Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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 Manifesto programmatico di Comunità (Adriano Olivetti
a cura della Direzione Politica Esecutiva
Roma, gennaio 1953

La Direzione Politica Esecutiva del Movimento Comunità, riunitasi a Roma nel gennaio 1953, ha deliberato di rendere pubblica una dichiarazione politica che prenda in esame la situazione italiana e internazionale, allo scopo di precisare in modo esplicito alcuni punti fondamentali delle sue linee d'azione. Secondo la natura e gli scopi del Movimento Comunità, che non è impegnato, al modo dei partiti, nella tattica del giorno per giorno, ma è volto, con i suoi organi di studio e con quelli più propriamente politici, al riesame e al rinnovamento delle strutture stesse del regime democratico, la presente dichiarazione affronta i problemi della vita italiana con una prospettiva molto ampia, in senso che potremmo chiamare strategico o radicale. Un simile impegno non è certamente volontario astrattismo, ma al contrario fa parte integrante del nostro programma politico.

Programma aperto.

1. - Le definizioni che del Movimento Comunità si possono dare secondo il linguaggio politico corrente sono insufficienti. Il Movimento Comunità è antifascista, repubblicano, democratico, federalista, cristiano e laico (1), socialista e personalista: ma tali caratterizzazioni, se possono servire a situare approssimativamente il Movimento Comunità in un settore dello schieramento culturale e politico italiano, ne indicano la realtà solo in modo generico. L' azione programmatica del Movimento Comunità esula infatti dai limiti tradizionali della «politica» intesa come rapporto di forze, e si fonda su una diversa moralità sociale: «politica» è per noi la possibilità dell'uomo di armonizzare e sintetizzare esigenze e vocazioni diverse, e azione politica è lo sforzo di creare istituzioni che rendano operante tale possibilità. Politica è rapporto attivo, consapevole, armonioso tra l'uomo e l'ambiente del suo operare quotidiano, e azione politica è la ricerca delle condizioni in cui questo rapporto possa avere vita. Di qui, in via d' esempio, il grande valore «politico» che ha per noi l'urbanistica. Di qui soprattutto il nostro rifiuto di distinguere tra morale personale e morale politica. Il nostro rifiuto di subordinare, in ordine alla moralità, i mezzi ai fini. Il rifiuto della violenza se non di fronte alla aperta prevaricazione. La fiducia nella tolleranza come attivo dialogo e non come passiva rassegnazione. Il rifiuto di ogni forma di sfrutamento dell'uomo. Il rispetto assoluto della persona umana.

Dovunque ci sia conflitto, per esempio, tra la macchina e l'uomo, tra lo stato e un ente territoriale locale, tra la tecnica e la cultura, tra la burocrazia e il cittadino, tra l'economia del profitto e l'economia del bisogno, tra l'automatismo e il piano, tra il mero piano economico e il piano urbanistico, tra la città elefantiaca e l'insediamento a misura d'uomo, e infine tra l'ipotetico idillio di una società avvenire e la reale angoscia delle «generazioni bruciate», - noi sapremo immediatamente qual' è la nostra parte.

A questa morale personalistica (in cui convergono tutti gli elementi più urgenti della morale cristiana, dell'anarchismo, del liberalismo, del socialismo) noi crediamo sia indispensabile rimanere fedeli se si vuole, dalla profonda crisi del nostro tempo, risalire alla gioia della libertà e all' unità dell'uomo.

Lotta per un socialismo istituzionale.

2. - Il mondo politico contemporaneo è oggi profondamente diviso da un massiccio contrapporsi di blocchi armati, animati l'uno contro l'altro da uno spirito di crociata. Nel suo richiamarsi ai valori della civiltà cristiana e della libertà personale, il Movimento Comunità si inserisce per sua natura nella cultura occidentale, ma non accetta le premesse dell'attuale schieramento di stati che prende il nome, appunto, di. occidentale. Sotto la egida di tale schieramento si dànno infatti per risolti, una volta per tutte, problemi che invece attendono ancora, nella nostra società, soluzione urgente. Quello che fu chiesto con drammatica evidenza per il mondo comunista, l'habeas animam, non è certamente acquisito nella società capitalistica ed in gran parte degli Stati democratici. I delitti tradizionali del mondo capitalistico, il pauperismo, la disoccupazione endemica, lo sfruttamento in nome del privilegio, si accompagnano oggi in molti stati con una mortificazione crescente della stessa democrazia formale, della libertà di stampa, di riunione, di espressione, con il diminuito rispetto per le minoranze religiose e razziali, ecc. Inoltre, l'insorgere delle lotte coloniali e il risvegliarsi alla coscienza politica di larghe masse popolari di oriente è, storicamente, uno dei fatti centrali del nostro tempo e non può essere risolto in alcun modo nel quadro semplicistico della contrapposizione oriente-occidente, ove «occidente» si identificherebbe con democrazia.

D'altra parte, il mondo comunista staliniano è ormai fondato sulla certezza che in esso si realizzerà un regno di intera prosperità, di intera felicità, di intera perfezione, e giustifica quindi, con questo utopismo d'idillio, la più spietata «moralità di Stato». Lo Stato, per l'escatologia marxistica, è destinato a scomparire, con il «salto dal Regno della Necessità al Regno della Libertà».

Su questo piano si è basato, da parte dei comunisti da Lenin in poi, il rifiuto di creare uno Stato che si fondi sul diritto. E così anche l'anarchia prevista da Lenin (quella che determinati mutamenti di Struttura finirebbero per realizzare nel tempo) perde quel valore almeno pedagogico che ha, nei migliori tra gli anarchici, 1'anarchismo vissuto e attuale: continuo richiamo, e tensione, verso un'anarchia ideale che non si potrà mai - appunto - realizzare nel tempo, ma che pur sempre rappresenterà una pietra di paragone per le strutture sociali in atto o in fieri.

Ora, noi crediamo di doverci distinguere non solo dai socialisti rivoluzionari e comunisti, ma anche dai socialisti riformisti che accettano passivamente le costituzioni «borghesi», volti solo alla riforma della legislazione economico-sociale e scarsamente consapevoli del valore sociale del diritto come tale; che cioè guardano antistoricisticamente al punto in cui, terminate le graduali trasformazioni, si perverrà alla società socialista, della cui configurazione istituzionale poco si preoccupano. E crediamo di poter opporre, agli uni e agli altri, con molta fermezza, che mèta della lotta politica debba essere la creazione di un nuovo ordine giuridico, istituzionale, che risponda al requisito, perennemente essenziale, di risultare, di volta in volta, fondato su norme certe uguali per tutti. Parlare di «diritto rivoluzionario» è una contraddizione in termini (se non lo si intenda come una semplice formula politica di comodo): occorre distinguere sempre tra la singolarità del fatto e la generalità del diritto. Potrà mutare il contenuto di un dato sistema giuridico, e, in luogo del diritto «borghese», aversene altri ispirati al cristianesimo, al socialismo, ecc.; ma il diritto dovrà presentarsi sempre come una ipotesi di lavoro ben certa. In tal senso, contro le «costituzioni rivoluzionarie», ibrida e diseducativa mescolanza di diritto e di fatto, di rivoluzione e di ordine nuovo, consideriamo il diritto una delle garanzie più forti contro gli arbitrî e i trasformismi. (Del resto, vecchia verità questa: furono i plebei a esigere leggi certe, «scritte», le future XII Tavole) (2):

In conclusione, il Movimento Comunità, che:

•  da un lato accetta l'unità delle forze del lavoro nella lotta contro il privilegio,

•  ma in questa lotta vuol scendere più a fondo di quell'economicismo che (lo si riconosca o no) è ineliminabile nell'impostazione marxistica, in quanto non si tratta soltanto di stabilire a chi sia attribuita la proprietà, ma anche quale sia la distribuzione di potere che essa determina;

•  dall'altro lato non crede nel mito della rivoluzione in quanto tale, ma piuttosto ricerca quegli strumenti, rivoluzionari o gradualistici, che arrivano più rapidamente allo scopo, con minor violenza alla libertà e soprattutto con minor confusione tra fini e mezzi;

•  e dissente in egual misura sia dai moralisti che pretendono di mutare astrattamente gli uomini prima della realtà sociale, sia dai marxisti che sopravvalutano la priorità del mutamento delle strutture economiche nel processo di rinnovamento sociale ;

•  e infine prende a fondamento della propria opera il valore «sociale» del diritto e a propria mèta la creazione di un «ordine» nuovo, ordine giuridico, istituzionale, fondato sul diritto come norma certa, si pone nella realtà politica contemporanea come una forza operante di «socialismo istituzionale».

Comunità territoriali e ordini politici.

3. - Quale sia poi il nuovo ordine, la istituzionalità congrua di quella libera civiltà della quale il Movimento Comunità vuol farsi promotore, è stato illustrato nella letteratura del Movimento, e basterà qui accennarne gli elementi essenziali.

Lo stato comunitario, fondato sulla integrazione armonica delle forze del lavoro e della cultura con quelle della democrazia, su una proprietà socializzata e radicata agli Enti territoriali autonomi (le Comunità), insisterà sulla tradizionale separazione dei poteri e sul principio di un nuovo integrale federalismo interno, inteso nel senso di equilibrio di autonomie tra periferia e centro. Inoltre esso si porrà il problema fondamentale della rappresentanza politica, non affrontato che parzialmente dalla democrazia politica e risolto invece per eccesso dal regime sovietico. Il suffragio universale dello stato democratico infatti, specialmente in regime di partitocrazia, non dà assolutamente garanzie per la formazione di una classe dirigente politica «aperta», cioè alimentata e provata dal passaggio obbligato attraverso il governo degli enti territoriali minori e di aggregati sociali naturali come scuole, aziende, sindacati; e la teoria del Gruppo Guida, accettata nello Stato sovietico, è ben lontana dall'offrirci le necessarie guarentigie giuridiche circa la formazione, l'apertura, la sostituibilità di tale Gruppo, e circa il pericolo, quindi, che esso si trasformi in oligarchia (3).

In verità i mezzi adeguati a raggiungere i nostri fini sono molto complessi e si prospettano in tre fasi distinte ma compresenti :

•  organizzazione istituzionale della cultura fondata sul riconoscimento giuridico di istituti culturali specializzati a statuto democratico (Istituti per le Scienze politiche e Amministrative, per la Istruzione e la Educazione, per Urbanistica, ecc.);

•  equilibrio dinamico, nell'àmbito delle Comunità territoriali, tra le forze sindacali, gli organi decentrati delle istituzioni culturali e i Centri Comunitari di formazione democratica. Il potere politico sorgerà come sintesi di queste forze (nucleo originario del Potere);

•  presenza attiva e coerente, in tutte le fasi del processo costituzionale - ad ogni grado (Comunità, Regioni, Stato) - delle istanze culturali e delle garanzie democratiche.

