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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Articolo
21/07/2009
Abstract
L' eutanasia, termine di origine greca indicante, letteralmente, la “buona morte”, è una pratica antica che si scontra, da sempre, con i dettami della legge e dell' etica. Questo articolo vuole portare all' attenzione dei lettori l' attuale disciplina italiana ed estera in questa materia, tanto discussa e delicata, segnalando le novità giurisprudenziali ed i progetti di legge in discussione al Parlamento, anche alla luce di casi quale quello di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro, entrati prepotentemente nel dibattito politico e mediatico italiano.

L 'eutanasia, dal greco antico eu (bene) e thanatos (morte), designa gli interventi finalizzati a cagionare la morte, in modo indolore, di persone affette da patologie incurabili.

In letteratura il termine viene adoperato, per la prima volta, nel 1605 all'interno del saggio del filosofo inglese F. Bacone, intitolato: " Of the Proficience and Advancement of Learning".

Ciò che Bacone intende per “eutanasia” è un concetto intimamente legato all'etimo classico, egli esorta la classe medica a prestare comunque assistenza ai malati incurabili, lasciando intatte le dinamiche naturali, che portano alla morte, ma allo stesso tempo ad adoperarsi a lenire il più possibile le sofferenze fisiche.

Il medico, per Bacone, non è mai autorizzato a sopprimere intenzionalmente l'individuo gravemente malato ma a disporre la tecnica terapeutica più adeguata a far vivere gli ultimi momenti dell'esistenza terrena, in modo calmo, sereno, senza inutili dolori ed angosce. Già nel 600' di Bacone, pertanto, si delinea chiaramente l'idea di utilizzare, per i malati terminali, le cure palliative e la terapia del dolore che sempre più hanno assunto una propria dignità ed importanza nella medicina dei giorni nostri.

Una definizione contemporanea del concetto di eutanasia, di stampo cattolico, si trova nella Dichiarazione sull'eutanasia "Iura et bona", pubblicata il 5 maggio 1980 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, la quale recita così: " Per eutanasia si intende un'azione o un'omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L'eutanasia si situa, dunque, a livello delle intenzioni e dei metodi usati."

Le principali religioni monoteiste sono contrarie all’eutanasia attiva, la religione buddista, pur essendo contraria, esprime qualche riserva.

Per quanto concerne le modalità applicative delle pratiche eutanasiche si suole fare una classificazione parlando di:

1. eutanasia attiva: consiste in una condotta commissiva atta a sopprimere il malato incurabile da parte di un familiare o del medico curante. La morte è procurata in modo indolore, generalmente tramite somministrazione di farmaci, che inducono nel paziente uno stato di totale incoscienza.

2. eutanasia passiva: si realizza attraverso l'omissione o l'interruzione delle terapie che consentono di mantenere in vita il paziente, sul presupposto che tali cure prolunghino solo la sofferenza del malato, senza dare speranza di guarigione. Tale tipo di eutanasia può consistere nell'interruzione della ventilazione meccanica o nella sospensione dell'alimentazione o dell'idratazione1.

3. suicidio medicalmente assistito: può essere considerato quale variante dell'eutanasia attiva, consiste nel fornire al malato le informazioni o i mezzi necessari per suicidarsi. In genere un medico fornisce al paziente una dose letale di veleno.

4. eutanasia volontaria: ricorre quando il medico agisce su esplicita richiesta del paziente.

5. eutanasia non volontaria: il medico agisce di propria iniziativa in quanto il paziente è impossibilitato ad esprimere la propria volontà per il suo stato di totale incapacità.

Vediamo ora come l’Italia ed alcuni importanti Paesi trattano il tema dell’eutanasia che, va detto, ha assunto un rilievo diverso e più sentito rispetto al passato, anche perché oggi le tecniche mediche possono tenere artificialmente in vita soggetti che prima sarebbero sicuramente deceduti, portando a modificare il concetto stesso di morte naturale.

In Italia la normativa che vieta le pratiche eutanasiche ha la sua disposizione principale nell' art. 579 del codice penale, che punisce chiunque cagioni la morte di un uomo, col consenso di lui, con la reclusione da sei a quindici anni. Il consenso della vittima, soggetto passivo del reato, rappresenta elemento qualificante la fattispecie penale incriminatrice, rendendola speciale rispetto al delitto di omicidio “semplice” che prevede pene più gravi.

