Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Intervista
21/05/2007
Biografia
Bartolomeo Sorge SJ, nato a Rio Marina (LI) nel 1929. Direttore della rivista dei gesuiti "La Civiltà Cattolica" dal 1973 al 1985. Dal 1986 al 1996 ha diretto l’Istituto di Formazione Politica "Pedro Arrupe - Centro Studi Sociali". Dal 1997 è Direttore della rivista "Aggiornamenti Sociali" e dal 1999 è Direttore della rivista "Popoli". Tra le sue pubblicazioni più recenti: Introduzione alla dottrina sociale della Chiesa (2006), Quale Italia vogliamo? Un vademecum per i cattolici in politica (2006), Per una civiltà dell'amore. La proposta sociale della Chiesa (1999, tradotto in molte lingue), Uscire dal tempio. Intervista autobiografica (1989).
Abstract
La Chiesa Cattolica di fronte al fenomeno mafioso, il sistema di potere, l’insediamento sociale, le ragioni del radicamento territoriale, l’evoluzione nell’epoca della globalizzazione. La mafia come identità culturale nel Mezzogiorno, il pentitismo, la risposta dello Stato, la polemica sui professionisti dell’antimafia, la Primavera di Palermo, i gesuiti del centro Arrupe.

Padre Sorge, come si sono definite negli anni la posizione e l’azione della Chiesa cattolica rispetto al fenomeno mafioso?

L’atteggiamento della Chiesa di fronte al fenomeno mafioso ha conosciuto fasi diverse. La prima lunga fase fu caratterizzata da un «silenzio» imbarazzato. Imbarazzato, perché al silenzio della Gerarchia hanno fatto sempre da contrappunto, fino ai nostri giorni, alcuni casi clamorosi di compromissione tra uomini di Chiesa e boss mafiosi: dai frati di Mazzarino, condannati nel 1963, a don Agostino Coppola, sacerdote della diocesi di Monreale, arrestato e processato negli anni ’70 per i suoi legami con Luciano Liggio e Gaetano Badalamenti, a tanti altri casi anche recenti. Per me è sempre rimasto un mistero come sia stato possibile che, con il Vangelo in mano, gli uomini di Chiesa non si rendessero conto (salvo lodevoli eccezioni, che non sono mai mancate) che la mafia è contro Dio e contro l’uomo. Questa carenza di «profezia» è del tutto inspiegabile, né si potrà mai giustificare, nonostante alcuni studiosi abbiano tentato di farlo, adducendo ragioni culturali: lo Stato unitario, considerato dalla gente del Sud come lontano ed estraneo; il rispetto che la mafia ostentava per la Chiesa, mentre lo Stato liberale, la massoneria e il comunismo la attaccavano; il fatto che neppure la comunità nazionale si rendesse conto della gravità del fenomeno mafioso…

Una fase nuova si apre negli anni ’70, quando, sotto la presidenza del card. Salvatore Pappalardo, la Conferenza episcopale siciliana rompe il silenzio e condanna apertamente la criminalità organizzata, fino a comminare la scomunica per i delitti di stampo mafioso (1982). E’ la fase della «supplenza», quando la Chiesa, di fronte a uno Stato ancora latitante o colluso, prende finalmente l’iniziativa e interviene in prima persona, sveglia le coscienze e scuote l’opinione pubblica. Tuttavia, nei primi interventi ufficiali della Chiesa prevale ancora la tendenza a vedere nella mafia solo una delle tante manifestazioni del male, una delle tante forme di criminalità comune. Bisognerà attendere gli anni ’80, prima che i vescovi percepiscano la natura specifica e la «diversità» della criminalità mafiosa, di fronte alla efferatezza e alla quantità di delitti, quando uno dopo l’’altro cadono i servitori dello Stato: da Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana (1980) al prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa (1982), a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (1992). 

Ciononostante, oggi ancora manca un piano pastorale organico della Chiesa per affrontare le sfide che il fenomeno mafioso oppone alla evangelizzazione e alla promozione umana. Don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio a Palermo, con il suo eroico sacrificio, ha mostrato che la Chiesa non può rimanere neutrale di fronte alla cultura mafiosa, come non lo è di fronte all’aborto e alla guerra. Nelle zone dominate dalla cultura mafiosa, occorre quindi realizzare una pastorale mirata, usando tutti gli strumenti disponibili: dalla formazione spirituale e umana alla condanna e alla denuncia (come ha fatto efficacemente Giovanni Paolo II nei suoi viaggi in Sicilia), alla conversione morale, all’impegno civile.

Negli undici anni trascorsi a Palermo che idea si è fatta del fenomeno mafioso?