Si ha in tal modo una concreta integrazione e un superamento del marxismo-leninismo, che affidava la rivoluzione sociale alla diarchia operaio-intellettuale senza tuttavia riconoscere il nesso eterno tra libertà e democrazia né il valore differenziato dei termini giustizia, lavoro, educazione, scienza, né in generale la complicazione della società moderna e quindi dello Stato, il quale abbisogna oggi, per una sua civile esplicazione, di forme istituzionali pluraliste di delicata struttura.

Come si esprime a questo proposito Adriano Olivetti nel suo volume L'ordine politico delle Comunità (4), "La libertà è garantita quando si stabilisca giuridicamente un nuovo equilibrio tra le forze sociali e spirituali che vivono in uno Stato moderno. Questo equilibrio, che abbiamo già analizzato nelle sue tre componenti (cultura lavoro democrazia) è rappresentato nelle singole Comunità dal nucleo originario del potere.

"La formazione differenziata e indipendente di ciascuno degli organi tra i quali è diviso l'esercizio dei tre poteri, legislativo, esecutivo, giudiziario, deve riflettere l'equilibrio politico rappresentato dal nucleo originario del Potere.

"La libertà non è adunque salvaguardata unicamente dalla separazione e dall'equilibrio dei poteri, ma anche dall'immissione, entro ciascuno degli organi costituzionali che tali poteri esercitano, delle diverse forze sociali e spirituali che caratterizzano uno Stato moderno. Solo così il principio vitale della libertà, che è coesistenza di forze, impregnerà come una linfa, in tutte le sue ramificazioni, il grande albero dello Stato ».

Queste precisazioni possono aiutare a chiarire il carattere antitecnocratico e anticorporativo del Movimento Comunità, che non è stato sinora compreso da tutti. I tecnici, in quanto tali, rappresentano la specializzazione, l'unilateralità, l'analisi; la competenza del politico invece deve saper vedere ogni esigenza specifica sotto l'angolo più ampio degli interessi generali, e dei fini stessi, della società. La rappresentanza professionale di categoria, postulata dai corporativisti, è proprio l'inverso di ciò che secondo noi deve proporsi una società organizzata; essa tcnde a rafforzarc gli interessi costituiti e a rendere più deboli proprio quelli che lo stato dovrebbe difendere come generali o meglio ancora universali, appartenenti a tutto l'uomo. Il Movimento Comunità non indica quindi come nuova classe politica gli ordini professionali, ma veri e propri ordini politici, le cui funzioni riflettono tutte e solamente le attività politiche aventi una radice spirituale e una validità universale: giustizia, lavoro, assistenza, educazione, economia, urbanistica.

La situazione mondiale.

Popoli coloniali e aree depresse.

4. - Se a questo punto ci trasferiamo sul piano della situazione mondiale, la troviamo dominata da un problema che ci sembra esemplare sia delle origini del travaglio contemporaneo, sia delle possibili soluzioni: il problema, oggi entrato in una fase drammatica e sanguinosa, dei popoli coloniali e del risveglio nazionale d'Africa e d'Oriente. Su di esso, il pensiero socialista democratico ha denunciato una insufficienza di sensibilità storica, mentre a noi sembra che proprio qui sia necessario proporre soluzioni storicamente più fondate e concettualmente più audaci.

Verso questi popoli, gli errori e le colpe degli occidentali sono insieme di governi, di gruppi politici (non esclusi i socialisti democratici), di gruppi di produttori che pur vorrebbero essere considerati liberali, e anche, aggiungiamo, di uomini della cultura. C'è una notevole incapacità e cattiva volontà, in tutti costoro, di cogliere il senso della storia di questi popoli, uno strano oblìo sulle origini spesso violente delle stesse democrazie occidentali e una buona dose di presunzione e di arroganza, mista a paura per l'avanzare dello stalinismo, nell'imporre alla libertà forme nate da esperienze storiche particolari od estranee. In particolare molti uomini di cultura, che si ritengono versati nei problemi orientali (ma in realtà sono uomini di limitato interesse culturale) passano dalla sufficienza paternalistica al falso rispetto (il rispetto per le cose «così come stanno») all'infatuazione per il pittoresco e l'esoterico. In Oriente, come in Occidente, c'è da sceverare il bene dal male. Nelle loro correnti migliori le grandi religioni orientali sono tolleranti, e fiere della loro tolleranza; la democrazia locale ha spesso tradizioni millenarie in diverse civiltà contadine dell'oriente. Ora, gli schemi della democrazia partitica (e certi precisi interessi da conservare o da alimentare) hanno portato gli occidentali «democratici» all'appoggio di forze, che non hanno alcuna seria analogia con le borghesie - illuministiche e imprenditrici - dell'occidente sette-ottocentesco. Un formale (e interessato, e sollecitato anche dalle burocrazie coloniali) rispetto della situazione costituita, il pregiudizio nei riguardi di qualsiasi possibile successore giacobino, fanno sì, poi, che gli occidentali favoriscano continuamente le forze più illiberali: nazionalisti confessionali, latifondisti, appaltatori di tasse per conto di autocrazie feudali, tirannici scontisti, affaristi legati a interessi esterni al paese e affermatisi all'ombra delle armi straniere, tutte categorie che non hanno alcun interesse né economico-sociale né culturale o religioso alla libertà. Viceversa l'esperienza recente ci insegna che in questi paesi arretrati, una rivoluzione sociale ha inizio con un'alleanza di elementi eterogenei, nella quale solo il permanere di certe cause specifiche finisce per determinare la prevalenza dello stalinismo, spesso in minoranza all'inizio. D'altra parte i comunisti, che nel voler risvegliare la spinta libertaria di larghe masse - specie rurali - sono, storicamente, dalla parte della ragione, operano in nome di una libertà etnica, razziale, che non è esattamente la nostra libertà.

Ora, invece, è da dire che nei paesi che escono da un regime coloniale, come in genere in tutte le aree depresse, le strutture comunitarie particolarmente si prestano a indicare un sistema atto ad avviare verso Stati federali sopranazionali. Nei paesi coloniali, come in genere nelle aree depresse, la tradizionale democrazia politica formale è reazionaria e masse inorganizzate di milioni di uomini, con larga prevalenza di contadini, non hanno per mezzo di essa la possibilità di esprimere organismi validi ai fini della civiltà. Le masse rimangono fatalmente dominio di oligarchie totalitarie, sia che alzino la rossa bandiera della rivoluzione, sia che sotto le apparenze delle libertà nominali si facciano strumento di un feudalismo decadente. Le strutture comunitarie, fondate su integrazioni tra il principio territoriale e il principio funzionale, offrirebbero una interessante soluzione a un arduo problema costituzionale sinora insoluto. Anche un documento di alto interesse in possesso della cultura internazionale (il Disegno di Costituzione Mondiale presentato da un gruppo di studiosi dell'Università di Chicago) postula accanto ai tradizionali valori democratici il peso delle istituzioni culturali e delle forze sindacali, vere radici atte a determinare nel corpo costituzionale una linfa vitale. E in questo ordine di idee è ancora l'azione politica di Manvendranath Roy e del suo gruppo neo-umanistico indiano, che lotta per l'emancipazione, sul terreno delle idee e su quello delle istituzioni, delle forze della cultura e per una democrazia federalista, «in direzione di piccole organizzate democrazie integrate in una struttura a piramide che costituirebbe lo Stato, e dotate, ognuna di esse, di effettivo potere economico e politico» (5).

Per tornare su un terreno più contingente, è chiaro che gli occidentali rimarranno nell'errore sinchè insisteranno nell'appoggiare una economia liberale inesistente: essi che hanno, in passato, alternato protezionismo e liberismo, a seconda che fosse necessario fortificare le proprie aziende in fase critica o sconfiggere le Industrie artigiane dei paesi arretrati (mentre spesso, come contropartita, iniziavano uno sfruttamento intenso di materie prime, accompagnandovi non raramente la conquista militare). Oggi crediamo apparisca finalmente evidente che il progresso occidentale è legato a una visione unitaria del mondo: la sorte del contadino persiano, cinese o indiano è legata alla sorte dell'operaio urbano europeo e americano. E ciò per ragioni di comune benessere e di giustizia, di stabilità economica e di ordine internazionale. Pertanto un qualsiasi riarmo è giustificato solo nei limiti in cui conservi carattere difensivo e si accompagni a un radicale piano di cooperazione economica, attuato senza discriminazioni e sotto la responsabilità degli Stati, non dei gruppi sezionali. Occorre rendere operante la politica del «punto quarto» di Truman (6), e tenere soprattutto presente che il riarmo può essere uno strumento sussidiario e di emergenza, ma che, se esso porta ad alleanze degli occidentali coi ceti oppressori nei paesi che lottano per il loro progresso tccnico e per un assetto sociale più giusto, fallisce al suo scopo e va respinto senza compromessi. La lotta per la libertà può essere sostenuta proprio e soltanto appoggiando le riforme di struttura (specie agrarie), i ceti capaci di realizzarle, e i piani nazionali e sopranazionali, tipo Piano di Colombo (7) (piano per lo sviluppo economico cooperativo dell' Asia meridionale e sud-orientale, ove sono scartate imposizioni unilaterali). In altri termini, e per concludere: la spinta all'emancipazione nazionale, legata alle aspirazioni libertarie, particolarmente delle masse rurali, e attualmente sorretta dai comunisti, non porterà ad imboccare una via cieca, al termine della quale c'è stasi e involuzione se non guerra, solo se accompagnata dalla lotta per il diritto e per la libertà della cultura; e se dovrà non già concludersi in nuovi Stati sovrani, ma sboccare in Asia e in Africa in federazioni continentali e sub-continentali (quale per esempio la Federazione dell' Asia del Sud-Est vagheggiata anche da Nehru) educate alla lotta per un ordine internazionale.  

L' ordine internazionale.

5. - Alla luce di questi esempi, sarà facile risalire alla posizione del Movimento Comunità in ordine al problema generale dei rapporti internazionali. La politica estera internazionale, con il contrapporsi di blocchi armati a dividersi l'intera faccia della terra, è terreno troppo vasto e infuocato perchè il Movimento Comunità possa pensare di determinarne gli sviluppi con una dichiarazione programmatica. Noi pensiamo tuttavia che, allo stato attuale delle cose, sia piuttosto questione di chiarezza di principi che di abilità diplomatica. Alla consueta antitesi di occidente contro oriente, carica spesso di non chiari motivi polemici, abbiamo preferito l'antitesi tra il mondo ove si ha «certezza del diritto» e il mondo in cui questa certezza del diritto non è garantita. O addirittura, se si vuole, tra il mondo ove vige l' habeas corpus e il mondo ove l' habeas corpus non vige, qualunque sia il confine geografico che li divide. E per chiarire infine in assoluto i rapporti tra le democrazie «progressive» in Europa e le democrazie «storiche» in Asia, diremo che noi siamo contro la colonizzazione occidentale (in atto) in Asia, e contro la colonizzazione russa (eventuale) in Europa.