Il consenso della vittima non ha valenza nei casi previsti dall' ultimo comma del suddetto articolo ovvero: quando il fatto è commesso contro una persona minore degli anni diciotto, contro una persona inferma di mente, in condizioni di deficienza psichica, per altra infermità o per abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti ed infine contro una persona il cui consenso sia stato estorto con violenza, minaccia, suggestione o carpito con l' inganno. Per interpretazione unanime il consenso della vittima deve, oltre che essere serio, reale, esplicito e non equivoco, perdurare fino al momento in cui il soggetto attivo del reato compie il fatto criminoso. In capo a chi commette il delitto deve essere presente un dolo generico, con la consapevolezza di agire con il consenso del soggetto passivo del reato.

Il legislatore italiano, con questa norma, ha voluto tutelare il diritto alla vita ed all’ incolumità individuale, quale bene supremo, tanto da prevalere sulla volontà di chi dispone di tale diritto.

Distinta è l' ipotesi di cui all’ art. 580 c. p. che prevede l' istigazione o aiuto al suicidio, con la previsione, se il suicidio si realizza, di una pena della reclusione da cinque a dodici anni. In questo caso la vittima del reato conserva il dominio della propria azione, nonostante sia presente una condotta estranea di determinazione o aiuto alla realizzazione del suo proposito, pertanto il delitto viene materialmente causato dalla mano del soggetto passivo del reato.

Qualora l’eutanasia venga adottata su un soggetto che non ha espresso il consenso, si configura il reato più grave di omicidio, con la possibilità di applicare l’attenuante di cui all’art. 62 numero 1 codice penale (motivi di particolare valore morale e sociale).

Anche il codice deontologico medico, all’art.36, vieta il ricorso a trattamenti diretti a provocare la morte del malato, nonostante il suo consenso.

In aggiunta alle suddette norme va tenuto conto dell'art. 32 Costituzione, che, nel tutelare il diritto alla salute, quale bene primario, prevede, al secondo comma, la libertà per ogni individuo di decidere se sottoporsi o meno ad un trattamento sanitario, salvo naturalmente i casi in cui si tratti di tutelare la salute pubblica.

La disciplina legislativa italiana in materia si ferma qui, non è presente una normativa che regolamenti, nello specifico, i casi dei malati terminali che non vogliano essere sottoposti a terapie di prolungamento della vita, magari in condizioni di completa incoscienza o comunque in presenza di sofferenze insopportabili.

A causa di questa lacuna normativa e dei casi, altamente drammatici, che ne derivano, si è sviluppato il dibattito politico e vi sono state diverse interpretazioni giurisprudenziali sul tema, spesso contraddittorie; prima di analizzarle è opportuno parlare di come è disciplinata l’eutanasia negli altri Paesi.

Va per prima cosa evidenziato come viene trattata la materia a livello comunitario ed in particolare ai principi enunciati nel trattato di Oviedo adottato dal Consiglio d' Europa nel lontano aprile 1977.

La regola generale è posta dall'art. 5 della Convenzione che prevede che la persona interessata deve aver dato un consenso libero ed informato per poter effettuare un intervento medico; consenso che può essere liberamente ritirato in qualsiasi momento. Importante anche l'art. 9 il quale statuisce che bisogna tenere in considerazione i desideri espressi in precedenza da un paziente che al momento dell'intervento non è in grado di esprimere la sua volontà

Veniamo ora alla disciplina sul tema nei singoli Stati più importanti.

Il dibattito in materia di eutanasia in Olanda risale ai primi anni Settanta con la fondazione della Società olandese per l'eutanasia volontaria. Già nel 1985 la Commissione di Stato sull'eutanasia aveva proposto una serie di emendamenti al codice penale, al fine di depenalizzare la condotta del medico che esaudisse il desiderio di morire di un suo paziente, malato terminale. Sotto le pressioni di un'opinione pubblica, in larga parte favorevole all'eutanasia, il 1° Giugno 1994 e successivamente nel 2001 furono emanati i provvedimenti legislativi di regolamentazione dell' interruzione della vita su richiesta e dell'assistenza al suicidio, legalizzando di fatto l'eutanasia.

