Padre Sorge,
come si sono definite negli anni la posizione e l’azione della Chiesa cattolica
rispetto al fenomeno mafioso?
L’atteggiamento della Chiesa di fronte al fenomeno
mafioso ha conosciuto fasi diverse. La prima lunga fase fu caratterizzata da un
«silenzio» imbarazzato. Imbarazzato, perché al silenzio della Gerarchia hanno
fatto sempre da contrappunto, fino ai nostri giorni, alcuni casi clamorosi di
compromissione tra uomini di Chiesa e boss
mafiosi: dai frati di Mazzarino, condannati nel 1963, a don Agostino
Coppola, sacerdote della diocesi di Monreale, arrestato e processato negli anni
’70 per i suoi legami con Luciano Liggio e Gaetano Badalamenti, a tanti altri
casi anche recenti. Per me è sempre rimasto un mistero come sia stato possibile
che, con il Vangelo in mano, gli uomini di Chiesa non si rendessero conto
(salvo lodevoli eccezioni, che non sono mai mancate) che la mafia è contro Dio
e contro l’uomo. Questa carenza di «profezia» è del tutto inspiegabile, né si
potrà mai giustificare, nonostante alcuni studiosi abbiano tentato di farlo,
adducendo ragioni culturali: lo Stato unitario, considerato dalla gente del Sud
come lontano ed estraneo; il rispetto che la mafia ostentava per la Chiesa,
mentre lo Stato liberale, la massoneria e il comunismo la attaccavano; il fatto
che neppure la comunità nazionale si rendesse conto della gravità del fenomeno
mafioso…
Una fase nuova si apre negli anni ’70, quando, sotto
la presidenza del card. Salvatore Pappalardo, la Conferenza episcopale
siciliana rompe il silenzio e condanna apertamente la criminalità organizzata,
fino a comminare la scomunica per i delitti di stampo mafioso (1982). E’ la
fase della «supplenza», quando la Chiesa, di fronte a uno Stato ancora
latitante o colluso, prende finalmente l’iniziativa e interviene in prima
persona, sveglia le coscienze e scuote l’opinione pubblica. Tuttavia, nei primi
interventi ufficiali della Chiesa prevale ancora la tendenza a vedere nella
mafia solo una delle tante manifestazioni del male, una delle tante forme di
criminalità comune. Bisognerà attendere gli anni ’80, prima che i vescovi
percepiscano la natura specifica e la «diversità» della criminalità mafiosa, di
fronte alla efferatezza e alla quantità di delitti, quando uno dopo l’’altro
cadono i servitori dello Stato: da Piersanti Mattarella, presidente della
Regione siciliana (1980) al prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa (1982), a
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (1992).
Ciononostante, oggi ancora manca un piano pastorale
organico della Chiesa per affrontare le sfide che il fenomeno mafioso oppone
alla evangelizzazione e alla promozione umana. Don Pino Puglisi, il parroco di
Brancaccio a Palermo, con il suo eroico sacrificio, ha mostrato che la Chiesa
non può rimanere neutrale di fronte alla cultura mafiosa, come non lo è di
fronte all’aborto e alla guerra. Nelle zone dominate dalla cultura mafiosa,
occorre quindi realizzare una pastorale mirata, usando tutti gli strumenti
disponibili: dalla formazione spirituale e umana alla condanna e alla denuncia
(come ha fatto efficacemente Giovanni Paolo II nei suoi viaggi in Sicilia),
alla conversione morale, all’impegno civile.
Negli undici
anni trascorsi a Palermo che idea si è fatta del fenomeno mafioso?
Prima del 1985 – l’anno in cui i Superiori mi hanno
inviato a Palermo, dopo 25 anni trascorsi alla Civiltà Cattolica – non avevo
mai visto in faccia la mafia. Quando ho avuto modo di studiarla da vicino, mi
sono reso conto subito della complessità del fenomeno. La mafia, cioè, non si
può ridurre solamente a un fatto di «criminalità organizzata». Sarebbe,
appunto, riduttivo. In realtà la mafia è un fenomeno ben più complesso. E’
certamente una organizzazione criminale, ma è una realtà composita in cui
convergono interessi e aspetti diversi.
La mafia si presenta
anzitutto come un sistema di potere.
Essa, però, non si propone di creare disordine sociale, bensì di imporre il
proprio ordine, le proprie regole, le proprie «leggi». Agisce come uno Stato
nello Stato, come un potere occulto all’ombra del potere costituito. Il sistema
di potere mafioso si è potuto radicare nel territorio, approfittando
dell’assenza o della incapacità dello Stato. Perciò, la popolazione locale ha finito
col vedere nella mafia un punto di riferimento, per fare e farsi giustizia.