Siamo cioè contro tutti quei sistemi che o tendono a fare di alcuni popoli i soggetti e di altri gli oggetti della politica internazionale; contro gli accordi dei «grandi» stipulati in conto e sulla pelle dei «piccoli», contro le zone d'influenza e ogni tipo di politica di potenza.

Siamo, certo, per una assise internazionale di stati, ma contro il tipo di rappresentanza costituito dall'ONU, ove, in virtù dell'ossequio alle sovranità nazionali, gli Stati Uniti o l'URSS hanno in linea di diritto lo stesso peso delle più piccole nazioni, mentre, in virtù dell'ossequio alla politica di potenza, esiste contemporaneamente un diritto di veto per i più grandi. E dove, d'altra parte, anche la stessa ammissione all'assemblea, anzichè essere un diritto di ogni stato democratico, è sottoposta ai mutevoli criteri della guerriglia diplomatica. Il primo passo verso una normalizzazione dei rapporti internazionali sarebbe dato certamente dal democratizzarsi interno dell'ONU, ma è ben difficile che una Organizzazione delle Nazioni Unite sia democratica, se non sono interamente democratici gli Stati che vi appartengono, e se il mandato ai delegati nazionali non sia conferito in modo più esplicito dai popoli che essi rappresentano.

D'altro canto, un'altra considerazione ci sembra qui necessaria. Lo stato moderno è andato via via estendendo in modo inesorabile la rete dei suoi interventi nella vita sociale, ed è ormai impossibile prescindere dalla sua presenza in qualsiasi azione politica anche marginale. Persino le Internazionali di qualsiasi tipo, hanno perduto quasi del tutto ogni significato politico se non quello di agenzie esecutive di uno Stato guida. Questa onnipotenza dello Stato (oggi nessuna opposizione, anche la più accanita, respingerebbe a priori l'occasione di una partecipazione al governo, qualunque fossero le differenze ideologiche con gli altri partiti compartecipi) sembra far concludere per la necessità di concentrare gli sforzi in favore del superamento degli Stati nazionali interamente sovrani e in favore della costituzione di ordinamenti giuridici superiori, federazioni continentali o sub-continentali.

Federazione europea.

6. - In primo luogo, la Federazione europea. Una Federazione europea, beninteso, aperta a tutti gli Stati che vogliano accedervi, accettando un assetto interno di democrazia garantita dalle leggi. II Movimento Comunità vede, ripetiamo, un elemento di progresso nel fenomeno federativo, sopranazionale. Nel caso poi particolare dell'Europa, e data la divisione del mondo in sfere d'influenza, una Federazione europea è l'unica risposta democratica coerente ai vari nazionalismi, e anzi l'unica strada per riacquistare alle nazioni d'Europa la qualità di soggetti della storia. Inoltre, l'esperienza dimostra che solo Stati strategicamente forti pongono e risolvono il problema delle autonomie all'interno; e la realtà politica attuale indica che attraverso la battaglia per il federalismo europeo e per una costituente europea si possono individuare e combattere i nemici di ogni struttura federalista e comunitaria, e preparare invece una classe politica non esclusivamente legata ai partiti - che sono poi le cose che a noi interessano di più. Per questo il Movimento Comunità è naturalmente federalista, ma vede con decisa opposizione la possibilità che l'idea federalista declini in una sorta di strumentalismo strategico e in una coalizione di Stati. Federalismo non deve essere statalismo, ma al contrario struttura sempre più autonomistica nell'àmbito degli Stati, autonomia generale. Una federazione di Stati accentrati e nazionalisti è una contraddizione in termini e potrebbe addirittura servire a bloccare lo status quo sociale esistente, anzichè essere un elemento di innovazione. La Federazione europea darà all'Europa autonomia e salvezza, ma ciò stabilmente per sè e in modo esemplare per gli esterni, solo se federazione è intesa nel senso integrale di decentramento assoluto, di autonomia generale anche nei confini degli Stati, di articolazione politica e amministrativa antimonopolistica in ogni senso.

In definitiva gli Stati Uniti d'Europa saranno una realtà viva e operante in quanto immediata conseguenza di un comune scopo spirituale e di un assetto politico e sociale nuovo e omogeneo (8).

Stato, partiti e classe politica.

7. -Venendo infine sul terreno della politica interna, il Movimento Comunità, in nome dei principi autonomistici e concretamente liberali esposti sinora, rivolge la sua opposizione contro la partitocrazia. Il partito moderno è uno strumento centralizzato e burocratico che svolge nell'àmbito dello Stato una funzione di sclerosi analoga a quella svolta dai nazionalismi riguardo alla vita internazionale, e costituisce un diaframma artificiale, e spesso oppressivo, tra la realtà sociale e gli organi politici della collettività. Il monopolio della vita politica in tutte le sue fasi ormai assunto dai partiti, suggerirebbe una strada - per altro non scevra di pericoli - per garanzia dei cittadini: cioè un controllo costituzionale continuo sulla democraticità interna dei partiti, il che implicherebbe una sorta di riconoscimento giuridico, non interamente dissimile da quello che si è andato imponendo per i sindacati. Ma, oltre tutto, rimarrebbe sempre estremamente difficile stabilire il criterio «obiettivo» per il diritto alla permanenza e per le ammissioni di nuovi soci nel partito. Probabilmente conviene spezzare il monopolio creando una serie di strutture e vincoli costituzionali, che limitino, dall'esterno, i partiti.

Fermandoci a un aspetto della contesa elettorale, diremo che l'adozione del sistema proporzionale in questo dopoguerra italiano - nel quale la democrazia ha avuto per buona parte il carattere reazionario di una restaurazione, con la responsabilità di tutti i partiti politici e dei loro dirigenti, - si, può affermare che abbia avuto effetti non benefici nella nostra vita politica, in quanto ha reso arbitro il partito delle scelte dell'elettorato e addensato i riflettori della propaganda sui dogmi anzichè sui problemi e sugli uomini. Va subito detto tuttavia, senza che ciò significhi un nostro entrare nella polemica contingente, ma piuttosto per prendere aperta posizione verso un problema che la congiuntura politica ha sollevato, che il Movimento Comunità è d'avviso che occorra assolutamente un dispositivo costituzionale per impedire alla maggioranza di essere arbitra del suo perpetuarsi. Naturalmente lo Stato democratico si deve difendere a qualunque costo contro qualsiasi gruppo che, mascheratosi di legalità, tenda a sovvertirlo in senso totalitario. A qualunque costo, abbiamo detto: ma appunto per questo occorre avere le carte rigorosamente in regola. Aggiungeremo che alcuni di noi, pur dando per scontato il danno che ne potrebbe venire in un primo tempo alle fortune elettorali proprio dei partiti che si presentano meno massicci, auspicano un ritorno al collegio uninominale con ballottaggio per le elezioni della Camera, convinti che ciò avrebbe un decisivo valore per l'elevazione del livello culturale del Parlamento. La proporzionale riuscì solo in piccola misura a infrangere le clientele meridionali e, attuando un astratto criterio di giustizia, staccò invece il contatto umano, diretto e personale tra il corpo elettorale e la sua deputazione, falsando in tal modo una delle condizioni più preziose della democrazia.

Con maggior coerenza di coloro che fanno della proporzionale una questione di principio, il Movimento Comunità ha sempre opposto alla struttura verticale e gerarchica dei partiti la ripartizione del potere, il federalismo interno e l'integrazione ininterrotta di elementi autonomi, comuni, province, regioni, associazioni. E in linea più generale, contro le «scuole di partito» e i diversi inviti alla politique d'abord, risolti sempre nel dogmatismo, il Movimento Comunità offre l'esempio della Società Fabiana inglese (9) e la solida maturazione di una classe dirigente aperta a tutti i problemi della collettività; una classe dirigente, si potrebbe dire, di «partiti» anzichè di partito, che senta la vita politica come una necessità pregiudiziale, e non la ideologia e il mito come pregiudiziali alla vita politica. Contro le parole d'ordine e i puri rapporti di forza, premesse mai smentite d'oppressione e di intolleranza, il Movimento Comunità offre l'azione chiarificatrice e illuminante portata nella pianificazione urbanistica, nel servizio sociale, nella più energica complementarità delle forze economiche e degli organi amministrativi, nella formazione di una classe dirigente fedele alla amministrazione e alla autonomia.

Occorre tuttavia chiarire a questo punto che, sulla base delle premesse morali e politiche di cui ai punti I ), 2), 3), oltre che delle Proposizioni fondamentali 1949 del Movimento Comunità, non è incompatibile per un comunitario militare in un partito politico. Di fatto, la maggior parte dei comunitari è impegnata direttamente e politicamente nella vita delle amministrazioni, nelle aziende, nei sindacati, nel servizio sociale, nelle attività urbanistiche, nella scuola, nel giornalismo, e rimane in posizione indipendente rispetto ai partiti. Ma altri che sono impegnati in un'azione di partito, possono essere coerentemente e di ugual diritto comunitari; naturalmente se militano in uno di quei partiti che lasciano intravvedere la possibilità di tradurre sul piano della politica quotidiana alcune delle principali esigenze del Movimento Comunità; se non addirittura di un partito che, informandosi ai postulati del Movimento, possa divenire sul piano parlamentare uno degli strumenti essenziali per la loro realizzazione.

Tuttavia essi dovranno avere ben chiaro che un partito non potrà mai essere che uno degli strumenti, e mai l'unico, per la realizzazione di obiettivi politici. II Movimento Comunità infatti respinge l'interpretazione del partito o dell'azione parlamentare come unico strumento della lotta politica, e fonda tutta la sua azione sulla efficacia politica delle associazioni territoriali autonome, i sindacati autonomi, le forze della cultura.

Per una concreta difesa delle libertà.

8. - Sul terreno delle libertà politiche tradizionali minacciate in questi ultimi tempi da clamorosi attentati, il Movimento Comunità si richiama al fervore personalista che lo anima per farsi interprete della necessità del rispetto della persona (contro il mantenimento di leggi e regolamenti di tipo fascista o contrari alla Costituzione, contro ogni eccesso poliziesco nell'amministrazione della giustizia e nel regime carcerario, contro ogni intolleranza e ogni censura, contro ogni coartazione), e si associa in questo alla più sana tradizione liberale. Tuttavia anche in questo campo esso mette in guardia contro chi nell'astratta difesa della libertà universale trova (o cerca) un alibi per non arrivare a riforme di struttura e per non risolvere le questioni concrete. Non si tratta soltanto di «difesa della libertà», a cui è chiaro che ogni uomo che rispetti se stesso debba associarsi, ma si tratta principalmente di creare gli strumenti per l' esercizio della libertà in concreto, di trovare i mezzi idonei onde si formi e si esprima liberamente l'opinione pubblica. In questo senso i centri comunitari dovrebbero essere i luoghi nei quali tale opinione liberamente si forma, attraverso nuclei di dibattito popolare: luoghi di incontro e di ricerca e non, come le sezioni dei partiti, monopolio di soluzioni prefabbricate. Ma questo è lavoro a lunga scadenza, mentre altri, e non pochi, sono i problemi che presentano carattere di urgenza.

