Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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31/05/2007

La piazza di Villalba

Ci sono delle case, degli oggetti, dei luoghi che, per la loro natura, il loro aspetto, la vita che vi è raccolta e condensata, i ricordi che vi s’intrecciano, e, talvolta, anche soltanto il suono di un nome, diventano, ai nostri occhi, le immagini obbiettive di una situazione, di una vicenda, di una istituzione o di un concetto, e finiscono con l’identificarsi con quelli come fossero le loro forme reali, la loro proiezione esterna, la loro completa immagine poetica.

Così io, se penso alla mafia, alla sua esistenza e natura, ai mille, complessi problemi che le sono legati, alla molteplicità e oscurità delle sue azioni, alle sue cause lontane e ai suoi motivi recenti, ai suoi rapporti con le strutture dello stato e con quelle della società siciliana, agli anacronismi di cui è espressione, alle sua antitesi con quanto vi è di vivo, di nuovo e di operante nel movimento popolare e contadino, se, insomma, mi avviene in qualche modo di osservare, nelle più minute vicende quotidiane, o nello svolgersi della vita collettiva, o nel suo pesare sulle forze politiche, sul costume e sulla cultura della Sicilia e dell’Italia, uno qualunque dei mille aspetti della mafia, o di meditare su una qualunque delle pagine di questo libro di Michele Pantaleone, nato dall’esperienza diretta, dalla lunga lotta, e dallo studio coraggioso, sempre mi appare un’immagine che mi sembra riassumere, come una pittura che esprima in modi semplici e evidenti tutti i sentimenti e i valori di un periodo storico, la realtà e l’assurdo di quel fenomeno oscuro, come un suo completo equivalente fantastico, una sua forma pura e tuttavia obbiettivamente esistente. Questa immagine è la piazza di Villalba, così come io la vidi dalla finestra della casa di Michele Pantaleone, nella prima ora di una mattina di maggio, pochi anni fa.

Questa piccola piazza è una delle tante piazze gelose, di uno dei tanti villaggi e città di Sicilia, su cui si affacciano i misteri delle finestre, e il peso di una vita celata e chiusa in un suo tempo drammaticamente fermo: ma ha una sua storia interna, un suo permanere, che ne fa, più che un simbolo, una identificazione. Villalba non è che uno dei tanti abitati della Sicilia interna: poco più che un villaggio contadino, un centro di miseria, di costrizione, di fatica e di servitù. Ma è, a suo modo, una capitale, e le vicende che vi si sono svolte l’hanno resa, non senza ragione, famosa.

E’ situata nel centro geografico del grande triangolo dalla Sicilia, al confine delle tre province di Palermo, di Agrigento e di Caltanissetta: il suo territorio, fatto di feudi, ha la forma di una foglia d’edera che si stenda nel punto d’incrocio dei confini delle tre province. Villalba è costruita sul rapido pendio di un colle. Un aggregato di casupole contadine, divisa da un incrocio di strade diritte: tredici strade in discesa, parallele, intersecate da sei trasversali. Queste strade dal fondo sassoso, piene di polvere e di fango, a seconda della stagione, diventano sempre più povere quanto più ci si avvicina alla campagna circostante all’abitato, con case sempre più misere e piccole e squallide, su cui piomba violento il sole. Sono dei bassi di una sola stanza, che prendono luce dalla porta, o da uno sportello della porta; e dentro vi puoi vedere gli eterni aspetti della struttura, dell’antica fame, della penuria ereditaria dei paesi meridionali: i pavimenti di terra, le misere suppellettili, i letti dove si affollano i bambini e gli adulti e gli animali, e il fumo acre della paglia delle lettiere che si brucia, dove manca anche la legna, sotto la pentola della minestra di erbe.