Quando, con grande ritardo, il legittimo potere costituito ha cercato di
rendersi presente nelle zone amministrate dalla mafia, si è trovato nella
incapacità di opporsi al dominio ormai radicato del potere mafioso. Ciò spiega
perché la mafia ostenti arroganza e impunità nel compiere le sue attività
illecite, e giunga a ottenere la copertura di politici, di imprenditori,
perfino di alcuni magistrati.
Nel confronto con il potere legittimo
la mafia risulta spesso vincente perché è molto più flessibile degli organismi
statuali, impacciati spesso dalla burocrazia e frenati da interessi politici.
Di conseguenza, la mafia è molto più pronta dello Stato nell’adattarsi al
mutare delle situazioni sociali, economiche, politiche; è abilissima nel
camuffarsi, nell’infiltrarsi tra gli spazi della legalità, nel creare reciproci
sospetti, tanto da rendere impossibile distinguere chi è mafioso da chi non lo
è. Se i mafiosi fossero riconoscibili nel loro agire, non sarebbero più
mafiosi. Essi si presentano spesso come persone per bene, perfettamente
integrate nelle istituzioni pubbliche e nei gangli del potere. Si servono pure
della religiosità popolare e della presenza a manifestazioni popolari per dare
un «aspetto umano» alla mafia e per riaffermarne la supremazia, tentando di
controllare le stesse coscienze.
A questo aspetto fondamentale di «potere» occulto si
affianca l’aspetto economico, alimentato
da attività illecite. La conseguenza più drammatica è che le differenti forme
di estorsione e di riciclaggio del denaro sporco producono l’effetto di un
«cancro» nella vita economica: all’apparenza sembra che aumentino il volume
degli affari e il danaro in circolazione, in realtà si corrode il tessuto produttivo;
è ormai provato che le regioni in mano alla mafia sono quelle che meno si
sviluppano economicamente.
Tuttavia, alla base del fenomeno mafioso, oltre
all’aspetto politico e a quello economico, sta l’aspetto culturale: la mafia è una mentalità, la sua vera radice è
soprattutto di natura culturale. «Cosa nostra» ha saputo impadronirsi della
Sicilia, facendo leva sul sistema dei valori fondamentali su cui poggia la
cultura dell’Isola, la «sicilianità»: cioè, il senso della famiglia, il
rispetto dell’autorità, la fedeltà all’amicizia, la religiosità popolare. Ciò
spiega come vi possano essere madri che giungono perfino a ripudiare come
«infami» i figli «pentiti», o fratelli e sorelle di «collaboratori di
giustizia» che si suicidano per la vergogna del «tradimento» compiuto da un
loro parente.
Ecco perché per vincere la mafia non basta tagliare
l’erba, se poi si lascia intatta la radice. Fuor di metafora: la repressione ci
vuole, ma non basta; ci vogliono anche lo sviluppo economico e la trasparenza
della politica e della Pubblica Amministrazione; ma soprattutto occorre che
cambino la cultura, il costume e la mentalità della gente. Si spiega allora
perché i mafiosi temono le «agenzie educative» più dei carabinieri, dei giudici
e dell’esercito; infatti, la Chiesa, la scuola e i mass media possono fare molto per cambiare la cultura e la
mentalità della gente, togliere consenso alle imprese della criminalità
organizzata e aiutare a vincere l’omertà.
Come spiegare
l’insediamento sociale del fenomeno mafioso?
Gli studiosi avanzano differenti ipotesi
sull’insediamento sociale dell’organizzazione mafiosa in Italia e sulla
evoluzione delle sue forme. La ipotesi più plausibile è che il fenomeno della
mafia sia da collegare al ruolo che, nell’assenza e nella lontananza dello
Stato, l’una o l’altra «famiglia» avrebbero assunto in una società fortemente
frammentata da interessi e da gruppi contrapposti. Ciò spiega perché
storicamente la mafia abbia attecchito specialmente nelle regioni del Sud,
fino a godere di un largo consenso sociale, quale non si è mai verificato verso
nessun’altra forma di criminalità. La «lupara», gli agguati, la liquidazione
fisica di chi si oppone ai ricatti mafiosi sono stati tollerati dalla gente del
Mezzogiorno che, senza alcuna fiducia nello Stato «lontano», ha finito col
vedere nella «onorata società» una necessità, una garanzia della propria
autonomia e della propria identità culturale. E’ appunto questa natura
essenzialmente culturale del fenomeno mafioso a spiegarne la evoluzione successiva:
cambiando la cultura, anche la mafia cambia.
