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03/05/2007

Le mafie hanno sempre cercato, con ogni mezzo, di impedire il flusso di informazioni verso il mondo esterno. Il segreto ed il codice del silenzio, infatti, costituiscono la più ferrea delle regole che governano qualsiasi società segreta, soprattutto se di natura criminale.

Quando ancora neppure lontanamente si parlava del fenomeno ‘pentitismo’, Cosa Nostra assassinò Leonardo Vitale. Aveva aperto un piccolo squarcio sul mondo mafioso, gli inquirenti, scettici, ne avevano disposto la detenzione in un manicomio criminale e quando uscì, la mafia siciliana lo eliminò, unica ad avergli creduto.

I pentiti, per la prima volta, hanno offerto un’occasione imperdibile per osservare il mondo della criminalità organizzata attraverso un’ottica nuova, con l’occhio di chi ne aveva fatto parte.

Una nuova stagione dell’antimafia, protagonisti oltre un migliaio di uomini, alcuni decisamente noti alle cronache, altri quasi del tutto sconosciuti.

Di loro si conosce poco, di come vivano questa seconda vita, quali siano le motivazioni, le visioni del mondo e le difficoltà esistenziali. Per certi versi, il mondo dei collaboratori di giustizia è ancora più impenetrabile dell’universo mafioso. Le motivazioni di questa segretezza vanno ricondotte ad ovvi motivi di segretezza.

Essere figli di mafiosi conta moltissimo per entrare a far parte della mafia, una sorta di diritto ereditario nella successione al comando del mandamento.

Racconta Pino Marchese: “con l’arresto di mio fratello Nino, mio zio, che era  mafioso importante, mi ha voluto tenere sempre più vicino a sé. Io mantenevo i contatti con mio fratello che stava in carcere. Così cominciai a frequentare l’ambiente mafioso ed è a quel punto che mio zio, Filippo Marchese, mi si è messo vicino per farmi da guida in quel mondo”.

C’è chi invece proviene da famiglie estranee all’organizzazione criminale, prive di qualsiasi parentela con esponenti mafiosi, però famiglie indifferenti alla legalità, con figli cresciuti senza valori, senza punti di riferimento positivi. L’adesione al clan mafioso, in età adulta, assume persino un valore ideologico, salvo poi scoprire che la realtà è ben diversa.

Salvatore Cancemi ricorda “Avevo 37 o 38 anni quando sono entrato a far parte di Cosa Nostra. Mio padre era un piccolo commerciante di bestiame, non era un mafioso, avevamo due macellerie. Però non eravamo, come si dice dalle nostre parti, ‘sbirri’, ci facevamo i fatti nostri.

Prima di entrare in Cosa Nostra si guarda se hai parenti sbirri o giudici, o se ci sono altre cose per cui uno non può essere combinato.

Poi si studia la persona più da vicino. Una parolina oggi, una domani, finchè non c’è la combinazione ufficiale. Io ero amico di Vittorio Mangano, ero ritenuto un soggetto affidabile, con me erano, come dire, affettuosi”.

Dopo la fase di ‘osservazione’, che può durare molto tempo, si giunge al momento della prova, passaggio fondamentale nel percorso di avvicinamento all’ingresso formale nel mondo dell’organizzazione mafiosa.

Nei sodalizi come Cosa Nostra, tali passaggi sono ineludibili, dal momento che fanno parte di un sistema di sicurezza preventiva. Questo spiega anche l’esplosione del fenomeno del pentitismo; la mafia, sia per gli arresti in massa, sia per le guerre intestine, fu costretta ad un reclutamento meno accorto ed accurato.

Prosegue Salvatore Cancemi: “Poi è successo che ho compiuto un omicidio, perché prima di essere combinato, uno viene messo alla prova, cioè si deve vedere se ha fegato, se è valido. Quando ho commesso questo omicidio, mi sono sentito che ero una persona più importante, che ero all’altezza”.