L'articolo 293 codice penale olandese punisce, con la pena della detenzione fino ad un massimo di dodici anni, chiunque di proposito metta fine alla vita di un'altra persona su una sua espressa e pressante richiesta ma, al secondo comma, contiene un'importante esclusione della punibilità, allorquando il fatto sia commesso da un medico in presenza di specifiche circostanze e nel rispetto di determinate procedure.

I criteri a cui deve attenersi il medico in Olanda, prima di sottoporre il malato all'eutanasia, consistono nel:

a) avere la convinzione che il paziente ha espresso una richiesta spontanea,volontaria e ben ponderata;

b) essere convinto che le sofferenze siano per il paziente insopportabili2 e senza prospettiva di miglioramento;

c) avere informato il paziente della situazione clinica in cui si trova e delle prospettive derivanti;

d) avere raggiunto la convinzione, insieme al paziente, che nessun'altra soluzione sia ragionevole per lo stato in cui si trova;

e) avere chiesto il parere di almeno un altro medico indipendente che abbia visitato il paziente ed abbia scritto il suo parere sui criteri di accuratezza in questione;

f) avere eseguito scrupolosamente, dal punto di vista medico, l'interruzione della vita o dato assistenza al suicidio.

L'eutanasia è applicabile anche ad un paziente che, compiuti i sedici anni di età, non sia più in grado di manifestare la propria volontà ma abbia in precedenza rilasciato una dichiarazione scritta contenente una richiesta di interruzione della vita e lo abbia fatto in un momento in cui era pienamente capace di valutare, in modo ragionevole, i propri interessi. Per applicare l'eutanasia su pazienti di età compresa tra i dodici ed i sedici anni occorre necessariamente il consenso espresso dei genitori o di chi esercita la potestà.

A vigilare sull'applicazione corretta delle pratiche eutanasiche sono stati istituiti dei comitati regionali di revisione che controllano le segnalazioni dei casi che riguardano l'interruzione della vita e l'assistenza al suicidio; è prevista la redazione di un verbale, da trasmettere al pubblico ministero il quale può scegliere se procedere o meno penalmente nei confronti del medico.

L'Olanda, infine, è l'unico Paese dove è stata addirittura avanzata, nel novembre 2005, da parte di alcuni esponenti governativi, una proposta finalizzata alla legalizzazione dell'eutanasia infantile; il progetto, che aveva destato molto sconcerto nell’opinione pubblica internazionale, non è stato poi approvato dal Parlamento.

Anche il Belgio, nel 2002, ha approvato una legge sull'eutanasia volontaria, sancendo la non punibilità per i medici che la pratichino sui pazienti affetti da patologie gravi ed incurabili che arrecano loro dolori continui ed insopportabili. Dalla legge viene specificato che la natura delle sofferenze, per quei pazienti che sono affetti da mali incurabili, può essere anche psichica. E' necessario il consenso libero, consapevole e ripetuto del malato ed una informazione da parte del medico sulle cure palliative e terapie antidolore praticabili; effettuata l'eutanasia va poi redatto un rapporto dettagliato da sottoporre al vaglio di un'apposita commissione.

E' ammesso, infine, il testamento biologico in quanto hanno valore legale le direttive che fornisce il malato, anteriormente allo stato di incoscienza, con validità per cinque anni.

A fronte di una popolazione belga favorevole per il 72% alle pratiche eutanasiche risulta che, negli ultimi due anni, l'eutanasia ha rappresentato in percentuale solo lo 0,3%( 742 casi su 200.000 decessi).

Per quanto concerne la Svizzera non vi è una legislazione che regolamenti puntualmente il fenomeno dell'eutanasia ma, un po' come in Italia, le pratiche eutanasiche possono ricondursi ad una serie di norme, previste nel codice penale elvetico, che puniscono l'omicidio passionale, quello del consenziente, l'istigazione al suicidio etc.

Viene fatta una distinzione, tuttavia, tra l'eutanasia attiva diretta, sempre vietata, e quella indiretta derivante da pratiche palliative che provocano un rischio di abbreviamento della vita. Sono ammissibili le pratiche di eutanasia passiva purchè il paziente sia in grado di esprimere la propria volontà.