In primo luogo, le riforme atte a consentire nel modo più ampio, da parte di tutti, l'esercizio della libertà di stampa e d'informazione. Piuttosto che attraverso il controllo delle fonti di finanziamento dei giornali e delle agenzie d'informazione, in pratica difficilmente attuabile, una più vasta garanzia per l'esercizio di tale diritto sarà probabilmente da ricercare attraverso disposizioni che consentano di ridurre il costo delle pubblicazioni e della diffusione di notizie, sottraendo, al tempo stesso, le minori imprese giornalistiche alla sopraffazione dei grossi monopoli economici.

Per esempio, la socializzazione (almeno parziale, ma stabilita, con giustizia geografica, nei centri più importanti) delle aziende tipografiche consentirebbe di disciplinare l'utilizzazione dei relativi impianti secondo criteri distributivi e di assicurare al maggior numero possibile di correnti d'opinione le più agevoli condizioni per l'espressione del proprio pensiero. Altre misure per facilitare la libertà di espressione potrebbero essere: una congrua riduzione dei costi della carta, sottraendone la produzione e la distribuzione al regime di monopolio, una più larga politica di esenzioni fiscali in favore delle aziende editoriali e, infine, il controllo delle fonti di finanziamento indiretto rappresentate, ad esempio, dai contratti pubblicitari stipulati da enti e società di diritto pubblico, che dovrebbero essere equamente ripartiti fra tutti i giornali.

D'altro canto, la diffusione di notizie di particolare rilievo politico e sociale dovrebbe essere garantita da altre disposizioni: quale l'obbligo, sancito per legge, della pubblicazione da parte di tutti i quotidiani dei resoconti sommari ufficiali dei lavori parlamentari e la edizione da parte delle amministrazioni locali di bollettini d'inserzioni gratuite di richieste e offerte di lavoro e di altre informazioni di preciso e riconosciuto interesse sociale.

In secondo luogo, il problema della radio, divenuta in Italia monopolio governativo, e il cui regime dovrebbe essere riformato con il porla a servizio della cultura attraverso l'elaborazione di nuovi e più specializzati programmi e con la istituzione su base democratica di organi direttivi, tecnici e di controllo.

E infine le riforme rivolte a moralizzare, in linea di principio e di fatto, la lotta politica, quali per es. la regolamentazione circa l'affissione dei manifesti elettorali solo su adeguate porzioni di appositi spazi, con divieto di invadere le zone riservate alle liste avverse (10); il prezzo politico della carta e altri accorgimenti per diminuire la schiacciante superiorità economica di alcune formazioni politiche su altre. Oggi i partiti hanno spesso bilanci formidabili e privi di qualsiasi controllo, le loro spese (elettorali e non) raggiungono miliardi, e alle minoranze democratiche è praticamente impossibile affrontare la tempesta e il fragore delle lotte elettorali in condizioni di ragionevole equilibrio. Ora, se è vero che un controllo del bilancio dei partiti è di ipotetica realizzazione e presenta anche qualche difficoltà di principio, è anche vero che i partiti maggiori esercitano nel campo politico una funzione simile a quella che esercitano nel campo economico i grossi monopoli.

Politica e cultura.

9. - Sfioriamo qui, per altra via, un problema che il Movimento Comunità ritiene fondamentale, i rapporti tra politica e cultura. È stata chiarita di recente la distinzione tra «politica culturale» (di cui è soggetto lo Stato, la cultura oggetto, e la libertà della cultura la vittima) e «politica della cultura» (in cui invece sono gli uomini di cultura i soggetti, che intervengono, in quanto tali, nella vita politica). Noi accettiamo questa distinzione per intendere l'espressione libertà della cultura in senso attivo: non soltanto quindi libertà dallo Stato, ma libertà nello Stato, libertà nell'impegno, libertà nella vita. In coerenza con questi princìpi il Movimento Comunità nella sua lotta contro il pauperismo, a favore del pieno impiego, della pianificazione urbanistica, della scuola gratuita, delle borse di studio, dei centri comunitari e culturali, non intende appoggiarsi a determinati gruppi privilegiati naturalmente conservatori che detengono oggi unilateralmente gli strumenti della cultura; ma vuole combattere una battaglia per la cultura e per uno Stato che si appoggi, anche, sulla cultura. Per questa cultura (cultura unitaria, cultura per l'uomo, contro la frammentarietà delle tecniche, e l'unilateralità dei linguaggi specializzati; una cultura in cui sia possibile la sintesi, e in cui risplenda l'amore per la vita), ogni garanzia di libertà deve essere assiduamente cercata. Qualche esempio. Nel campo scolastico, il Movimento Comunità è favorevole all'autonomia disciplinare e didattica degli insegnanti statali, in analogia con la situazione auspicata per la magistratura. Nel campo scientifico, il Movimento Comunità è favorevole ad organi di indagine e di informazione tecnico-politici e scientifico-sociali, pubblici ma indipendenti dall'Esecutivo. Nel campo del Servizio Sociale, pur apprezzando e coadiuvando gli sforzi in atto per l'educazione popolare e l'organizzazione del tempo libero, il Movimento Comunità mette in guardia contro il pericolo di inghiottire tutto l'uomo nell'azienda «umanizzata» e nella ricreazione organizzata, ed è favorevole invece al rispetto profondo per la spontaneità e l'interiorità dell'operaio, del bracciante, dell'uomo della strada, anch'essi «persone» (11). Proprio sottolineando tale pericolo insito nel regime sovietico, Sidney e Beatrice Webb scrivevano: «È dalla facoltà di pensare nuovi pensieri e di formulare anche le più inattese idee nuove che dipende il progresso futuro dell'umanità» (12).

Socialismo economico pluralista.

10. - Sul terreno economico, il Movimento Comunità ha rivolto da tempo il suo interesse verso un'economia pluralista, socializzata e non statizzata, che preveda la trasformazione in enti di diritto pubblico delle industrie chiave e la trasformazione delle altre aziende, sia industriali sia agricole, secondo uno schema più volte esposto nella nostra letteratura (13).

La proposta di Industrie Sociali Autonome (I.S.A.) e le Aziende Agricole Autonome (A.A.A.), la cui proprietà sarebbe divisa tra Fondazioni tecniche e sociali, Regìe industriali degli Enti territoriali e infine le Comunità di azienda, espressione in forma cooperativa dei lavoratori, sono esempio abbastanza chiaro del pensiero economico del Movimento Comunità, volto verso una socializzazione che tolga al capitale la preminenza nella proprietà dei mezzi di produzione e ogni possibilità di sfruttamento, ma al tempo stesso lasci un certo giuoco allo stimolo dell'economia di mercato. Questa politica non esclude più ampie esperienze dirigistiche, coordinando il piano economico con i piani urbanistici. Ma le vuole attuate attraverso organi estremamente qualificati, mediante una serie di realizzazioni positive. Mentre quindi da un lato il Movimento Comunità postula per i lavoratori il controllo effettivo delle loro fabbriche ed aziende agricole, si preoccupa dall'altro lato di radicare il più possibile fabbriche e aziende nella vita della Comunità chiamando a partecipare alla proprietà ed alla gestione gli enti territoriali in cui esse operano.

Un modello estremamente efficiente di industria autonoma il cui governo venne affidato al binomio cultura-democrazia è rappresentato dalla fabbrica di strumenti ottici Zeiss di Jena. Nel I896 il fondatore Abbe conferì il suo patrimonio azionario ad una Fondazione che divenne proprietaria totale dell'industria. Il Consiglio di Amministrazione della Fondazione Zeiss era nominato dal Dipartimento del granducato di Sassonia-Weimar dal quale dipendeva l'Università di Jena. Si stabilì in tal modo una comunità di interessi tra l'industria, il piccolo Stato e i relativi istituti scientifici che assicurarono per mezzo secolo alla fabbrica un primato tecnico e sociale.

Sindacalismo autonomo, servizio e previdenza sociale.

11. -Solo in tal modo, d'altro canto, è possibile avviare a soluzione il problema del sindacalismo autonomo, che secondo il Movimento Comunità è intimamente legato alle soluzioni economiche sopra esposte. La situazione del sindacalismo italiano è oggi, per generale ammissione, tale che le centrali sindacali sono divenute esclusivamente le masse d'urto dei partiti politici che sono asservite ad essi. Il Movimento Comunità crede invece nella possibilità di rinascita di un sindacalismo non solo apartitico, ma profondamente autonomo e al tempo stesso non chiuso nell'esclusivo meccanismo della richiesta di aumenti di salari, ma profondamente inserito nel processo economico produttivo; e ciò con la creazione delle Comunità di azienda, corresponsabili dei servizi sociali e della gestione economica: vere anticipatrici e artefici dello schema proposto di decentramento organico e generale che è sola via concreta ed efficiente di reale liberazione delle masse lavoratrici.

E solo in tal modo è possibile avviare a soluzione il problema della democrazia di fabbrica, per cui mediante la vigilante responsabilità delle Comunità di azienda e una più larga autorità, entro l'azienda, degli assistenti sociali, si arrivi a quella salvaguardia della dignità umana dei lavoratori che è ancor oggi uno dei diritti più conclamati ma più calpestati e che è invece, anche sul terreno politico-sociale, da garantire urgentemente.

In particolare, il Movimento Comunità è favorevole a una assistenza svolta capillarmente nell'àmbito delle Comunità territoriali - articolata nei centri comunitari e nelle aziende - raggruppata nelle regioni, mentre al centro dovrebbe essere costituito un solo organismo nazionale di coordinamento («Ministero dei Servizi Sociali») con puri compiti tecnico-distributivi.

Per quanto riguarda la previdenza e le varie assicurazioni sociali, il Movimento Comunità auspica il riordinamento dì tutta la relativa legislazione in un testo unico organico e la contemporanea creazione di un solo Ente pubblico che raccolga in una snella struttura le funzioni oggi esercitate da una pluralità di organismi. Questo Ente pubblico unitario dovrebbe svolgere la sua azione largamente decentrata nelle regioni, attraverso le comunità territoriali e quelle aziendali, destinando eventuali redditi esclusivamente al raggiungimento dei propri fini istituzionali sotto il controllo di una rappresentanza democratica dei lavoratori e delle aziende interessate.

Un attento studio dovrebbe essere poi dedicato all'organizzazione proposta dal piano Beveridge e alla possibilità di applicare anche in Italia, compatibilmente con le capacità finanziarie della nazione, una estensione ampia e gratuita dei servizi sociali di più urgente necessità.

In vista del raggiungimento di tali obbiettivi il Movimento Comunità sostiene in particolare l'esigenza del riconoscimento giuridico della professione di assistente sociale.

Pianificazione e distribuzione.

12. - Ma i più gravi problemi della riorganizzazione della vita sociale ed economica non potranno essere visti e risolti che attraverso un'opera di pianificazione generale e particolare, capace di sostituire alle divisioni e suddivisioni, orizzontali e verticali, per cui oggi le funzioni fondamentali dello Stato appaiono frammentarie e disperse, linee e mezzi di azione unitari ed organici.

