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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Recensione
21/07/2009
Abstract
Pietro Montani mostra il nesso che lega l’affermazione attuale della biopolica all’affermazione della tecnica moderna su scala globale e alla capacità di quest’ultima di contrarre, livellare e manipolare la nostra esperienza sensibile.

Nel volume Bioestetica, Pietro Montani fa confluire i risultati delle proprie riflessioni degli ultimi anni, le quali si intrecciano in una questione della massima attualità, quale la “biopolitica”. Il testo ha il pregio di sviscerare un aspetto spesso inosservato di tale problematica: la sua dimensione radicalmente estetica.

Parlare di estetica in relazione alla biopolitica, la forma di potere identificata in particolare da Foucault come esercizio di gestione e manipolazione della “nuda vita”, del bios nella sua più immediata naturalità, può apparire paradossale solo se si considera tale disciplina come semplice “filosofia dell’arte”. Montani riprende invece quella linea di pensiero che, a partire dal Kant della terza Critica, interpreta l’estetica come riflessione e critica dell’aisthesis (termine greco per “sensibilità”, da cui la disciplina deriva il proprio nome) riconoscendole un eminente ruolo fondativo.

E’ un sentimento, un “sentire”, infatti, il principio che Kant individua alla base della nostra capacità di orientarci nella moltitudine delle forme della natura. Esso è sempre anche un con-sentire, un “senso comune”. Ricostruendo una linea argomentativa che passa per il contributo di altri fondamentali pensatori (Schiller, Nietzsche, Arendt, Heidegger, solo per citarne alcuni), Montani mostra il ruolo giocato da questo fondamentale sentire nella costituzione di orizzonti di senso condivisi, mai previamente garantiti, e sempre in via di costituzione. L’opera d’arte va compresa, in questo contesto, come luogo in cui la modernità ha configurato in modo esemplare “l’indeterminata attitudine a ricavare senso e significati dal commercio percettivo con il mondo sensibile, che caratterizza il nostro sentire pregno di riflessione” (p. 11). La tesi fondamentale di Montani Ë che il biopotere si sia affermato ed agisca grazie alla capacità delle moderne tecnologie di canalizzare e manipolare proprio il nostro sentire, chiudendo quell’apertura indeterminata al contingente che Ë alla base del nostro stare (e con-stare) nel e in rapporto al mondo. E’ il fenomeno che Montani chiama significativamente “an-estetizzazione” e che trova nella diffusione mediatica e nella sua capacità di condizionare e orientare l’opinione e l’agire pubblici un esempio eloquente.

Il significato estetico della biopolitica, allora, non può essere scisso dalla dimensione tecnica e tecnologica, capace di agire proprio su quel “senso comune”, la cui produzione di senso trovava in passato nell’arte una concrezione esemplare. Si pongono allora questioni etico-politiche fondamentali.

Da un lato la minaccia totalitaria di una presa diretta da parte del potere sulla dimensione strettamente biologica della vita (si pensi al terribile esempio dei campi di sterminio nazisti o agli attuali dibattiti legati alle biotecnologie); dall’altro il fatto che l’arte, sempre più contaminata dalla tecnica, sembra essere vittima di quella stessa contrazione del sentire e non potersi più costituire, quindi, come configurazione esemplare di senso. Essa sembrerebbe ormai incapace di prendere in carico lo spazio della contingenza, dell’alterità imprevedibile a partire dalla quale un senso è costituibile.

Avvalendosi di un’ampia ricognizione che va da Arendt a Foucault, da Kant a Nietzsche, da Heidegger a Benjamin e confrontandosi con autori contemporanei come Esposito e Stigler, Montani giunge a proporre la posizione forse più originale del suo testo: l’esigenza di un’“etica della forma”. Possono le arti contemporanee, tecnologicamente innervate, essere ancora luoghi esemplari di organizzazione e riorganizzazione del sentire in sempre nuove formazioni di senso? Può l’immagine elettronica operare un “contromovimento” interno all’affermazione e diffusione (tendenzialmente biocratica) della tecnica moderna, riaprendo lo spazio di contingenza e di apertura (libera) all’alterità e alla differenza?

Montani cerca nel cinema la risposta a queste domande, e in particolare in quella che chiama “immagine intermediale”, individuata in registi come Godard e Kiarostami. E’ l’immagine che sa aprirsi “a diversi regimi della rappresentazione, segnalandone le differenze di statuto e mettendole in dialogo” (p. 118). E’ l’immagine che rifiuta l’autoreferenzialità della spettacolarizzazione delle campagne elettorali e della pubblicità, per prendere di nuovo in carico quel fuori campo – quel contingente non programmato, non manipolato, quall’alterità irriducibile – che il biopotere anestetizzante sembra aver irrimediabilmente chiuso.

Pietro Montani, Bioestetica. Senso comune, tecnica e arte nell’età della globalizzazione, Carocci, Roma 2007, pp. 126, euro 13,00.

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