Infine, anche nella Confederazione Elvetica, sono considerate determinanti le dichiarazioni scritte del paziente, quando questi era ancora in stato di coscienza, ma non potranno essere considerate quelle che prevedano un intervento illecito del sanitario in presenza di possibilità di un ritorno del paziente alla comunicazione sociale ed alla ricomparsa della volontà di vivere.

Da notare come negli ultimi anni in Svizzera, essendo comunque previsto il suicidio assistito, vi sia un numero crescente di malati terminali che si rivolgono a centri privati per farsi somministrare droghe o farmaci, in grado di portarli a morte più velocemente e comunque senza dolore.

Il Regno Unito è stato uno dei primi Stati che ha avviato un dibattito sul tema dell'eutanasia.

Già nel 1935 fu istituita la Voluntary Euthanasia Society, attiva tuttora; l’anno seguente, con grande anticipo rispetto ad altri Stati, la House of Lords discusse la prima proposta di legge finalizzata alla legalizzazione dell'eutanasia.

Tutti i disegni di legge presentati per regolamentare la materia negli anni Ottanta e Novanta sono stati però respinti dal Parlamento britannico; negli ultimi anni vi è stato un dibattito politico molto acceso sul tema che ha portato all'emanazione, nel 2007, del Mental Capacity Act con il quale è stato attribuito valore al testamento biologico.

Dal 2007, infatti, ogni individuo, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, può esprimere per iscritto la volontà di non essere mantenuto in vita artificialmente ed in stato vegetativo.

All'interno del provvedimento sono presenti norme volte a sanzionare l'accanimento terapeutico, con la previsione di pene3, a carico dei medici, che insistano in tali terapie, nonostante il paziente abbia espresso in precedenza la volontà di non essere curato.

Negli Stati Uniti la possibilità di redigere un testamento biologico risale all'approvazione, a livello federale, nel 1985, degli Uniform Acts che prevedono, in particolare, che ogni soggetto maggiorenne, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, possa redigere una dichiarazione che disponga la sospensione o comunque la non erogazione delle terapie di mantenimento in vita.

La dichiarazione suddetta deve essere sottoscritta, oltre che dal dichiarante, da due testimoni e ne va inserita, da parte del medico, una copia nella cartella clinica del paziente.

Per il paziente vi è anche l'alternativa di redigere una “procura sanitaria” con la quale delegare una persona di propria fiducia, affinchè decida se continuare o meno i trattamenti medici anche nel caso in cui subentri uno stato vegetativo irreversibile.

A livello dei singoli Stati dell'Unione la maggior parte di essi riconosce la validità del testamento biologico con denominazioni diverse, dal living will, al family trust, al durable power of attorney for health care.

Molto significativa è la legislazione dell'Oregon che dal 1997 prevede il Death with Dignity Act ovvero un provvedimento che prevede delle procedure per il suicidio assistito.

Si tratta di una richiesta di farmaci per porre fine alla propria vita in maniera dignitosa e può essere presentata da pazienti residenti nello stato dell'Oregon, con almeno diciotto anni di età, capaci di intendere e di volere, ai quali sia stata diagnosticata una malattia terminale, sia dal medico curante che dal medico consulente4. La richiesta scritta deve essere firmata e datata alla presenza di due testimoni i quali debbono attestare che il paziente è capace di intendere e che agisce di sua spontanea volontà e senza alcuna costrizione; non possono fare da testimoni i parenti, gli eredi, gli operatori sanitari dell'azienda in cui è in cura il malato nè il medico curante.

La procedura prevede, inoltre, prima della somministrazione dei farmaci, che il medico informi il paziente sulla diagnosi, sui rischi, sulle conseguenze potenziali legate all'assunzione degli stessi, sulle alternative concretamente praticabili, quali cure palliative o terapie del dolore. Al paziente deve essere infine garantita una consulenza psicologico-psichiatrica, finalizzata ad escludere la compresenza di sindromi psichiche o depressive in grado di condizionare la volontà del malato.

Tornando al nostro Paese, occorre affrontare la problematica partendo da casi concreti di lotta e denuncia della mancanza di norme in materia dell’eutanasia.