In questa opera di pianificazione possono essere distinti tre gradi. In primo luogo occorre, infatti, che i grandi problemi della vita sociale e dell'ambiente fisico in cui essa si svolge, siano considerati nelle loro linee più generali al fine di trarne anzitutto i concetti di base, politici, ai quali dovrà conformarsi poi l'intervento operativo. Tale compito potrà essere svolto da un organismo a carattere nazionale, abilitato ad attuare un coordinamento effettivo, delle questioni economiche e tecniche oggi demandate a dicasteri ed enti diversi, a raccogliere cioè in forma unitaria i dati e le rilevazioni e a promuovere gli studi e le ricerche necessari.

L 'approntamento degli strumenti tecnici di intervento - i piani veri e propri - e la pratica attuazione degli interventi stessi saranno invece conseguibili soltanto su una scala più ridotta. A questo proposito, la posizione del Movimento si chiama alle proprie premesse ideologiche, l'inverarsi di una civiltà di cultura. Poichè civiltà è sintesi di valori etici, economici, scientifici, artistici, nessuna civiltà può aspirare al suo compimento senza un'essenziale condizione: la costituzione di un'autorità capace di operare la sintesi organica delle molteplici attività che modificano incessantemente la forma di una società ancora sottoposta, per la sua incompiutezza, a profondi squilibri. Tale coordinamento non sarà quindi realizzabile che in piccole unità territoriali, sulla scala della comunità concreta.

Nell'àmbito della comunità s'inquadreranno, nelle forme più sopra delineate, le attività di carattere economico, sociale, assistenziale ed educativo. E pure nell'àmbito della comunità concreta si svilupperà quello che può essere considerato il terzo grado della pianificazione: la pianificazione edilizia. Condizionata da tutti i fattori sociali della comunità, guidata dalla conoscenza tecnica dei problemi e degli strumenti per risolverli, illuminata dall'intuizione artistica, la pianificazione edilizia costituisce il risultato tipico di una sintesi creativa.

Attraverso i tre gradi della pianificazione, l'organizzazione procederà armonicamente nella dimensione cellulare - nella comunità - come in quella intercelluare - in più comunità. Dall'equilibrio interno delle singole comunità, deriverà la possibilità di dare soddisfacente assetto ai rapporti che coinvolgono non soltanto interessi locali e circoscritti, ma più complesse strutture demografiche e territoriali.

Legato al territorio e fondato sulla stabilità dell'assetto produttivo, il sistema comunitario cellulare sarà solo apparentemente statico, ma effettivamente dinamico, mosso da forze spirituali, quali la rispondenza alle più generali istanze sociali e l'aspirazione a un costante progresso scientifico. Superando gli schemi della classica economia di mercato, integrandone le finalità di mero reddito con permanenti ragioni di interesse sociale, il sistema garantirà la stabilità delle fonti produttive nell'àmbito della comunità.

Resta il problema del coordinamento tra produzione e consumo. Allo scopo sarà indispensabile dar vita a nuovi organismi atti a promuovere una sintesi tra l'economia delle singole unità produttive e le necessità generali del consumo. Tali organismi di coordinamento («Centri Autonomi») saranno, sotto il profilo giuridico, una combinazione fra il trust e la cooperativa, conservando del cartello la caratteristica razionale di centro unitario di distribuzione e assumendo il merito sociale della cooperativa: la sostituzione dell'idea di servizio a quella di profitto.

L'amministrazione dei Centri Autonomi sarà congegnata in guisa da coordine produzione, consumo, importazione, esportazione in modo coerente e unitario per tutte le I.S.A. inerenti a una determinata branca.

Lo Stato delle Comunità non potrebbe accettare formule esclusive di predominio economico e affidare la direzione degli affari industriali ai soli produttori o ai soli consumatori. Nemmeno la totale integrazione reciproca fra i due estremi del ciclo economico risolverebbe definitivamente il problema della fissazione di un giusto prezzo.

La realtà economica sociale è assai più complessa di formule semplici ciascuna delle quali contenga elementi reali, ma unilaterali di valutazione.

Perciò lo Stato delle Comunità tenderà, anche in questo, a raggiungere un'unità (controllata) tra: organizzazioni produttive (I.S.A. e A.A.A., nelle singole Comunità); organizzazioni di distribuzione (Centri Autonomi); organi regionali dell'organizzazione economica.

Così, risalendo la scala dal particolare al generale, la pianificazione inquadra attivamente tutta la vita dello Stato, consentendo di penetrare i problemi della società attuale e disegnando le linee attraverso le quali essa potrà condursi a miglior forma.

Da queste premesse si configura l'atteggiamento del Movimento in merito ai problemi più immediati, propostisi nel dopoguerra e già in qualche modo affrontati sul terreno politico.

Di fronte a impostazioni di carattere sezionale - che intendano cioè risolvere, non importa su quale scala, uno ed un solo problema - il Movimento non può che esprimere un atteggiamcnto di critica e di scetticismo sulle possibilità di stabili e positive conclusioni.

Fondata sulla comunità concreta, dove si trova la base di incontro e di soluzione di quell'intreccio vivente di problemi che condiziona la nostra società, articolata in una visione integrale delle strutture dello Stato, la forma di democrazia auspicata dal Movimento trarrà la sua forza dalla pianificazione, e non ne sarà insidiata.

In tal modo e al di fuori dei criteri elettoralistici con cui i partiti hanno sinora improvvisato i loro programmi - sarà possibile avviare a duratura soluzione quei problemi, come la riforma del latifondo, la rinascita della montagna e lo sviluppo tecnico-industriale del Mezzogiorno, che oggi agitano il paese e turbano, nel confuso gioco della «grande politica», una classe dirigente che, nell'incapacità di affrontarli dal profondo, se ne fa strumento demagogico.

Condizioni per la riforma agraria.

13. -In particolare, per quanto concerne il dibattuto problema della riforma agraria, il Movimento Comunità conferma l'esigenza già posta in generale: ogni riforma deve consistere in miglioramenti sì produttivistici, ma anche umani, di vita.

Non si tratta quindi soltanto di arrivare ad una redistribuzione della proprietà fondiaria e a un miglioramento tecnico dei sistemi di conduzione e di produzione agricola, ma di garantire insieme nuove, più degne e stabili forme di esistenza alla gente della campagna, nuovi proprietari o braccianti che siano.

Il panorama agricolo italiano è così frazionato che non si potrà non tener conto, volta per volta, delle situazioni locali. Qui basterà riaffermare che la riforma dovrà mirare: a) in primo luogo, a restituire ai lavoratori della terra la piena dignità e libertà della persona, sradicando quei residui di mentalità feudale, acuti specie nel Mezzogiorno, per cui la grande proprietà fondiaria confina e sconfina in una specie di sovranità; b) a sviluppare un vasto progresso tecnico-culturale degli agricoltori; c) a risolvere i problemi dell'insediamento umano nelle campagne. Ogni sforzo, per essere fecondo, dovrà essere rivolto - attraverso la costituzione di borghi residenziali, centri di servizio, centri comunitari, attrezzature cooperativistiche, ecc. - alla creazione di unità socialmente organiche ed efficienti sul piano della produttività.

La struttura delle comunità agricole potrà esser così ricostituita e vitalizzata, aprendosi la via a quella più radicale riforma politico-amministrativa che, in forma compiuta, sarà la sola a garantire la funzionalità dell'intero sistema delle comunità e dello Stato federale delle comunità, nel tentativo di superare l'antica e drammatica antitesi fra città e campagna.

La scuola

14. - I problemi della scuola italiana possono a nostro avviso ricondursi ai tre seguenti fondamentali: 1) scuola privata e scuola di Stato; 2) scuola e assistenza; 3) scuola e società.

Rispetto al primo problema il Movimento Comunità vede, nella situazione attuale, le maggiori garanzie di libertà spirituale e di efficienza didattica nella scuola di Stato, di fronte all'eccessivo moltiplicarsi di scuole private, molte delle quali a carattere angustamente confessionale, spesso di dubbia serietà professionale, frequentemente strumento delle categorie privilegiate. Il Movimento Comunità non ha alcuna pregiudiziale in proposito, e non contrasta alla più ampia libertà per la scuola privata, purchè non finanziata, direttamente o indirettamente, da fondi statali. Devono inoltre a questo proposito essere chiarite due cose :

a) il Movimento Comunità, si è detto, è favorevole alla scuola laica: ma il laicismo non è inteso come una nuova (più potente) religione, ma come un metodo di lavoro, il più rispettoso delle libertà individuali (14).

b) in linea generale, sul terreno degli ordini politici e nell'àmbito dello Stato comunitario, sempre in conformità con i criteri generali della sua azione politica, il Movimento Comunità pensa a una scuola largamente decentrata, più intimamente legata alle Regioni e alle Comunità, e richiede l'autonomia didattica e disciplinare dell'ordine degli insegnanti statali.

Passando all'assistenza, in linea preliminare si osserva che il rendere operante l'art. 34 della Costituzione della Repubblica Italiana (15) è questione di elementare coerenza, in una nazione dove - sin dall'unità - si è pur riusciti a organizzare un'attrezzatura militare e a imporre una coscrizione «obbligatoria e gratuita» , anzi retribuita, e dove si sono sollecitati più volte tutti i cittadini ad accettare la responsabilità di morire per la collettività. La situazione della scuola, specie nelle regioni depresse, possiamo tranquillamente affermarlo, è disastrosa. Oltre tutto non si è riflettuto neanche all'altissimo reddito, in relazione alla produttività dell'economia nazionale e agli effetti della lotta contro la disoccupazione, delle somme impiegate per la scuola, scuola di base e scuola di qualificazione professionale.

In particolare, tra le misure d'emergenza si chiede una rivalutazione dei patronati scolastici e un aumento radicale dei loro fondi. Inoltre - e a ciò annettiamo molta importanza - l'assistente sociale deve essere introdotto nella scuola, dove avrà la possibilità di mettere l'insegnante di fronte ai problemi collettivi della sua scolaresca e di legare molto di più di oggi la scuola a fatti economico-sociali dell'ambiente, da cui oggi è in pratica assente. Egli sarebbe quindi uno degli strumenti del necessario rinnovamento della scuola, che deve avviarsi a divenire il nucleo attivo e vitale di ogni centro comunitario (16). Naturalmente sorge la parallela esigenza di dare incremento a scuole di servizio sociale, laiche e a indirizzo largamente pratico, volte a creare assistenti specializzati nel servizio di comunità.