Più vicino a noi, un primo mutamento si è avuto
quando, nella prima metà degli anni Cinquanta, la mafia si è trasformata da
agricola in urbana, attraverso il terribile «sacco» delle città. Un secondo
mutamento si è avuto verso gli anni Settanta, quando la mafia degli appalti ha
lasciato progressivamente il posto a quella del traffico degli stupefacenti. Da
ultimo, in tempi più recenti, la mafia è diventata soprattutto una impresa di
accumulazione finanziaria.
Tuttavia, un po’ le
mutazioni del costume, un po’ le
successive modificazioni della «criminalità organizzata» hanno finito con
allargare il fossato tra le cosche e la gente, sempre più reattiva di fronte
alla ineluttabile trasformazione in pura «associazione per delinquere» di
quella che un tempo si presentava come «la onorata società». Il fenomeno del
«pentitismo» (cioè, dei numerosi mafiosi «pentiti» che decidono di collaborare
con la polizia) è la conferma più eloquente di tale inarrestabile distacco.
Anche per questo, «Cosa Nostra» considera il «pentitismo» il suo vero nemico,
accanto ad altri soggetti che, come la Chiesa e gli operatori dei mass media, sono in grado di illuminare
le coscienze, di aprire gli occhi alla gente e di allontanare soprattutto i
giovani dalla dipendenza mafiosa.
Se questa diagnosi «culturale» è valida (e come
dubitarne?), si capisce perché la repressione messa in atto dallo Stato fino
agli anni ’80 sia stata del tutto inadeguata. Essa infatti non ha intaccato le
radici culturali da cui invece trae alimento il fenomeno, ma si è limitata a
combatterlo alla stregua di una delle tante forme di criminalità che affliggono
la società, da addebitare a un numero ristretto di delinquenti. Solo negli
anni ‘80, di fronte all’efferatezza e alla recrudescenza dei delitti, ci si è
decisi a intervenire in forza e con decisione.
Negli anni ’80, perciò, lo
Stato finalmente esce dalla latitanza e si fa presente con decisione ed
efficacia; dal canto suo, la gente reagisce e dà vita a una vera mobilitazione
morale e civile; in seno alla Chiesa fermentano energie, idee e iniziative
nuove. Non c’è dubbio che lo scoglio contro il quale è andato a incagliarsi
l’impegno antimafia prima degli anni ‘80 era stata la persuasione dominante
che, per vincere la criminalità organizzata, la strada migliore fosse quella di
insistere sulle «garanzie», cioè sulla rigida osservanza di un sistema di
regole e di procedure, che tutelasse i diritti e i doveri di tutti, degli
onesti come dei mafiosi; che assicurasse, da un lato, i1 tranquillo e ordinato
svolgimento della vita della società civile e, dall’altro, punisse i criminali
secondo criteri di giustizia e di equità, senza ricorrere a provvedimenti
straordinari. Teoricamente ciò sarebbe auspicabile e possibile, qualora 1a
lotta alla mafia si combattesse su un terreno di normalità sociale; ma, di
fronte alla natura anomala della criminalità mafiosa, non si potrà mai
estirpare 1a mala pianta, senza adeguare a questo genere diverso di
delinquenza le garanzie previste dalla legge per la criminalità comune.
E la Sua
esperienza politica? Quale fu il vero senso della polemica sui «professionisti
dell’antimafia»?
E’ chiaro che il cambiamento culturale acquista
tutto il suo valore, quando si traduce in impegno politico. E’ quanto è
avvenuto in Sicilia alla fine degli anni ’80 con la «primavera di Palermo». Le
due efferate stragi dei magistrati Falcone e Borsellino hanno colmato la misura
e hanno fatto emergere una indignazione popolare, diversa dalle solite reazioni
emotive. Questa volta la società civile si è mossa, e la sua reazione ha
assunto i tratti caratteristici di una vera rivolta spirituale e culturale, in
continuità con la svolta della «primavera di Palermo». La gente non ha potuto
più tacere e sopportare; si è ribellata alle estorsioni, agli eccidi
quotidiani, alla vergogna morale della mafia.