In Italia i malati terminali sono purtroppo alcune migliaia ma, come succede sempre, solo pochissimi casi salgono alla ribalta delle cronache, scuotendo le coscienze ed accendendo dibattiti tra i politici come tra i semplici cittadini.

Piergiorgio Welby è uno di questi casi; malato di una forma progressiva di distrofia muscolare, ha lottato fino all’ultimo per ottenere il riconoscimento legale del diritto al rifiuto terapeutico e all’eutanasia.

Attaccato ad un respiratore automatico per gli ultimi dieci anni della sua vita, in stato di perfetta coscienza, Welby chiese più volte che gli venisse “staccata la spina” ma i Tribunali non accolsero la sua richiesta; decise comunque di proseguire nella sua “battaglia” ed il 20 dicembre 2006 si fece sedare e staccare il respiratore, grazie all’aiuto di un medico anestesista, alla presenza della moglie, della sorella e degli amici del partito Radicale.

Interessanti sono le motivazioni con le quali il Tribunale di Roma ha respinto le richieste di Welby nonché le conseguenze per chi ha staccato materialmente il respiratore.

Il Tribunale di Roma, nel dichiarare inammissibile il ricorso proposto da Welby, infatti, fa notare come, mancando una normativa giuridica sul tema dell’accanimento terapeutico, non possa darsi l’assenso al distacco del respiratore.

La magistratura, in poche parole, non può arrogarsi il potere di creare diritto, spettando al solo Parlamento di legiferare.

Molto significativo appare poi l’invito del Tribunale di Roma rivolto da una parte alla politica, affinché si faccia carico di interpretare l’ accresciuta sensibilità sociale in materia, dando risposte alla solitudine e alla disperazione dei malati nonché al disagio degli operatori sanitari, dall'altra agli stessi medici che devono fare un’opera tendente a valorizzare il rapporto che li lega ai propri pazienti.

Per quanto concerne l’inchiesta penale che seguì la morte di Welby, essa si concluse il 24 luglio 2007 con una pronuncia di proscioglimento, con formula piena, del medico curante; la sentenza fa riferimento all’art. 51 del Codice Penale, che prevede la non punibilità in caso di esercizio di un diritto o adempimento del dovere, applicando, per analogia, tale norma al caso in cui il medico adempie al dovere di dare seguito alle richieste del malato.

Altro caso, di stretta attualità, e che ha scosso le coscienze è quello di Eluana Englaro, la donna milanese che per ben diciassette anni ha vissuto in stato vegetativo permanente5 grazie ad un sondino nasogastrico che l’alimentava, mantenendola in vita.

Il padre, nonché tutore, della donna, Beppe Englaro, si è rivolto ai giudici, interpretando il volere di sua figlia, affinché venisse emanato un ordine di interruzione dell’alimentazione perché considerata, dall’ Englaro, mezzo di accanimento terapeutico, contrario alla dignità umana.

L’iniziale risposta, prima del Tribunale di Lecco, quindi della Corte di Appello di Milano, su reclamo dell’Englaro, è stata di rigetto, considerando eutanasia indiretta omissiva punibile l’eventuale distacco del sondino.

In particolare la Corte di Appello, nella prima sentenza, sostiene che il diritto all’autodeterminazione del malato vale quando questi è perfettamente cosciente mentre nel caso di Eluana Englaro ci si trova di fronte ad uno stato di completa incoscienza e non si può, a parere della Corte, neanche tenere conto di opinioni che la ragazza aveva espresso, alla vista di un suo amico in coma, sia perchè la stessa era in giovane età, sia per la genericità delle stesse.

La Corte Suprema di Cassazione, investita della questione, ha accolto il ricorso dell’Englaro, rinviando ad altra Corte di Appello, perchè rivalutasse il caso, tenendo conto delle sue interpretazioni.

Sintetizzando la Corte fa, per prima cosa, riferimento all’art. 14 del codice di deontologia medica, secondo il quale il medico deve astenersi dall’ostinazione in trattamenti di cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute del malato e/o un miglioramento della qualità di vita.

Partendo da queste considerazioni, e venendo più nel concreto, la Cassazione ritiene che vada data autorizzazione all’interruzione dell’alimentazione nei casi in cui il soggetto giaccia in uno stato vegetativo permanente ed irreversibile senza che vi sia, secondo gli standard scientifici del momento, possibilità alcuna di recupero della coscienza.