Questa è, a nostro avviso, l'unica via maestra (e qui ci riferiamo al terzo punto da noi suggerito) per avviare a soluzione il problema della cultura nella democrazia che i partiti politici, ormai divenuti puri strumenti di ideologia, si sono dimostrati incapaci a risolvere. Ogni iniziativa attuale in senso decentrativo (cooperative scolastiche, biblioteche popolari, ecc.) è vista con favore dal Movimento Comunità; ma si deve porre una pregiudiziale molto netta. Il problema vero non è tanto quello di «divulgare» la cultura, di operare uno spostamento della cultura tradizionale a favore delle classi popolari; bensì quello, ancora non affrontato se non da esigui gruppi isolati, di una cultura moderna, capace di operare efficacemente nella società in cui viviamo e di contribuire alla chiarificazione dei suoi problemi economico-sociali. In questo àmbito, tra la scuola e il mondo del lavoro, la tradizione e le nuove esigenze economiche, ecc., esiste oggi una frattura profonda e irragionevole che deve al contrario essere sanata. Come è stato detto, «accanto all'umanesimo classico si deve formare l'umanesimo moderno». E nell'annosa querelle tra scuola formativa e scuola informativa ci pare si debba concludere per l'autentica scuola di libertà: che vuol dire capacità di azione autonoma nel proprio ambiente.

La rappresentanza politica nello Stato federale.

15. - Riguardo infine al problema della regione, sono ormai molti disposti a riconoscere che esiste in atto in Italia una grave crisi del sistema di rappresentanza politica, ma non si vede al contrario alcun tentativo per approfittare della nuova legislazione regionale per vincere tale crisi. Di fronte ai regionalisti massimalisti, la cui posizione può essere in realtà pericolosa per l'unità nazionale, il Movimento Comunità intende la regione anzitutto come strumento di decentramento statale e di autonomia e non di arbitrario particolarismo. Gli statuti regionali devono essere anzitutto uniformi allo scopo di ricondurre attraverso la pluralità di organismi periferici alla unità dello Stato.

E infine, è impossibile pensare all'efficacia della Regione se prima non si sia provveduto a una riforma della legge comunale e provinciale, per cui le Province opportunamente aumentate di numero secondo le naturali esigenze territoriali (Comunità), abbiano ampi poteri esecutivi e divengano a loro volta concreto strumento del decentramento regionale (per es. la riunione delle Giunte Provinciali dovrebbe costituire di per sè il Consiglio Regionale). È nota la struttura funzionale che, secondo il pensiero del Movimento Comunità dovrebbe avere la rappresentanza politica in seno alla Comunità, e l'organica compresenza delle tre fondamentali forze sociali, lavoro, cultura, democrazia.

L'idea di rappresentanza economica e sindacale è ricondotta al principio territoriale - insostituibile garanzia democratica - e a una sua intima connessione con l'orientamento politico della popolazione. In altre parole, ogni rappresentanza tecnica è sottoposta a una direzione e a un giudizio politico.

Gli amministratori di una Comunità (presidenti di divisione) ne diventano i suoi naturali rappresentanti. Si delinea così l'idea di una rappresentanza pluralista ben più ricca di valori di una rappresentanza formata da un'unica persona, caratteristica del collegio uninominale; o di quella rappresentanza dissociata dalla vita locale che è caratteristica di un regime di rappresentanza proporzionale.

Gli amministratori delle Comunità saranno designati con particolari procedimenti atti a garantire l'equilibrio fra le forze della cultura, le forze del lavoro e le forze democratiche propriamente dette. Si può pertanto considerare che l'insieme regionale dei Presidenti di Divisione rappresenti la sovranità nella Regione, e l'insieme nazionale rappresenti la sovranità nazionale. L'idea di sovranità e di rappresentanza si trasferisce così dalla primitiva affermazione del Contratto sociale che la commetteva al popolo, inteso astrattamente, a un corpo numeroso e qualificato che rappresenta una nuova classe politica - radicalmente aperta - dalla quale emanerà l'intero potere dello Stàto. Stabilendo il caposaldo fondamentale che la rappresentanza della nazione risiede nel corpo costituito dall'insieme totale dei Presidenti di Divisione, si può con facilità dar luogo a un Parlamento moderno, che esprima con grande approssimazione la volontà del Paese e che nel contempo sia dotato di una grande efficienza.

L'insieme dei Presidenti di Divisione di Comunità rappresenta il corpo politico dal quale, giocando come in una scacchiera, si può con facilità raggiungere la formazione dei nuovi istituti. La camera bassa potrà essere concepità come un'assemblea di secondo grado mandataria di ciascun Consiglio regionale in modo proporzionale a ciascuna funzione politica e alla popolazione di ciascuna Regione.

Senza rispettare questo criterio si creerebbe un'assemblea disarmonica con un eccesso di componenti in taluni dei rami della pubblica amministrazione e con una carenza di componenti in altri rami; si turberebbe infine quell'equilibrio tra forze del lavoro, valori della cultura e istituzioni democratiche che abbiamo indicato come necessario per garantire la stabilità della nuova costruzione. L'elezione di secondo grado è l'unico dispositivo democratico atto a raggiungere questi fini. Non vi sono altre alternative.

La seconda camera avrebbe: la stessa base elettorale costituita dai Presidenti di Divisione di Comunità. Tuttavia, mentre per eleggere i deputati della prima camera, essi si raccolgono per Regione, nel dar luogo alla seconda camera essi si raccolgono in collegi nazionali divisi per funzione.

Si ottiene in questo modo una camera altamente qualificata, ma che tuttavia ha le identiche radici democratiche della prima camera.

La seconda camera, pur rispettando i valori personali, garantirebbe la rappresentanza delle minoranze e l'affermazione di valori nazionali. Nessun altro modo di costituire una camera funzionale sàrebbe legittimo da un punto di vista democratico. La coerenza del sistema e la possibilità di una soluzione definitiva del problema, derivano dall'aver ricondotto, sin dall'origine, ciascun rappresentante funzionale allo stesso e identico principio territoriale.

Stato e Chiesa.

16. -Circa i rapporti fra Stato e Chiesa, gli accenni sopra fatti al laicismo come è inteso dal Movimento Comunità, alla distinzione fra politica culturale e politica della cultura, al rapporto fra persona e società nella politica di educazione e di assistenza saranno valsi a introdurre al nostro pensiero in argomento. La soluzione deve presentarsi come tale da permettere al cittadino di essere interamente religioso, interamente rispettoso del suo proprio credo (senza remore, scrupoli o riserve mentali) ed interamente rispettoso e leale verso lo Stato. Lo Stato, insistiamo, deve conservare un valore esclusivamente strumentale, là pure dove i suoi interventi sono molteplici: esso serve a dare (anche mediante il giusto uso della forza) organizzazione pacifica alla società, tendendo, al limite, a sostituire a una società dove prevalgono la potenza e il privilegio una società che - modificando l'espressione kantiana - potrebbe definirsi come il regno delle vocazioni. Nei rapporti con la Chiesa, con qualunque società culturale o spirituale, e con le persone singole, lo Stato conserverà questa posizione di estrema modestia. E tuttavia dovrà essere di una estrema severità nella tutela del suo còmpito modesto; vietando ogni clericalizzazione della funzione «naturale» che è chiamato a svolgere («date a Cesare...»), impedendo senza eccezioni che qualunque società, culturale o spirituale, ceda alla tentazione di sostituire le conversioni per imperativo della coscienza con le conversioni per prudenza terrena.

Questi punti non esauriscono evidentemente il panorama politico italiano, né il programma del Movimento Comunità. Alcuni di essi, nell'evolversi delle situazioni politiche, potranno anche dimostrarsi contingenti e suscettibili di revisione. In ogni nostra affermazione, accanto ad una convinzione profonda, c'è un largo margine di invito alla discussione e al dialogo. Ciò che tuttavia rimane costante in queste pagine è la volontà di stabilire con molta fermezza le finalità fondamentali e certe della nostra azione politica, la metodologia che noi riteniamo essenziale ad ogni lotta politica che non voglia esaurirsi nel compromesso o nell'avventura.

Noi confidiamo quindi che ne risultino chiari i criteri informativi della nostra azione volta all'autonomia delle comunità nell'àmbito dello Stato federale, e volta alla soluzione dei problemi umani (di libertà, di dignità personale, di solidarietà sociale) come preminenti su ogni altra considerazione politica. Così sarà chiaro che il Movimento Comunità si batte per una politica economica di pieno impiego, per una riforma tributaria impostata sulla tassazione esercitata sul reddito e non sul consumo, per una politica edilizia inquadrata in una integrale politica di pianificazione urbana e rurale che sappia utilizzare, oltre alle sempre limitate risorse finanziarie, quelle offerte dalla capitalizzazione del lavoro (utilizzando, ad esempio, per l'edilizia rurale, il lavoro potenziale non esercitato dai contadini nei mesi invernali e nei lunghi periodi di sottoccupazione), per una politica di difesa del consumatore, quindi a favore delle cooperative, dei piccoli consorzi, delle iniziative locali contro i mastodontici consorzi politici burocratizzati, e così via

Per una vita politica più vicina ai reali bisogni e alla misura dell'uomo.

NOTE

(1) «L'indirizzo spirituale del nuovo Stato è rappresentato da quell'insieme di valori spirituali e morali che per accettazione comune si intendono denominare "civiltà cristiana". Pertanto la legge superiore della Comunità è illuminata dall'Evangelo. Questa dichiarazione non implica per nessuno una sottomissione politica all'autorità religiosa, ma il riconoscimento definitivo da parte dei laici, credenti e non credenti, cattolici e non cattolici, dei valori spirituali contenuti nel Vangelo». Proposizioni fondamentali 1949 del Movimento Comunità, n. I.

(2) Ci rendiamo conto che il pensiero di Lenin (il testo fondamentale è, come si sa, Stato e rivoluzione) è spiegabilmente contradditorio, oscillando fra diverse esigenze - le necessità della pratica e quelle della polemica teorica con gli anarchici; le necessità della rottura rivoluzionaria e quelle di prospettare una legalità che permetta il funzionamento dell'ordine nuovo, eccetera. Ma, in linea generale, si può dire che per lui ci si avvii, attraverso uno Stato socialista, al futuro comunismo propriamente detto, dove ci sarà una società politicamente organizzata ma non la consueta coazione statale (cfr. le osservazioni dello Schlesinger in La teoria del diritto nell'Unione sovietica, Torino, 1952, al cap. Il - è possibile immaginare variamente le caratteristiche di questo finale stadio comunista: «totale realizzazione dei definitivi ideali del liberalismo e dell'anarchismo» o «ferrea disciplina in cui nessuno osi opporsi alla decisione della maggioranza»?). Di questo Stato socialista è tuttavia difficile prevedere se sia una fase transitoria di pochi anni o di secoli; ed è difficile dire con esattezza quale è il significato di dittatura e di legalità (fino a che punto dittatura in senso stretto, e quando dittatura in senso puramente sociologico, che non esclude a priori la legalità). Comunque a noi importa denunciare intanto gli sviluppi storici del leninismo: che sinteticamente possono essere resi da due articoli della Costituzione sovietica del 1936 (artt. 126 e 141) e da un commento teorico autorevole, di Viscinskij.