Prima del 1985 – l’anno in cui i Superiori mi hanno inviato a Palermo, dopo 25 anni trascorsi alla Civiltà Cattolica – non avevo mai visto in faccia la mafia. Quando ho avuto modo di studiarla da vicino, mi sono reso conto subito della complessità del fenomeno. La mafia, cioè, non si può ridurre solamente a un fatto di «criminalità organizzata». Sarebbe, appunto, riduttivo. In realtà la mafia è un fenomeno ben più complesso. E’ certamente una organizzazione criminale, ma è una realtà composita in cui convergono  interessi e aspetti diversi.

La mafia si presenta anzitutto come un sistema di potere. Essa, però, non si propone di creare disordine sociale, bensì di imporre il proprio ordine, le proprie regole, le proprie «leggi». Agisce come uno Stato nello Stato, come un potere occulto all’ombra del potere costituito. Il sistema di potere mafioso si è potuto radicare nel territorio, approfittando dell’assenza o della incapacità dello Stato. Perciò, la popolazione locale ha finito col vedere nella mafia un punto di riferimento, per fare e farsi giustizia. Quando, con grande ritardo, il legittimo potere costituito ha cercato di rendersi presente nelle zone amministrate dalla mafia, si è trovato nella incapacità di opporsi al dominio ormai radicato del potere mafioso. Ciò spiega perché la mafia ostenti arroganza e impunità nel compiere le sue attività illecite, e giunga a ottenere la copertura di politici, di imprenditori, perfino di alcuni magistrati.

Nel confronto con il potere legittimo la mafia risulta spesso vincente perché è molto più flessibile degli organismi statuali, impacciati spesso dalla burocrazia e frenati da interessi politici. Di conseguenza, la mafia è molto più pronta dello Stato nell’adattarsi al mutare delle situazioni sociali, economiche, politiche; è abilissima nel camuffarsi, nell’infiltrarsi tra gli spazi della legalità, nel creare reciproci sospetti, tanto da rendere impossibile distinguere chi è mafioso da chi non lo è. Se i mafiosi fossero riconoscibili nel loro agire, non sarebbero più mafiosi. Essi si presentano spesso come persone per bene, perfettamente integrate nelle istituzioni pubbliche e nei gangli del potere. Si servono pure della religiosità popolare e della presenza a manifestazioni popolari per dare un «aspetto umano» alla mafia e per riaffermarne la supremazia, tentando di controllare le stesse coscienze.

A questo aspetto fondamentale di «potere» occulto si affianca l’aspetto economico, alimentato da attività illecite. La conseguenza più drammatica è che le differenti forme di estorsione e di ri­ciclaggio del denaro sporco producono l’effetto di un «cancro» nella vita economica: all’apparenza sembra che aumentino il volume degli affari e il danaro in circolazione, in realtà si corrode il tessuto pro­duttivo; è ormai provato che le regioni in mano alla mafia sono quelle che meno si sviluppano economicamente.

Tuttavia, alla base del fenomeno mafioso, oltre all’aspetto politico e a quello economico, sta l’aspetto culturale: la mafia è una mentalità, la sua vera radice è soprattutto di natura culturale. «Cosa nostra» ha saputo impadronirsi della Sicilia, facendo leva sul sistema dei valori fondamentali su cui poggia la cultura dell’Isola, la «sicilianità»: cioè, il senso della famiglia, il rispetto dell’autorità, la fedeltà all’amicizia, la religiosità popolare. Ciò spiega come vi possano essere madri che giungono perfino a ripudiare come «infami» i figli «pentiti», o fratelli e sorelle di «collaboratori di giustizia» che si suicidano per la vergogna del «tradimento» compiuto da un loro parente.

Ecco perché per vincere la mafia non basta tagliare l’erba, se poi si lascia intatta la radice. Fuor di metafora: la repressione ci vuole, ma non basta; ci vogliono anche lo sviluppo economico e la trasparenza della politica e della Pubblica Amministrazione; ma soprattutto occorre che cambino la cultura, il costume e la mentalità della gente. Si spiega allora perché i mafiosi temono le «agenzie educative» più dei carabinieri, dei giudici e dell’esercito; infatti, la Chiesa, la scuola e i mass media possono fare molto per cambiare la cultura e la mentalità della gente, togliere consenso alle imprese della criminalità organizzata e aiutare a vincere l’omertà.

Come spiegare l’insediamento sociale del fenomeno mafioso?