Va tenuto conto, per la Cassazione, del principio del pluralismo dei valori, vi sono individui i quali non ritengono degna di essere vissuta una vita in condizioni di incoscienza e che dipende da dei macchinari.

La Suprema Corte, infine, sostiene che vadano tenuti in debito conto le opinioni espresse dalla ragazza quando era in vita e portate avanti dal tutore, poiché esse sono indice della personalità della stessa e delle sue convinzioni etiche sulla dignità della vita6.

La Corte di Appello di Milano nel luglio 2008, investita dalla Cassazione, accoglie le tesi della Suprema Corte, ribadite poi nel novembre 2008, con la sentenza che ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso presentato dalla Procura Generale.

Si chiude così una lunga vicenda giudiziaria, il resto è cronaca degli ultimi giorni; Eluana viene trasferita il 3 febbraio da Lecco a Udine, nella clinica “ La Quiete”, dove il 6 dello stesso mese inizia l’applicazione del protocollo, che prevede la sospensione dell’idratazione, la donna muore dopo solo tre giorni, il 9 febbraio.

Il caso, oltre ad avere scosso la coscienza di ognuno di noi, ha provocato una serie di polemiche fino allo scontro istituzionale tra il Presidente del Consiglio e quello della Repubblica.

A seguto di queste vicende si è riaperto, nel nostro Paese, il dibattito su cosa davvero debba intendersi per eutanasia ed in quali casi essa debba essere punita; anche per il caso di Eluana l' Italia si è divisa in due, tra chi ha considerato la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione un omicidio e chi invece un gesto d'amore di un padre, stremato da anni di dolore ed impotenza di fronte al corpo inerme della propria figlia.

Il dibattito politico, riaccesosi di recente, sul tema dell'eutanasia va avanti da molti anni ormai senza riuscire a sfociare in una legge organica di regolamentazione della materia.

Diversi progetti di legge si sono succeduti nel tempo e sono stati presentati da diverse aree politiche; il fine comune è quello di dare, finalmente, una regolamentazione ad una tematica che apre problemi etici e di coscienza non solo tra i familiari di un malato terminale ma anche tra gli stessi operatori sanitari, diverse però sono le modalità con cui disciplinare la tematica.

Una serie di proposte prevede di istituire, anche in Italia, il cosiddetto testamento biologico, un testo che ogni individuo avrebbe il diritto di scegliere di stipulare, dichiarando se, in caso di malattia che non lasci speranza di guarigione, si voglia essere sottoposti all’interruzione delle cure.

Il testamento biologico, secondo questi progetti di legge, va sottoscritto dall’interessato con l’indicazione di un fiduciario che dovrà ottemperare al volere del malato, in caso di sua incoscienza7.

I testi dei progetti più dettagliati prevedono poi una serie di regole a cui deve attenersi il medico curante e la struttura sanitaria in genere, soprattutto sul campo delle informazioni da fornire al malato sulle terapie alternative a quelle eutanasiche.

Altri prevedono una depenalizzazione dell’eutanasia praticata dal medico con il rispetto di determinate condizioni, quale la maggiore età del paziente, il consenso libero e ponderato dello stesso, la presenza di una malattia in fase terminale senza alcuna prospettiva di guarigione8

Accanto a questi progetti ve ne sono altri che ribadiscono il divieto di qualsiasi tipo di eutanasia ma dall’altra parte anche dell’accanimento terapeutico, valorizzando le cure palliative9.

Attualmente alla Commissione Sanità del Senato, a seguito della vicenda Englaro, è, finalmente, iniziato l’iter del disegno di legge presentato dal senatore Raffaele Calabrò nell’aprile 2008.

Il testo del disegno, che riunisce dieci proposte diverse sull’argomento, dopo aver richiamato i principi fondamentali sulla inviolabilità ed indisponibilità della vita ribadisce, all’art.2, il divieto di ogni forma di eutanasia e assistenza al suicidio e, all’art. 3, il divieto di accanimento terapeutico soprattutto di quei trattamenti straordinari non proporzionati e non efficaci in caso di morte imminente del paziente.