Articolo 126:

«In conformità con gli interessi dei lavoratori e allo scopo di sviluppare l'iniziativa delle masse popolari nel campo dell'organizzazione e la loro attività politica, è assicurato ai cittadini dell'U.R.S.S. il diritto di unirsi in organizzazioni sociali: sindacati, cooperative, organizzazioni della gioventù, organizzazioni sportive e di difesa, società culturali, tecniche e scientifiche, - mentre i cittadini più attivi e più coscienti appartenenti alla classe operaia e agli altri strati di lavoratori si uniscono nel Partito comunista (bolscevico) dell'U.R.S.S., che è l'avanguardia dei lavoratori nella loro lotta per il consolidamento e lo sviluppo del regime socialista e rappresenta il nucleo dirigente di tutte le organizzazioni dei lavoratori, tanto sociali che di stato».

Articolo 141 :

«I candidati alle elezioni vengono presentati per circoscrizioni elettorali.

Il diritto di presentare dei candidati è assicurato alle organizzazioni sociali e alle associazioni dei lavoratori: alle organizzazioni del Partito comunista, ai sindacati, alle cooperative, alle organizzazioni della gioventù, alle società culturali».

Viscinskij (citato dallo Schlesinger, op. cit., cap. VIII) ha fatto nel 1939 alcune precisazioni sul diritto socialista: «Il diritto socialista durante il compimento della ricostruzione socialista e il graduale trapasso dal socialismo al comunismo» viene definito come «un sistema di norme stabilite in forza di legge dallo Stato dei lavoratori, ed esprimente la volontà dell'intero popolo sovietico, guidato dalle classi lavoratrici capeggiate dal Partito comunista, al fine di proteggere, rafforzare e sviluppare i rapporti socialisti e la formazione di una società comunista». Se, malgrado la Costituzione del 1936 e le varie dichiarazioni teoriche di uomini sovietici autorevoli, ci sia una più profonda intenzione di arrivare a dissolvere il partito nello Stato, ciò va debitamente provato: ma, secondo noi, non può essere provato, almeno per ciò che riguarda il gruppo attualmente al potere. L 'ultimo congresso del partito comunista dell 'U .R.S.S. conferma la nostra convinzione.

(3) Queste osservazioni sono fatte senza ignorare la maggiore «apertura» che si è voluta dare via via al Partito comunista dell'U.R.S.S., così da poter essere considerato alla fine una organizzazione più nazionale che classista, cioè di un àmbito che tende a coincidere con quello statale. Ma il Partito comunista dell'U.R.S.S. rimane pur sempre, e sotto certi aspetti diviene sempre di più, organo di parte, in esso si è vincolati a una determinata filosofia politica - dove lo stesso socialismo ne ammetterebbe più di una, per non dire innumerevoli -, in esso ha limitazioni assai gravi la democrazia interna e non è possibile un controllo istituzionale del potere dei suoi capi. Inoltre la stessa «apertura», di cui si discorre sopra, ha indubbiamente valore sul terreno dell'evoluzione costituzionale: ma in effetti, nel quadro dell'assedio a cui la nazione russa è stata sottoposta per anni da parte delle potenze capitalistiche, può anche segnare la definitiva involuzione in senso nazionalistico di un ideale internazionalista.

(4) A. O. : L'ordine politico delle Comunità, 2. ed., Milano, 1951, pagg. 310-311.

(5) Manvendranath Roy ha partecipato dal 1906 al movimento di liberazione nazionale in India e, dal 1917, ha avuto un ruolo di primaria importanza entro le formazioni politiche di sinistra d'Asia, d'Europa e d'America (Messico). Per molti anni è stato a capo del «dipartimento orientale» dell'Internazionale Comunista: si è poi via via orientato verso posizioni «al di là del comunismo», di umanesimo radicale, per le quali al mutamento delle strutture economico-sociali si nega la priorità assoluta e viene richiesta, come fondamentale al pari di esso, la fondazione di istituti per l'esercizio concreto e diretto, da parte di tutti, delle libertà indi viduali («salvo che come somma totale di libertà e di benessere attualmente goduti da parte degli individui, la liberazione sociale e il progresso sono ideali immaginari, che non verranno mai realizzati»). Roy è uno dei maggiori scrittori politici dell' Asia.

Nel recensire The Meaning of Democracy, di Ivor Brown (sulla rivista The Humanist Way da lui diretta - [voI. IV, n. 4, 1951]) egli scriveva: «Non c'è dubbio che l'autore [Brown] attribuisce, nella sua esposizione, importanza di primo piano ai partiti politici. Egli è certo conscio dei pericoli legati ai partiti politici, ma ritiene che possano essere eliminati con una riforma delle condizioni delle masse. Non appare chiaro come, esistendo i partiti politici, si possa evitare la lotta per il potere; e se la lotta per il potere continua ad essere la molla della prassi politica, l'inganno e la demagogia saranno all'ordine del giorno. In realtà i metodi che l'autore cerca di correggere nel suo volume sono da attribuirsi in massima parte ai partiti politici. Brown ammette tuttavia che i partiti (e nel caso particolare si deve intendere i partiti politici) sono inevitabili, in quanto, affondano le loro radici nella natura stessa degli uomini. Non ci riesce di comprendere lo scopo di tutta la fatica da lui spesa a questo proposito. I partiti politici propriamente detti hanno origine recente, e sono concepiti nel presupposto che la detenzione del potere politico sia essenziale per il conseguimento dei mutamenti sociali e costituzionali desiderati. Quindi la conquista del potere politico è stato l'argomento principale dei loro programmi, e buona parte della confusione del mondo di oggi deriva inevitabilmente da questo concetto. La tragedia dei tempi moderni è l'atomizzazione della persona, costretta a farsi insignificante e impotente in mezzo a una società potente e ad uno Stato onnipotente. I partiti politici hanno colto tutti i vantaggi possibili dalla situazione, ed hanno fatto dell'individuo un essere vuoto e miserabile. Ci sembra che la soluzione sia da ricercarsi in direzione di un sistema di piccole organizzate democrazie, integrate in una struttura a piramide, che costituirebbe lo Stato, e dotate, ognuna di esse, di effettivo potere economico e politico. Lo stesso Brown dimostra di cogliere il punto essenziale quando scrive che «la decentralizzazione del controllo industriale ed economico, effettuata in modo che l'operaio senta che attraverso il suo voto egli diviene qualcuno sia nella fabbrica che nello Stato, è evidentemente la necessità del momento attuale». Questo concetto merita di essere studiato ed daborato in tutti i suoi aspetti e le sue conseguenze, e ciò che qui si vuol concedere a ogni operaio «spetta altresì ad ogni cittadino nei confronti del potere politico ed economico».

(6) Ecco i passi più importanti del Punto IV di Truman (dal discorso inaugurale da lui tenuto al Congresso nel febbraio 1949, come 33° Presidente degli Stati Uniti d' America):

«Dobbiamo impegnarci in un nuovo audace programma al fine di utilizzare i benefici della nostra marcia scientifica e del nostro progresso industriale nel miglioramento e nello sviluppo delle aree depresse. (.) Il vecchio imperialismo - sfruttamento da parte di stranieri - non trova posto nei nostri piani. Ciò che noi intendiamo è un programma di sviluppo fondato sul concetto di un leale comportamento democratico. (.) La democrazia soltanto può fornire quella forza vitale atta a stimolare i popoli del mondo a un'azione vittoriosa non solo contro i loro oppressori umani, ma anche contro i loro nemici di sempre: fame, miseria, disperazione».

(7) Il Piano di Colombo (del 1950. Così chiamato dalla città di Colombo nell'isola dì Ceylon) si concertò per i paesi asiatici del Commonwealth, con l'accordo di tutte le nazioni del Commonwealth stesso, e mentre alle riunioni per la sua redazione erano presenti osservatori della Birmania, dell'Indonesia, dell'Indocina e del Siam. E' un piano fondato sul presupposto che sia un dovere per le nazioni più progredite e in posizione più fortunata, partecipare all'elevazione del livello di vita delle aree arretrate o depresse. Altra sua caratteristica essenziale consiste nel non essere di formazione autoritaria, «unilaterale», ma nel chiamare anzitutto in causa le rappresentanze responsabili dei paesi interessati.

(8) Il Movimento Comunità ha appoggiato sin dagli inizi gli scopi dichiarati dal «Consiglio dei Comuni d'Europa» e appoggia la battaglia per la realizzazione dei princlpi contenuti nella «Carta europea delle libertà locali», alla cui redazione ha dato un suo contributo dottrinario e di pratica esperienza (vedi la rivista Comunità, n. II, giugno, 1951: «Partecipazione delle libere collettività locali a un consiglio europeo dei comuni»; e n. 15, ottobre, 1952: «Carta europea delle libertà locali»).

(9) La Fabian Society, in vari decenni di lavoro in stretto dialogo col partito laburista e con le Trade Unioons (e conservando «gelosamente», come tengono a dichiarare i suoi stessi membri laburisti, la sua indipendenza) si è preoccupata di delineare una serie di riforme di struttura, anche quando non se ne vedeva immediatamente possibile la realizzazione per gli esistenti rapporti di forza politici. Non impegnata nelle contese elettorali politiche, la sua forza è consistita nell'assenza di ogni tatticismo, nella larga apertura - senza dogmatismi - agli esperti e nella sua fiducia nell'azione educativa svolta, oltre che con i consueti libri e pamphlets, da più diecine di centri o società fabiane locali, e anche attraverso scuole e convegni.

Sarà forse a questo punto utile riportare una considerazione del laburista Aneurin Bevan (In Plact' of fear, London 1952; nella traduz. ital., Il socialismo e la crisi internazionale, [Novara] 1952): «È abitudine di molti pubblicisti irridere al Partito laburista per il suo attaccamento a quelli che passano per princìpi dottrinari». Dal tono di questi attacchi vien fatto di pensare che la mancanza di princìpi sia, in politica, la cosa più conveniente. Nessun uomo di stato può reggere alla tensione imposta dalla vita politica moderna senza quell'intima serenità che deriva dall'aderenza a un certo numero di convinzioni fondamentali. Senza la loro influenza equilibratrice, egli è in balìa d'ogni brezza passeggera. Intelligenza e agilità politica non possono sostituirle validamente».

(10) Proposta di legge n. 2616 del 25 marzo 1952 presentata al Parlamento dai deputati Calamandrei, Rossi Paolo, Mondolfo, Ariosto, Cornia, Belliardi e Cavinato.

(11) A chiarimento del nostro pensiero, e ad evitare interpretazioni «conservatrici» di esso, rimandiamo all'articolo Ricreazione educazione e servizio sociale (v. Ricreazione, anno III, n. 1-2-3, genn.-febbr.-marzo 1951) di Angela Zucconi.