Gli studiosi avanzano differenti ipotesi sull’insediamento sociale dell’organizzazione mafiosa in Italia e sulla evoluzione delle sue forme. La ipotesi più plausibile è che il fenomeno della mafia sia da collegare al ruolo che, nell’assenza e nella lontananza dello Stato, l’una o l’altra «famiglia» avrebbero assunto in una società fortemente frammentata da interessi e da gruppi contrapposti. Ciò spiega perché storicamente la mafia abbia attecchito specialmente nel­le regioni del Sud, fino a godere di un largo consenso sociale, quale non si è mai verificato verso nessun’altra forma di criminalità. La «lupara», gli agguati, la liquidazione fisica di chi si oppone ai ricatti mafiosi sono stati tollerati dalla gente del Mezzogiorno che, senza alcuna fiducia nello Stato «lontano», ha finito col vedere nella «onorata società» una necessità, una garanzia della propria autonomia e della propria identità culturale. E’ appunto questa natura essenzialmente culturale del fenomeno mafioso a spiegarne la evoluzione successiva: cambiando la cultura, anche la mafia cambia.

Più vicino a noi, un primo mutamento si è avuto quando, nella prima metà degli anni Cin­quanta, la mafia si è trasformata da agricola in urbana, attraverso il terribile «sac­co» delle città. Un secondo mutamento si è avuto verso gli anni Settanta, quando la mafia degli appalti ha lasciato progressivamente il posto a quella del traffico degli stupefacenti. Da ultimo, in tempi più recenti, la mafia è diventata soprattutto una impresa di accumulazione finanziaria.

Tuttavia, un po’ le mutazioni del costume, un po’ le successive modifica­zioni della «criminalità organizzata» hanno finito con allargare il fossato tra le cosche e la gente, sempre più reattiva di fronte alla ineluttabile trasformazione in pura «associazione per delinquere» di quella che un tempo si presentava come «la onorata società». Il fenomeno del «pentitismo» (cioè, dei numerosi mafiosi «pentiti» che decidono di collaborare con la polizia) è la conferma più eloquente di tale inarrestabile distacco. Anche per questo, «Cosa Nostra» considera il «pentitismo» il suo vero nemico, accanto ad altri soggetti che, come la Chiesa e gli operatori dei mass media, sono in grado di illuminare le coscienze, di aprire gli occhi alla gente e di allontanare soprattutto i giovani dalla dipendenza mafiosa.

Se questa diagnosi «culturale» è valida (e come dubitarne?), si capisce perché la repressione messa in atto dallo Stato fino agli anni ’80 sia stata del tutto inadeguata. Essa infatti non ha intaccato le radici culturali da cui invece trae alimento il fenomeno, ma si è limitata a combatterlo alla stregua di una delle tante forme di criminalità che affliggo­no la società, da addebitare a un numero ristretto di delinquenti. Solo ne­gli anni ‘80, di fronte all’efferatezza e alla recrudescenza dei delitti, ci si è decisi a intervenire in forza e con decisione.

Negli anni ’80, perciò, lo Stato finalmente esce dalla latitanza e si fa presente con decisione ed efficacia; dal canto suo, la gente reagisce e dà vita a una vera mobilitazio­ne morale e civile; in seno alla Chiesa fermentano energie, idee e iniziati­ve nuove. Non c’è dubbio che lo scoglio contro il quale è andato a inca­gliarsi l’impegno antimafia prima degli anni ‘80 era stata la persuasione dominante che, per vincere la criminalità organizzata, la strada migliore fosse quella di insistere sulle «garanzie», cioè sulla rigida osservanza di un sistema di regole e di procedure, che tutelasse i diritti e i doveri di tutti, degli onesti come dei mafiosi; che assicurasse, da un lato, i1 tranquillo e ordinato svolgimento della vita della società civile e, dall’altro, punisse i criminali secondo criteri di giustizia e di equità, senza ricorrere a provvedimenti straordinari. Teoricamente ciò sarebbe auspicabile e possibile, qualora 1a lotta alla mafia si combattesse su un terreno di normalità sociale; ma, di fronte alla natura anomala della criminalità mafiosa, non si potrà mai estirpare 1a mala pian­ta, senza adeguare a questo genere diverso di delinquenza le garanzie previste dalla legge per la criminalità comune.

E la Sua esperienza politica? Quale fu il vero senso della polemica sui «professionisti dell’antimafia»?

E’ chiaro che il cambiamento culturale acquista tutto il suo valore, quando si traduce in impegno politico. E’ quanto è avvenuto in Sicilia alla fine degli anni ’80 con la «primavera di Palermo». Le due efferate stragi dei magistrati Falcone e Borsellino hanno colmato la misura e hanno fatto emergere una indignazione popolare, diversa dalle solite reazioni emotive. Questa volta la società civile si è mossa, e la sua reazione ha assunto i tratti ca­ratteristici di una vera rivolta spirituale e culturale, in continuità con la svolta della «primavera di Palermo». La gente non ha potuto più tacere e sopportare; si è ribellata alle estorsioni, agli eccidi quotidiani, alla vergogna morale della mafia.