E’ previsto, quindi, il cosiddetto testamento biologico, nel disegno di legge denominato dichiarazione anticipata di trattamento, prevedendo che venga raccolto da un medico di medicina generale e registrato poi presso le asl, con contenuto che attiene alle volontà del malato di prestare o meno il consenso a trattamenti sanitari ma non si possono indicare trattamenti finalizzati all’eutanasia attiva o omissiva.

Viene rimarcata un’alleanza terapeutica tra il medico e il paziente, con l’impegno del primo ad astenersi da qualsiasi tipo di accanimento terapeutico, e la nomina, nel testamento, di un fiduciario che agisca anche in caso di incapacità di intendere e volere del malato; significativa la parte che esclude, dalle terapie che possono essere sospese su richiesta del paziente, quelle consistenti nell’alimentazione ed idratazione artificiale10

Gli ultimi eventi, come abbiamo visto, stanno accelerando l’iter di approvazione di una legge sul tema; anche il nostro Paese appare davvero maturo per avere una regolamentazione sul fine vita, si verificherà poi, in concreto, il tipo di legge che verrà approvata in una materia dove vi sono opinioni molto diverse, anche all’interno degli stessi schieramenti politici, per l’ispirazione laica o religiosa di appartenenza e più in generale per l’ etica ed i valori che contraddistinguono ogni individuo.

La speranza è comunque che vengano rispettati i principi di libertà e di autodeterminazione, nel rispetto delle idee e dei valori dei singoli individui.

Note

1 Da segnalare che per alcuni sociologi non sussiste differenza tra eutanasia attiva e passiva. In particolare James Rachels, filosofo utilitarista, afferma che uccidere e lasciar morire sono due concetti perfettamente equivalenti tra loro. Si veda J. Rachel: La fine della vita. La moralità dell’eutanasia, Sonda, Torino, 1989, p.121 ss

2 In assenza di specificazione deve intendersi che il legislatore olandese abbia inteso ad assicurare il ricorso all’eutanasia non solo in presenza di dolori fisici insopportabili ma anche relativamente a sofferenze di carattere psicologico.

3 Le pene inflitte consistono in pesanti multe e nella detenzione fino ad un massimo di cinque anni.

4 Ovvero il medico specializzato nella diagnosi della patologia che affligge il paziente.

5 Secondo gli studi della Multy Society Task force on Pvs dell'American Academy of Neurology, lo stato vegetativo è contraddistinto dal seguente quadro clinico:

a) assenza di consapevolezza di sé e dell'ambiente circostante;

b) nessuna possibilità di interagire con le altre persone e con l'ambiente circostante;

c) presenza di un ciclo intermittente sonno- veglia;

d) incontinenza urinaria e fecale;

e) mantenimento minimo delle funzioni dell'ipotalamo e del tronco encefalico, sufficiente a garantire la sopravvivenza attraverso le cure mediche;

f)parziale sussistenza dei riflessi cranici.

6 Cfr. Cassazione Sezione Prima Civile n. 21748/07

7 Vedi proposta di legge n° 1702: Grillini, Berillo, Turci, Turco, presentata alla Camera dei Deputati il 26 settembre 2006.

8 Vedi proposta di legge n° 1190: Mascia, Migliore, Caruso, Mantovani ed altri, presentata alla Camera dei Deputati il 23 giugno 2006.

9 Vedi disegno di legge n° 752: Polliedri, comunicato alla presidenza del Senato della Repubblica il 5 luglio 2006.

10 Vedi commento al disegno di legge n°10, Calabrò, in Guida al Diritto n°7, 14 febbraio 2009, Il Sole 24 Ore

Bibliografia

- Bruni B., Marostegan I., Sanità e diritti delle persone. Aborto, procreazione assistita, eutanasia. L’imbarazzo del giurista, Giappichelli, 2007

- Bastianelli Francesca, http://www.mentesociale.it/mondosecondome/eutanasia.htm

- G.Pal., Guida Al Diritto, Il Sole-24 Ore, n°7, 14 febbraio 2009

- Porcar F. Guida Al Diritto, Il Sole-24 Ore, n°11, 14 marzo 2009

- Quarantino E., http://www.ansa.it

- http://it.wikipedia.org/wiki/Piergiorgio_Welby

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