(12) In Il comunismo sovietico: una nuova civiltà di Sidney e Beatrice Webb (voI. Il, «Post scriptum» alla seconda edizione, Einaudi, Torino 1950) si dice: «Molto più grave [rispetto ai mali della burocrazia], per il pericolo che può derivarne per il futuro progresso sociale, è la persistenza nell'U.R.S.S. della decisa riprovazione e anche repressione, non della critica dell'amministrazione, che è, pensiamo noi, più persistentemente e più attivamente incoraggiata che in qualsiasi altro paese, ma del pensiero indipendente su problemi sociali fondamentali, su possibili nuovi modi di organizzare gli uomini in società, su nuove forme di attività sociale e nuovi sviluppi del codice di condotta socialmente stabilito. È dalla facoltà di pensare nuovi pensieri e di formulare anche le più inattese idee nuove che dipende il progresso futuro dell'umanità».

Ci piace inoltre, a questo punto, richiamare una pagina di Alain (del 1934; ripubblicata dalla rivista francese Federation, luglio 1951): «Viendra-t-il un temps, où la politique ne declamera plus? Il faut l'esperer. On demande à la societe la sûreté, la propreté, la commodité, d'après les règles de la cooperation. Il n'y a pas lieu de gonfler par la rhétorique ces fonctions inférieures. Et quant aux supérieures, la société ne peut. Par exempIe, instruire, la société ne le peut. Elle ne tirera de sa rhétorique propre que quelques phrases misérables qui changeront avec le gouvernement. On en tirera à peine une dictée. Le vrai fonds inéquisable, d'où l'instruction tire ses richesses, est dû à un bon nombre de fortes têtes, de penseurs, de poètes, d'artistes, qui ne furent point soumis à la commune opinion, mais qui au contraire raisonnèrent et chantèrent comme chantent les oiseaux. Ce gran ramage des génies fait ce qu'on nomme très bien les Humanités. On ne demande pas de quelle nation la Bible, de quelle, la géométrie de Thalès, de quelle, le principe d.Archimède, de quelle, l.Iliade, de quelle, Faust, de quelle, Don Quichotte, de quelle, Othello; ces oeuvres, et tant d'autres sont humaines. La nation ne peut nourrir l'homme.

Et pourquoi? Parce que les fonctions de sociètè sont importantes, certes, mais basses. Certes, il importe que je ne sois pas dépouillé, empoisonnè, assommé, ou bien attelé comme un cheval; il importe que la peste, le choléra et l'ordure soient balayés; sans quoi je ne penserais guère. Mais si ces balayages et défenses prennes tout le temps, personne ne pensera plus du tout. La première clameur fera preuve. La panique et la furereur remédieront aux maux de nature par des maux encore pires, selon la méthode de civiliser qui est si bien dépeinte dans Candide. Et pourquoi l'homme descend si vite au ridicule et à l'odieux, on le comprend très bien. C'est qu'il agit comme société, par masse, par coopération; et cette méthode qui produit de grandes poussées, produit en revanche de très petites pensées. Assurément je dois, si je veux être juste, bénir la société à laquelle j'appartiens, qui m'a donné protection, puissants moyens, loisirs pour apprendre, et la paix, dans les rues; et qu'il y ait incendie ou écroulement, ou tout autre périI, j'y dois courir e j'y cours, afin de rendre à mes semblables ce qu'ils ont fait pour moi. En ce sens je les aime, et je me soumets à leur masse. Mai leur demander ce que je dois penser, non. Leur pensée, autant qu'elle leur est commune, est puérile, fanatique et folle.

Ce n'est pas que l'homme de la rue manque de bon sens. Je suis bien loin de le penser; et au contraire j'accepte l'égalité des suffrages; toutefois sous cette condition de prudence que le citoyen soit seul au moment où il decide. Et s'il pouvait alors prononcer d'après sa seule experiénce, tout irait bien. Tout le mal vient de cette fantastique opinion publique qui n'est de personne et que tous subissent. On dit, cela signifie que personne ne dit, mais que tout disent qu'on dit. C'est ainsi qu'on citoyen a confiance par la publique confiance, et défiance par la publique defiance. Les autres font de même et n'en savent pas plus. Comme la publicité vous enfonce un nom dans les yeux et dans les oreilles, ainsi la presse, l'affiche et la radio sont en mesure de créer des paniques et finalement d'imbéciles massacres. Depuis la paix quelles rumeurs n'a-t-on pas lancées? Il me semble toutefois qu'elles ne courent pas longtemps. Le calme revient, et même plus vite qu'on ne l'espérait. Il y a comme un frein invisible qui amortit les oscillations. Preuve qu'on bon nombre de citoyens ont compris la malice, et contrarient d'abord de leur place, et sans crier, toute rumeur qui leur vient aux oreilles. On examinera, soit. Mais il importe premièrement de repousser ce qui envahit. L 'esprit, quand il est digne de son nom, commence toujours par supposer faux ce qu'il se sent porté à croire.

J'avais raison de dire que l'Etat n'est pas capable d'énseigner; car il enseignera ce qu'on doit croire. En réalité ce sont les individus qui enseignent, et chacun enseigne en défendant contre la rumeur le plus haut de lui-même. Il y a beau temps qui nos seigneur ont dénoncé l'incrédulité comme le mal des Républiques. Ils criaient avant d'être écorchés. En réalité, les premiers signes de l'incrédulité paraissent à peine. L 'esprit roulé comme Ulysse par la vague, apparaît quelquefois nageant selon sa loi. On est étonné alors de ce sillage qu'on homme libre laisse après lui; mais du reste qu'il ne s'occupe pas de cela. Qu'il soit libre d'abord ».

(13) Vedi L'industria nell'ordine delle Comunità, La lotta per la stabilità, Tecnica della riforma agraria, in « Tecnica delle riforme », [Torino], l951; poi in « Società Stato Comunità », Milano, 1952, pagg. 39-69 e 89-106.

(14) « S'intende parlare di un laicismo inteso come adesione al metodo della non-violenza, del rispetto, dell'amorevole persuasione, quale si conviene a tutti coloro che - trascendentisti o immanentisti - credono che non sia altrimenti proponibile una vita spirituale, in cui si affermi il valore della persona umana. Alla radice di un conseguente spirito laico non c'è necessariamente una "religione della libertà", in cui alla verità trascendente o almeno metastorica si sostituisce una veritas filia temporis: c' è posto fra i laicisti sia per gli storicisti che per i non storicisti. Questo spirito laico è proprio di tutti coloro che sono, comunque, vivamente preoccupati di interrogare sempre la propria coscienza; che ritengono la ragione un dono "divino" da difendere in ogni caso; che vogliono essere persuasi e non violentati (sia pure in senso puramente psicagogico); che non sono aridi di cuore, amano il prossimo per se stesso e non vogliono fare "della virtù a spese del prossimo" - per usare parole di don De Ménasce (articolo "Fede, speranza e carità", nella rivista Studium, aprile 1951) -; che sentono necessità di questo prossimo per la vita della propria coscienza e della propria intelligenza, le quali finirebbero per rattrappire in un mondo di sole cose o di soggetti da intendere come enti puramente ricettivi; che non sono, allora, meno assetati di giustizia che di libertà. È chiaro che per tutti costoro le varie istituzioni della vita associata, lo stesso Stato, il diritto, i partiti, la scuola, ecc., hanno un valore strumentale - il che non implica un loro avvilimento, ma l'attribuzione di un valore semplicemente parziale. Ciascuno, per mutua consolazione o per un ascolto corroborante, tenderà sovente a incontrarsi con uomini della stessa vocazione o della stessa fede: ma in questo mondo così ricco di fratture dobbiamo moltiplicare le occasioni di lavorare insieme agli "altri "; per mostrare loro, col "modo" di lavorare, il grado di profondità e il senso della nostra fede, e per intendere, sotto l'altrui professione di fede, l'impegno morale che la sorregge, l'amore e il dolore che la alimentano». (Umberto Serafini, da una conversazione al Centro culturale di Comunità di Roma, nella serie Laicismo e non laicismo organizzata dal «Movimento internazionale di unione e fraternità»).

(15) Costituzione Italiana, art. 34. « La scuola è aperta a tutti.

L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso».

(16) « Laddove la realtà di un profondo e operante progresso sociale è stata raggiunta attraverso una pianificazione urbanistica integrale -nell'Inghilterra - la scuola ha determinato l'unità dimensionale dei piani urbanistici. L'"optimum" di funzionalità di una scuola serve a stabilire qual è l'"optimum" delle dimensioni dell'unità residenziale. La scuola è la base e la misura dell'intero centro abitato. I vari tipi di scuole caratterizzano i vari tipi di unità residenziali : l'"unità-vicinato" (composta di 1.000-1.500 abitanti) comprende il nido d'infanzia; l'unità-borgo (4.000-7.500 abitanti) il nido e la scuola elementare; l'unità-distretto (20-30.000 abitanti) l'asilo, le elementari e le scuole medie di tutti i gradi.

«Ma non si tratta solamente di questo. La scuola elementare e la scuola media sono destinate ad essere i centri attivi dell'intera comunità. Il complesso scolastico, situato in posizione centrale, come cuore dell'intero dispositivo urbanistico, comprende sale di riunione, biblioteca e locali per la ricreazione ed i giuochi. Intorno, nella zona verde. di rispetto, sono sistemati i campi e le attrezzature sportive. Non soltanto la scolaresca iscritta è chiamata a fruire di questi servizi; l'intera comunità trova nel complesso scolastico il suo luogo d'incontro e il fulcro di ogni forma di vita associata.

«Il legame fra scuola e città è di carattere organico. La vitalità di un complesso scolastico dipende dalla vitalità dell'unità cui appartiene. Il servizio che la scuola è chiamata a rendere alla comunità può essere determinato solo avendo ben presenti le caratteristiche funzionali della comunità. In tutta l'edilizia scolastica italiana si è sempre trascurato questo aspetto fondamentale. L 'edificio scolastico è tradizionalmente inteso come un insieme di aule, completato da pochi uffici, da una palestra, da impianti igienici più o meno completi e, nei casi migliori, da un giardino. Spesso ci si limita alle aule, agli uffici e ai gabinetti. La causa di queste manchevolezze non è sempre la povertà di mezzi finanziari o la colposa inosservanza delle norme regolamentari. Quando si perde la vera funzione della scuola in tutto il complesso urbanistico, si può anche rinunciare a cuor leggero a questo o a quel Il servizio»: l'essenzialità di esso diventa materia opinabile.

«Concludendo, bisogna aver chiaro soprattutto un punto: il problema dell'edilizia scolastica non è un mero problema quantitativo; nè è soltanto un problema di buona o cattiva architettura. Per risolverlo, occorre trasferirlo sull'unico piano cui attiene, sul piano urbanistico» (Riccardo Musatti, relazione Scuola e urbanistica tenuta al XIV Congresso Nazionale della Federazione Nazionale Insegnanti Scuole Medie, Roma 13/15-III-1952, e riportata negli Atti, editi, sotto il titolo «La parola della scuola», a Torino dal periodico L'eco della scuola nuova). 

(tratto da www.communitas2002.it)