Quando le vidi, queste strade formicolavano di bambini, di animali, di gente e di occhi neri, di gesti silenziosi. Ora lo spazio pare sia cresciuto, non perché nuove case siano state costruite, ma perché Villalba si è andata rapidamente spopolando, sì che la popolazione in pochi anni si è dimezzata. L’emigrazione, che ha ripreso in modo crescente un po’ in tutti i paesi del sud, ha qui, in Villalba, raggiunto uno dei punti estremi. Spinti dall’antica fame, dalla scarsezza del lavoro, dalla cattiva soluzione dei problemi del feudo, dal peso greve della mafia, i contadini sono partiti e partono per il nord, per la Liguria, per Alberga, dove, lavorando la terra, o cavando sabbia dal fiume Centa, vanno cercando, e talvolta trovano, vita e fortuna. E tuttavia Villalba, questo villaggio spopolato, è stato ed è tuttora, almeno simbolicamente una capitale. Una capitale della condizione contadina feudale, e della lotta contadina per la terra.      Una capitale della mafia, della vecchia mafia del feudo, che qui imperava nelle sue forme più tipiche, a suo modo, esemplari.             

Questa era la città natale, il regno di Calogero Vizzini, don Calò, che per tanti anni, e fino alla sua morte, fu considerato la figura più rilevante, il capo effettivo della mafia siciliana, che aveva cosi, giustamente, per motivi geografici e storici e sociali, in un villaggio di feudo, la sua capitale. Nel mezzo di quell'agglomerato, nel centro di quelle tredici strade o sentieri ruinosi, unico luogo piano in quel pendio di miseria, cuore e centro di un potere grandissimo, che ama celarsi in luoghi piccoli e oscuri, è la piazza.

 È veramente una piazzetta, poco più di uno slargo piano in mezzo a quelle pendici: avrà forse poco pi di una trentina di metri di lunghezza per una quindicina di larghezza. Ma vi è tutto, assolutamente tutto quello che fa l'antica società siciliana, tutto raccolto in quei pochi metri, in quelle poche case, in quelle poche persone. È un rettangolo pianeggiante, ma, poiché è posto di traverso sulla costa scoscesa, le case a valle sorgono più in basso di quelle a monte, e sono divise dalla piazza da una specie di trincea scavata che, con degli scalini, raggiunge il lastricato del passeggio. È la piazza Madrice, cosi detta perché vi sorge la chiesa madre.

La chiesa occupa il lato di fondo del rettangolo, e davanti ad essa scende quella che si chiamava la via Grande, ed ora è detta via Libertà. Il lato opposto della piazza, quello da cui vi si entra per una delle strade trasversali, la migliore, la centrale, detta corso Caltanissetta, è occupata simmetricamente, ai due lati, da due bar, con qualche sedia davanti alla porta. Il lato maggiore, a monte della piazza, è costituito da due case, in faccia alle quali altre due case chiudono il lato a valle: fra di esse scende la via centrale, che si chiamava via del Carcere, e ora si chiama via Vittorio Veneto. Tutte queste case sono formate da un piano terreno, da un primo piano e da una terrazza. Nel lato a monte, quella verso la chiesa è la sede della Democrazia Cristiana, nella sua parte che si affaccia alla piazza: dietro di essa, nella parte che dà sulla trasversale via Crispi, è la casa di don Calò. Sullo stesso lato, la casa verso corso Caltanissetta è la sede del Banco di Sicilia. Poco più lontano, fuori della piazza, è la caserma dei carabinieri. Tutti i poteri mondani sono dunque affacciati su questi tre lati: la politica, l'economia, la vita sociale, la chiesa e la mafia. Le case del lato a valle, separate dalla piazza dalla trincea, vi si affacciano come un potere opposto: come la sede dell'opposizione: sono le case delle famiglie Pantaleone. Questa piazza è dunque come il palcoscenico di un teatro di tragedia dove dall'alba alla notte si mostrano i protagonisti: il popolo, i re, i tiranni, gli uccisori e il coro, i servi e gli dèi, e tutte le possibili vicende vi si consumano nei passi e nei gesti e nei simboli della vita quotidiana. Ma talvolta scoppiano come improvvise tempeste: momenti decisivi della storia più vera.

