’è un problema anche del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura, ndr) che deve superare le proprie logiche interne e le mediazioni estenuanti tra le varie correnti perché la lotta alla mafia si attua anche con l’adeguatezza dei tempi di risposta.

E poi occorre vigilare sulla reale indipendenza della magistratura senza la quale l’azione giudiziaria si ferma alle soglie del potere e, poiché le mafie vivono di una relazione con il potere sia politico che economico, una magistratura non indipendente è una magistratura che ferma l’azione giudiziaria sotto la soglia richiesta.

Infine è necessaria una grande azione sociale perché dentro l’esclusività della dimensione giudiziaria repressiva noi non sconfiggiamo le mafie. Quando penso al sociale, penso alla bonifica dei quartieri a rischio, delle aree di bisogno, delle aree di sofferenza sociale, là dove il bisogno diventa forma di mediazione diretta tra gli individui e una cattiva politica che, nel momento in cui incontra le mafie, supera la dimensione classica del clientelismo rendendo il cittadino un suddito. Si tratta quindi della ricostruzione di un sistema di diritti esigibili collettivamente verso una condizione capace di prosciugare il brodo di coltura nel quale (da un lato i bisogni della gente e dall’altro la politica) si afferma il degrado. Attraverso questo meccanismo le mafie diventano sistema di ammortizzazione sociale.

Bisogna, insomma, ricostruire la funzione dello Stato ricostruendo la credibilità della Repubblica. La commissione antimafia ha scritto il codice etico (che si applica esclusivamente alle elezioni amministrative, circoscrizionali, comunali e provinciali, n.d.r.) che impegna i partiti – in questo caso si parla della responsabilità politica e non di quella penale –  a non candidare soggetti sottoposti a rinvio a giudizio. Perché un’accusa non basta, un’indagine non basta, un pubblico ministero non basta, ma se un giudice terzo già si pronuncia e dice che tu puoi essere processato per una tipologia di reato di grave allarme sociale, allora io partito mi impegno a non candidarti. In tal senso, la riforma dei partiti e della politica è fondamentale.

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