Oltre all’omicidio, le prove possono essere le più disparate: dal sequestro di persona alla rapina, o il fornire informazioni per rubare fucili dai depositi dei cacciatori.

Nell’immaginario mafioso, la cerimonia di affiliazione rappresenta un vero e proprio momento di rinascita, viene compiuto a tutti gli effetti un nuovo battesimo.

L’immagine del passo senza ritorno è evocata nella formula da recitare al momento della ‘combinazione’ “la mia carne possa bruciare come questa santina…”.

Si ha la sensazione di entrare a far parte di un gruppo elitario che condivide e vive al proprio interno, una realtà in qualche modo separata rispetto all’universo circostante. L’unica certezza che l’affiliato ha, consiste nel ritenere che si sta incamminando lungo una strada che lo condurrà al potere.

Il passaggio da una situazione di marginalità ad un’altra, caratterizzata invece da una forte visibilità sociale e da stima diffusa e repentina.

L’affiliazione a vita e l’omertà sono i due pilastri su cui si basa l’intera organizzazione mafiosa: non è assolutamente possibile ripudiare l’appartenenza a Cosa Nostra. Ciò che avvenne dal 1984 in poi, con la collaborazione di Tommaso Buscetta, ha rappresentato un cambiamento epocale, per la prima volta nella storia di Cosa Nostra si realizzò quello che sembrava impossibile: una defezione di massa, dovuta anche a scelte politiche forti.

Ma quali sono i percorsi, le motivazioni che inducono un uomo d’onore a collaborare con la giustizia?

Molti ex appartenenti alle organizzazioni criminali sostengono che all’origine del loro cambiamento di vita, ci sia una progressiva perdita di fiducia nei presunti valori che stavano alla base dell’adesione, tendendo a dare credito alla tesi di una mafia ‘vecchia’, con un codice d’onore e tradizioni, ed una ‘nuova’, feroce, spietata e insensibile, nella quale non si riconoscono.

Quindi un sentimento di disillusione, legato alla constatazione della fine di questi presunti valori tradizionali.

Più realisticamente, il percorso di fuoruscita dalle organizzazioni è sicuramente e verosimilmente dovuto ad eventi concreti: gli effetti delle stagioni delle stragi, le guerre di mafia e il carcere duro. Questo si evince dall’incremento delle collaborazioni verificatosi nella prima metà degli anni novanta, conseguenza del fortissimo impatto psicologico dei massacri operati da Cosa Nostra.

Moltissimi esponenti mafiosi compresero che l’organizzazione stava percorrendo una strada senza ritorno, l’insensatezza di quei devastanti attacchi allo Stato, fecero emergere un meccanismo di sfiducia e di timore.

Pino Marchese ha dichiarato: “Vedevo soltanto maschere di ipocrisia e di potere, un continuo giro di falsità. Le stragi di Falcone e Borsellino mi fecero pensare molto, ho sentito le parole di Rosaria Schifani e ho pensato – che cosa infame hanno fatto, hanno fatto saltare mezza autostrada, potevano esserci altri morti -. Allora ho detto allo Stato – vi do un contributo perché mi sono schifato. Cosa Nostra mi fa schifo, io non la condivido più”.

Spesso la decisione di collaborare con la giustizia matura come effetto degli scontri tra i mandamenti mafiosi e le guerre intestine che scuotono le organizzazioni. I componenti delle famiglie perdenti cercano riparo presso lo Stato per sfuggire a morte certa. Così come la vendetta e le punizioni subite, possono essere importanti perché un mafioso si ribelli a una situazione di terrore.

Poi, ma certamente non ultimo, il carcere duro, l’applicazione del 41bis dell’ordinamento carcerario, un evento traumatico nella carriera criminale di un boss. L’uomo d’onore, in passato abituato a mantenere intatto il suo potere anche in regime di privazione della libertà, si ritrova completamente isolato, senza più nessun privilegio.

Il mafioso vede così drasticamente ridursi il margine di manovra all’interno del mondo penitenziario, giornate lunghissime e nessun contatto con l’ambiente di provenienza.

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