Fu qui che il 16 settembre 1944 avvenne la famosa strage di Villalba, che segnò un momento così importante all'inizio del movimento contadino per la terra e la libertà. Nessuno aveva ancora potuto mettere piede su questa piazza interdetta: cuore del potere della mafia. Quel giorno, posto un tavolino davanti alla casa del Banco di Sicilia, tre uomini erano venuti, accompagnati da un piccolo gruppo di minatori di Caltanissetta, a parlare. Erano Gino Cardamone, Michele Pantaleone e Girolamo Li Causi. Don Calò aveva acconsentito a che parlassero, purché non toccassero gli argomenti della terra, del feudo e della mafia, purché, soprattutto, nessuno dei contadini venisse in piazza ad ascoltarli. La piazza era occupata dai mafiosi, appoggiati in gruppi ai muri, o riuniti, con il nipote di don Calò, davanti alla casa della Democrazia Cristiana. Don Calò stava in mezzo alla piazza, con un bastone in mano; i contadini restavano fuori, lontani, nelle loro strade, dietro le finestre o sulle porte.

Il professor Cardamone fu il primo a parlare, e parlò d'altro, parlò delle repubbliche democratiche marinare del Medio Evo. Don Calò si compiacque di ascoltarlo. Lo seguì Michele Pantaleone di Villalba. La sua presenza, in faccia al vecchio capo della mafia, era già di per sé, in qualche modo, un insulto. Michele Pantaleone polemizzò coi separatisti: pochi giorni prima, il 2 settembre, era venuto a Villalba il capo dei separatisti, Finocchiaro Aprile, che, dopo aver distribuito ai giovani i distintivi con la quarantanovesima stella americana, aveva, in questa stessa piazza, tenuto un discorso. Pantaleone, che aveva scritto un articolo e una lettera aperta a Salvatore Aldisio su questi argomenti, entrò dunque nel vivo della questione, richiamandosi all'azione delle masse contadine, mentre presentava il principale oratore: Girolamo Li Causi.

 Li Causi è l'uomo più popolare di Sicilia. Il suo coraggio, la sua figura, hanno un richiamo leggendario, la sua parola tocca i cuori, poiché egli parla con la lingua del popolo, con conoscenza ed amore. Così, alla sua voce, i contadini nascosti e atterriti sentirono come un impulso che li spinse ad entrare nella piazza proibita, e Li Causi cominciò a parlare, a quella piccola folla imprevedibile, del feudo Miccichè, della terra, della mafia. Dalla chiesa madre lo scampanio del prete, fratello di don Calò, cercava di coprire quella voce. Ma i contadini lo ascoltavano e lo capivano. "Giusto è, - dicevano, - binidittu lu latti chi ci detti sa matri. Lu vangelu dici". Così essi rompevano il senso di una servitù antica, disubbidivano, più che a un ordine, all'ordine, alla legge del potere, distruggevano l'autorità, disprezzavano e offendevano il prestigio. Fu allora che don Calò, in mezzo alla piazza, gridò: "Non è vero! " Al suo grido, come a un segnale, i mafiosi cominciarono a sparare. Quattordici furono i feriti che caddero, mentre Li Causi gridava: "Fermi, sciagurati, concedo il contraddittorio!" Anche Li Causi fu ferito a un ginocchio. Michele Pantaleone se lo caricò sulle spalle, mentre le pallottole (quindici fori furono trovati sul muro dietro le loro spalle) levavano polvere di calcinacci dall'intonaco; e lo portò per quei pochi passi, fin dietro il muro della casa del Banco di Sicilia. Pantaleone allora, dall'angolo, alzò la sua pistola e sparò in aria cinque colpi.

 Fu questo il maggior episodio di quel primo tempo della lotta contadina. Ne segui il processo di Cosenza del '49, l'appello di Catanzaro, la sentenza della Cassazione nel '54; ne seguirono molti fatti e molte azioni, e morti, e mutamenti profondi. Ora sono passati molti anni, e don Calò, che "era un galantuomo ", è morto nel suo letto, come un galantuomo. Ma la piazza di Villalba conserva presente nei suoi pochi metri ogni momento nel tempo".

La Prefazione di Carlo Levi a Mafia e politica 1943-1962 , Einaudi, Torino 1962, pp. VI-XI

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