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15/06/2007

Gli eccidi del 1992 vengono definiti “a movente complesso”, cioè devono essere inquadrati nel contesto storico in cui sono maturati e posti in essere.

Il sistema politico italiano era giunto al capolinea, un momento ritenuto di “ingorgo istituzionale”, con le dimissioni del Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, e dopo un periodo di inutili consultazioni per la nomina del  nuovo Capo dello Stato.

Queste stragi si inseriscono in una serie di delitti che per anni hanno insanguinato la Sicilia, alcuni dei quali rimasti impuniti ed altri per i quali sono stati celebrati una serie di processi tendenti ad individuare e punire gli esecutori materiali ed i mandanti, ma soprattutto a scoprire i mandanti a volto coperto, cioè coloro che li hanno decisi e commissionati.

L’unica certezza è data dal fatto che questi omicidi sono riconducibili alla volontà dell’organizzazione mafiosa, con la convergenza di soggetti estranei all’apparato militare mafioso, ma con esso in rapporti di reciproco interesse economico-politico.

Il termine “mandanti a volto coperto” venne usato per la prima volta dal capo della Direzione nazionale antimafia Pierluigi Vigna durante un suo intervento sulle stragi, nel salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, a Firenze.

“Gli investigatori hanno notato che le valutazioni sugli effetti di una campagna terroristica non sembrano il semplice frutto di una mente criminale comune, sia pure frutto mafioso. Si riconosce in queste analisi una dimestichezza con le dinamiche del terrorismo e con i meccanismi delle comunicazioni di massa, oltre alla capacità di sondare gli ambienti politici e di interpretarne i segnali”.

Vigna faceva un preciso riferimento ad una specie di organizzazione orizzontale, nella quale ciascuno dei componenti aveva un preciso interesse particolare, perseguibile nell’ambito di un progetto più complesso.

Gli interessi di Cosa Nostra coincidevano con settori della politica corrotta, dell’eversione di destra, della massoneria deviata, di imprenditori e finanzieri collusi e di uomini infedeli appartenenti  alle Istituzioni. “Un potere criminale integrato”.

C’è una tesi sostenuta da una nutrita parte dell’antimafia: cioè che Bernardo Provenzano fosse diventato poco più di un ferrovecchio, un’icona alla quale offrire una fetta della torta in cambio del continuare ad incarnare il mito, esercitando in tal modo la conseguente funzione di ordine all’interno di Cosa Nostra.

Pertanto la sua cattura avrebbe potuto sì, mettere temporaneamente in crisi questi equilibri, ma non scalfire minimamente la restaurata egemonia del potere borghese nel sistema mafioso, borghesia formata, come in passato, da medici, professionisti ed imprenditori, tutti indistintamente impegnati in affari di qualsiasi entità, colletti bianchi non più referenti, ma capifamiglia.

La Cgil Medici aveva ed ha ripetutamente denunciato, in Sicilia, i sistemi di nomina dei primari e dei manager della Sanità.

Secondo il Sindacato, queste nomine non avvengono per meriti professionali, che dovrebbero privilegiare l’interesse pubblico, ma seguendo le peggiori logiche nepotistiche.

In questo modo, si è assistito a conferme di direttori di Asl, che avevano creato dissesti economici nelle loro aziende, o peggio, amministratori finiti sotto processo, per reati contro la pubblica amministrazione.

In effetti, lascia perplessi che l’emersione di questa nuova mafia, la scoperta di questi insospettabili “quarantenni in carriera” come li ha definiti Piero Grasso, sia avvenuta esclusivamente a seguito di indagini su mafiosi appartenuti all’ala militare, indagini che si occupavano di reati tradizionali, traffico di stupefacenti, estorsione, omicidi.

L’illegalità propria di Cosa Nostra ha permesso di scoprire l’illegalità sommersa, borghese, coperta da un’omertà trasversale, ancora più impenetrabile di quella classica.

Già Leonardo Sciascia aveva intuito che il pericolo maggiore non era rappresentato dal diffondersi della mafia militare, quanto piuttosto dal consolidamento della progressiva espansione di un costume, di un metodo mafioso, all’interno di ampi spazi della società civile, inquinando il funzionamento dello Stato.  

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