Pertanto, la reazione popolare ha confermato il messaggio politico della «primavera di Palermo». Al di là degli aspetti formali e chiaramente locali, quella esperienza ha dimostrato che è possibile un altro modo di vivere la politica: è possibile, cioè, sostituire alla vecchia logica partitocratica di schieramento e di spartizione del potere, la logica della priorità del programma e delle cose da fare per venire incontro alle necessità della gente. La «Primavera di Palermo» fu una prova eloquente che è possibile fare unità nel rispetto delle diversità, a condizione però di fondare la coalizione su un ethos comune e su un programma condiviso. Nel Capoluogo siciliano forze politiche diverse (rimaste tali) si sono trovate unite nella lotta alla criminalità organizzata, andando oltre i blocchi ideologici, senza rinnegare la propria storia, ma condividendo il medesimo bisogno di legalità e l’impegno di restituire un volto umano e civile alla Città. L’esperienza palermitana ha dimostrato che ogni altro modo di fare antimafia, fondato sulla emotività più che su un serio programma, sulla autoesaltazione di gruppo più che sulla solidarietà fra i diversi soggetti sociali e politici, finisce di fatto – nonostante le buone in­tenzioni – col risultare controproducente.

Fu questo il senso della presa di posizione di L. Sciascia contro i «professionisti dell’antimafia». Lo scrittore siciliano era convinto che l’uso politico dell’antimafia fosse più nocivo che utile. E lo provò con l’esempio di Mussolini. Questi – dopo aver mandato nel 1924 il prefetto C. Mori in Sicilia con pieni poteri per stroncare la mafia – si servì dell’impegno antimafia come pretesto per rafforzare il potere politico del partito. L’antimafia divenne un comodo strumento per togliere di mezzo gli antifascisti. Qualsiasi atteggiamento critico verso il fascismo bastava per accusare i dissenzienti di essere mafiosi o di fare il gioco della mafia. Ma questa strumentalizzazione politica tolse ogni efficacia all’impegno contro la mafia, che all’inizio fu sincero. Lo stesso prefetto Morì saltò, appena scoprì la esistenza di compromessi tra la mafia agraria locale ed esponenti del regime.

Attenti a non ripetere l’errore – scrisse Sciascia sul Corriere della Sera (10 gennaio 1987) –: chi mai oserà attaccare o criticare un leader politico che oggi, grazie all’uso accorto dei mass media, si sia costruito l’immagine di campione dell’antimafia? Chiunque osasse criticare la sua proposta politica sarebbe subito bollato come mafioso o amico dei mafiosi. Servirsi dell’antimafia per scopi di parte – concludeva – porta a compromettere l’esito della lotta contro il crimine organizzato. I fatti gli hanno dato ragione. E’ proprio così. La battaglia contro la mafia si può vincere, solo se è combattuta da tutti insieme e senza secondi fini.

Il siciliano don Sturzo scrisse che «la mafia diventerà più crudele e disumana. Dalla Sicilia risalirà l’intera Penisola per forse portarsi anche al di là delle Alpi».

E’ stato facile profeta. Certamente oggi la cupola mafiosa non è a Palermo, né in Sicilia. Da quando la mafia è divenuta un fenomeno di natura finanziaria, ormai la piovra ha i suoi tentacoli in tutto il mondo e il cervello dell’organizzazione può trovarsi indifferentemente a New York come a Mosca.

E’ significativo che nel maggio del 2006 io sia stato invitato da una Fondazione culturale laica a tenere una conferenza proprio a Mosca, per parlare della esperienza della «Primavera di Palermo» e per spiegare quale fu il contributo dato dai gesuiti soprattutto attraverso l’Istituto di Formazione Politica «Pedro Arrupe». Da quanto ho potuto capire, in Russia c’è la medesima criminalità organizzata che da noi, e pone allo Stato e ai cittadini problemi e interrogativi del tutto simili a quelli del nostro Mezzogiorno. Ho avuto l’impressione di un generale consenso alla tesi da me esposta sulla radice culturale del fenomeno mafioso e, quindi, sulla necessità di un impegno formativo ed educativo straordinario. Soltanto da una crescita civile e morale della cittadinanza si può sperare di risolvere questa piaga. E poiché le sue dimensioni ormai sono universali, nel nostro mondo globalizzato la lotta alla criminalità organizzata si vincerà soltanto unendo le forze di tutti, al di là dei confini geografici e di interessi politici particolari .

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