Pertanto, la reazione
popolare ha confermato il messaggio politico della «primavera di Palermo». Al
di là degli aspetti formali e chiaramente locali, quella esperienza ha
dimostrato che è possibile un altro modo di vivere la politica: è possibile,
cioè, sostituire alla vecchia logica partitocratica di schieramento e di
spartizione del potere, la logica della priorità del programma e delle cose da
fare per venire incontro alle necessità della gente. La «Primavera di Palermo»
fu una prova eloquente che è possibile fare unità nel rispetto delle diversità,
a condizione però di fondare la coalizione su un ethos comune e su un
programma condiviso. Nel Capoluogo siciliano
forze politiche diverse (rimaste tali) si sono trovate unite nella lotta alla
criminalità organizzata, andando oltre i blocchi ideologici, senza rinnegare la
propria storia, ma condividendo il medesimo bisogno di legalità e l’impegno di
restituire un volto umano e civile alla Città. L’esperienza palermitana ha
dimostrato che ogni altro modo di fare antimafia, fondato sulla emotività più
che su un serio programma, sulla autoesaltazione
di gruppo più che sulla solidarietà fra i diversi soggetti sociali e
politici, finisce di fatto – nonostante le buone intenzioni – col risultare
controproducente.
Fu questo il senso della
presa di posizione di L. Sciascia contro i «professionisti dell’antimafia». Lo
scrittore siciliano era convinto che l’uso politico dell’antimafia fosse più
nocivo che utile. E lo provò con l’esempio di Mussolini. Questi – dopo aver
mandato nel 1924 il prefetto C. Mori in Sicilia con pieni poteri per stroncare
la mafia – si servì dell’impegno antimafia come pretesto per rafforzare il
potere politico del partito. L’antimafia divenne un comodo strumento per
togliere di mezzo gli antifascisti. Qualsiasi atteggiamento critico verso il
fascismo bastava per accusare i dissenzienti di essere mafiosi o di fare il
gioco della mafia. Ma questa strumentalizzazione politica tolse ogni efficacia
all’impegno contro la mafia, che all’inizio fu sincero. Lo stesso prefetto Morì
saltò, appena scoprì la esistenza di compromessi tra la mafia agraria locale ed
esponenti del regime.
Attenti a non ripetere
l’errore – scrisse Sciascia sul Corriere
della Sera (10 gennaio 1987) –: chi mai oserà attaccare o criticare un leader politico che oggi, grazie all’uso
accorto dei mass media, si sia
costruito l’immagine di campione dell’antimafia? Chiunque osasse criticare la
sua proposta politica sarebbe subito bollato come mafioso o amico dei mafiosi.
Servirsi dell’antimafia per scopi di parte – concludeva – porta a compromettere
l’esito della lotta contro il crimine organizzato. I fatti gli hanno dato
ragione. E’ proprio così. La battaglia contro la mafia si può vincere, solo se
è combattuta da tutti insieme e senza secondi fini.
Il siciliano don Sturzo scrisse che «la mafia diventerà più crudele e
disumana. Dalla Sicilia risalirà l’intera Penisola per forse portarsi anche al
di là delle Alpi».
E’ stato facile profeta.
Certamente oggi la cupola mafiosa non è a Palermo, né in Sicilia. Da quando la
mafia è divenuta un fenomeno di natura finanziaria, ormai la piovra ha i suoi
tentacoli in tutto il mondo e il cervello dell’organizzazione può trovarsi
indifferentemente a New York come a Mosca.
E’ significativo che nel
maggio del 2006 io sia stato invitato da una Fondazione culturale laica a
tenere una conferenza proprio a Mosca, per parlare della esperienza della
«Primavera di Palermo» e per spiegare quale fu il contributo dato dai gesuiti
soprattutto attraverso l’Istituto di Formazione Politica «Pedro Arrupe». Da
quanto ho potuto capire, in Russia c’è la medesima criminalità organizzata che
da noi, e pone allo Stato e ai cittadini problemi e interrogativi del tutto
simili a quelli del nostro Mezzogiorno. Ho avuto l’impressione di un generale
consenso alla tesi da me esposta sulla radice culturale del fenomeno mafioso e,
quindi, sulla necessità di un impegno formativo ed educativo straordinario.
Soltanto da una crescita civile e morale della cittadinanza si può sperare di
risolvere questa piaga. E poiché le sue dimensioni ormai sono universali, nel
nostro mondo globalizzato la lotta alla criminalità organizzata si vincerà
soltanto unendo le forze di tutti, al di là dei confini geografici e di
interessi politici particolari .